“Breve storia eretica della musica classica” è un manifesto ribelle che va oltre eventi e tecniche compositive per toccare il cuore dell’atto creativo.
Alessandro Baricco non scrive saggi tradizionali: crea mappe emotive. Con “Breve storia eretica della musica classica” (Feltrinelli) trasforma la storia dei suoni in un viaggio intimo e sovversivo. In sole 144 pagine – un formato tascabile, senza indice né numeri, come un diario proibito – condensa un’epica che sfida i dogmi accademici. Non è un trattato esaustivo, ma un’eresia deliberata: sbuccia la musica classica come un frutto proibito, eliminando il superfluo per rivelare il nucleo di caos e genio che ha plasmato secoli di ascolto.
Il percorso è un flusso organico, diviso in tappe evocative: dalla percezione naturale del suono umano, alla “Prima Musica” dei canti monodici chiesastici, fermi e sacri come un’eterna litania, all'”Età del Disordine” della polifonia, che esplode come un ventaglio improvvisamente dispiegato, fino al “Big Bang” delle forme classiche. Poi la “Moderna”, con le sue torsioni violente e infine, la “Diaspora” contemporanea dissolve i confini in un mondo ibrido e aperto.
Baricco vede i compositori come cacciatori e raccoglitori che sfamano un bisogno di cibo sensibile. “Agricoltori di suoni” come Bach, che nel Clavicembalo ben temperato, ara e semina tutte le tonalità, lasciando un senso di frontiera assoluta, come se non restasse più un solo campo da coltivare. Monteverdi riflette il volto di un’élite in uno specchio vivo, mentre Lully è pura luce abbagliante, priva di profondità umana.
L’eresia sta nello sguardo ribelle: Baricco rifiuta la narrazione lineare del progresso armonico, quel mito ottocentesco che riduce Vivaldi a un “pre-Mozart” o le fughe tarde di Bach a reliquie noiose per i contemporanei. Corelli, dimenticato maestro barocco, emerge come un profeta visionario: i suoi Concerti grossi inaugurano spazi inesplorati, con frasi che si sviluppano spontaneamente, anelli che si allargano su un lago immobile.
I “compositori indolori” – Debussy, Ravel, Fauré – diventano stilisti eleganti, che curano giardini raffinati, ma vengono eclissati dalla ferocia wagneriana, il dominio predatorio sui suoni per un’estasi quasi sensuale. E i rivoluzionari del Novecento? Schönberg e Stravinskij compiono un golpe atono, una “liberazione” che impone nuove catene, espellendo chiunque osi deviare dal dogma.
Quello che colpisce è la prosa: aforismi taglienti, metafore che collegano antico e presente in un lampo. Lo scrittore non insegna date o partiture, ma instilla fame di bellezza e invita a ripensare l’ascolto come atto libero. Evita l’opera – tranne Wagner, inevitabile – per non disperdere il filo conduttore, e gioca con tre copertine diverse (Bach, Mozart, Beethoven), come a dire: scegli il tuo eretico, reinventa la storia.
In conclusione, “Breve storia eretica della musica classica” non è per puristi in cerca di filologia minuziosa. È per chi vuole l’anima nuda della musica: un terreno da seminare, non un museo. Leggendolo, si percepisce il brivido della liberazione: la musica classica non è élite polverosa, ma diaspora viva, pronta a ibridarsi con il mondo. Baricco restituisce i suoni come energia condivisa, un rito collettivo che sfida gabbie e silenzi imposti. Un piccolo gioiello eretico che accende l’udito e dissolve confini.
Scheda del libro
Titolo: Breve storia eretica della musica classica
Autore: Alessandro Baricco
Editore: Feltrinelli







