cuffia per ascoltare musica

Per la maggior parte delle persone la musica è emozione, divertimento, passione. E’ giusto che sia così, dato che la capacità di sentire suoni ed elaborarli in un linguaggio è alla base dell’evoluzione dell’uomo. Dall’eco nelle caverne dei rituali primitivi fino al rock di protesta, però la musica è stata usata anche come forma evocativa di potere religioso o politico, fino a diventare qualcos’altro: denaro.

Quando ascoltiamo una fuga di Bach in una chiesa o un successo dei Coldplay in streaming, ci dimentichiamo che dietro a compositori, concerti e album ci sono i soldi. Dai nobili e dal clero che foraggiavano musicisti nelle corti e nelle chiese per ostentare prestigio sociale e culturale, le tecnologie di registrazione nel ‘900 hanno aperto il mercato delle canzoni a tutti. C’è un conflitto tra musica e denaro, è normale che l’arte abbia un prezzo e se non ce l’ha cosa succede?

Indice

Musica e denaro

Il rapporto tra musica e denaro é una costante della storia della musica e non solo a vantaggio dei musicisti. Molti faticano a comprendere la professione del musicista nella sua concretezza, forse abbacinati ancora dal mito rock dei bei tempi andati, ma se i compositori non potessero mantenersi scrivendo e registrando opere musicali, tutti ne soffrirebbero. Ognuno di noi ha bisogno di ascoltare canzoni per vivere momenti indimenticabili, passioni, ricordi o semplicemente per provare emozioni.

Vivere di musica non è mai stato facile e di questi tempi lo è ancora meno. Vi siete mai chiesti quanti dischi debba vendere un musicista o il numero di ascolti in streaming che una star o un piccolo artista indipendente devono raggiungere per guadagnare un minimo stipendio mensile? Non che il resto della popolazione se la passi troppo bene, ma vendere musica è sempre stato il sistema dei musicisti per guadagnarsi uno stipendio fin dai tempi di Beethoven. Oggi è ancora possibile?

Vivere di musica nei tempi antichi

La possibilità di vivere di musica, trasformando opere scritte o registrate in mezzo di sostentamento, è un fenomeno dell’epoca moderna che supera le origini evoluzionistiche legate al mondo dei suoni. Quando è nato il rapporto tra musica e denaro? Se per i greci la musica era una legge morale capace di arrichire l’animo, nel medioevo veniva usata nei riti religiosi e i cantori di corte già ricevevano qualcosa in cambio.

Successivamente fu la chiesa a mantenere musicisti geniali come Johann Sebastian Bach, commissionando opere e cantate religiose in grado di estasiare ed attrarre fedeli. La possibilità di vivere di musica non estemporanea, ovvero non suonata sul momento o richiesta da un committente, ma basata su un lavoro di invenzione e scrittura musicale, si impose nel rinascimento con l’editoria musicale. Beethoven fu il primo tra i grandi compositori a vendere agli editori spartiti e manoscritti di suoi brani a cavallo dell’800.

Nasce l’industria discografica

Nel ‘900 è stata la tecnologia ad inventare l’industria discografica. L’invenzione del grammofono e via via le successive evoluzioni tecnologiche dei supporti musicali, hanno consentito la nascita del mercato della musica registrata da cui ha preso forma il moderno mestiere di musicista. Contemporaneamente, per accontentare ogni tipo di pubblico si creano i generi musicali. Pop, rock, jazz sono parole che intercettano i gusti del pubblico consumatore, ma hanno anche un grande ruolo nel definire la nostra personalità.

Negli anni ’60 i Beatles inaugurano un nuovo modo di vivere la passione nella musica che, oltre ad alimentarsi di mito, macina denaro. Negli anni ’70 si aggiungono gruppi come Rolling Stones, Pink Floyd e tanti altri artisti che interpretano la protesta giovanile. Il giro d’affari complessivo dell’industria discografica del 1973 in un anno supera i 4,5 miliardi di dollari con oltre 800 milioni di album venduti. Ma il picco di fatturato si ha negli anni ’90: nel 1996 l’industria discografica mondiale fattura  39,6 miliardi di dollari.

Musica denaro e internet

Agli albori del duemila arriva internet promettendo grandi cose anche in campo musicale. Più che premiare talento, merito e innovazione, come prima cosa però scatena il fenomeno della piraterie musicale che fa entrare il mercato in una grande crisi: nel 2014 il fatturato è a 14,4 miliardi di dollari. Con la musica in streaming la finanza prende il sopravvento nel mondo delle canzoni e le conseguenze non mancano: per l’industria le cose migliorano, ma per i musicisti?

Le piattaforme in streaming pagano pochissimo per ogni ascolto, ‘prodotto’ e ‘promozione’ si sovrappongono. La musica on the cloud diventa un mezzo per acquisire dati personali e click che consentono di veicolare gli ascoltatori verso merchandising e prodotti di ogni genere. Non sono più i dischi o le nuove idee a produrre soldi, ma sono i cataloghi dei vecchi artisti ad essere contesi dai fondi di investimento a suon di centinaia di milioni di dollari.

Le grandi star a contratto con le multinazionali diventano marchi che producono ricchezza. Per i piccoli artisti nell’era dei social fare il musicista e vivere di musica è ancora più difficile che dei decenni precedenti: non basta pubblicare un video su YouTube. Come ha detto Giordano Sangiorgi, direttore del Festival delle Etichette Indipendenti, nello streaming artisti e professionisti diventano una ‘classe operaia sfruttata e malpagata’. Ma quanto guadagnano davvero i musicisti oggi?

Guadagni streaming e altri supporti

La musica in streaming è una invenzione incredibile per chi vuole ascoltare canzoni senza spendere un soldo. Ma quanto guadagnano artisti, autori ed editori? Per 1 ascolto in streaming della durata minima di 30 secondi, un artista guadagna circa 0,019 centesimi di dollaro. Se un brano viene ascoltato 100 mila volte su Spotify in versione gratuita, l’autore riceve quindi circa 19 dollari, che diventano circa 60 dollari se gli ascolti sono fatti da utenti abbonati. Apple Music e gli altri servizi applicano tariffe simili.

Per vendere musica online le star di livello nazionale o addirittura mondiale hanno alle spalle strutture che affrontano tutti gli aspetti del business sia a livello di distribuzione che di social e comunicazione. Piccoli produttori indipendenti, artisti o band che vogliano essere presenti sulle maggiori piattaforme di download o streaming, oltre a non guadagnare praticamente nulla, devono invece affrontare anche dei costi.

Per vendere musica online sulle piattaforme più famose (Apple Music, Spotify, Google Play, Deezer e via dicendo), oltre ad una percentuale sulle vendite, per ogni brano pubblicato deve essere versata una tassa ad apposite società di servizi che si occupano di distribuzione online come Cd Baby, Reverb Nation, The Ochard. Stiamo parlando di qualche decina di euro per un album, più il 9-30% di commissione sugli eventuali diritti incassati. Ecco un confronto tra streaming e vari supporti e metodi di distribuzione o di utilizzo delle musiche del passato.

  1. Ascolto in Streaming Un centesimo di euro all’artista per ogni volta che una canzone viene ascoltata dagli utenti online.
  2. Dowload mp3 Da 11 a 16 centesimi di euro per ogni mp3 scaricato all’artista; all’autore meno di un centesimo.
  3. Vendita cd e album Ogni volta che qualcuno acquista un disco in negozio, all’artista vanno da 1,17 euro a 1 euro e 60 per ogni album venduto, all’autore 92 centesimi.
  4. Ascolto in radio Un passaggio sul maggiore network nazionale (Bbc radio in Inghilterra) di tre minuti fa guadagnare circa 68 euro da dividere tra etichetta e artisti
  5. Concerti Per le star della musica da 86mila euro a oltre 2 milioni di euro per grandi concerti di star negli stadi, ma ci sono anche i concerti e le feste private.
  6. Programmi tv Da poche centinaia di euro dei sottofondi a decine di migliaia di euro se la canzone è usata come sigla di un programma tv
  7. Colonne sonore film Fino a oltre 100 mila euro da dividere tra artista e casa discografica.
  8. Musiche spot Si arriva anche a 300 o 400 mila euro per i diritti di utilizzo di una canzone famosa nell’ambito di una campagna pubblicitaria nazionale, ma anche di più a seconda del peso dell’artista se la musica è ceduta in esclusiva per un marchio
  9. Merchandising e sponsorizzazioni Ovviamente dipende dal peso dell’artista ma qui le cifre possono viaggiare molto in alto, da oltre mezzo milione di euro in su per unire una canzone o un artista a marchi di abbigliamento, gioielli, profumi e bevande.

Diritto d’autore fa guadagnare?

Come spesso succede quando si parla di musica e denaro, il copyright è un tema controverso, un pò perchè la gente non sa di cosa si tratti e un pò perchè alla fine per l’uomo della strada conta pagare le canzoni il meno possibile o ascoltarle gratis. In ogni caso il diritto d’autore è una specie di brevetto su melodie, spartiti, testi e registrazioni musicali legato ai compositori per tutta la vita e successivamente agli eredi per altri 70 anni.

ll copyright permette a cantanti e musicisti di avere un certo controllo sull’utilizzo delle proprie opere. E’ una forma di tutela sulla creatività che dovrebbe valere per tutti gli artisti ma che serve soprattutto ad arrotondare il reddito di artisti semi sconosciuti che in passato hanno contribuito alla nascita di canzoni di successo. Ovviamente i maggiori guadagni in diritto d’autore lo fanno etichette ed editori musicali che hanno in catalogo i successi delle star internazionali.

I diritti pagati dallo streaming ai musicisti sono molto più scarsi, in proporzioni diverse per grandi e piccoli cantanti. Sulle cronache qualche anno fa é finito il caso di ‘Wake Me Up!’, canzone cantata da Avicii e risultata la più ascoltata in assoluto su Spotify e 13 esima su Pandora. Il suo coautore, con oltre 168 milioni di ascolti in streaming negli Stati Uniti, ha racimolato ‘solo’ 12 mila dollari. Potete scoprire facilmente quanto guadagnano i musicisti online su sul calcolatore di audiam.

Stipendio di un musicista

Tra vendite e diritto d’autore la rivista Information Is Beautiful ha fatto un calcolo sul traffico necessario per raggiungere un salario minimo mensile di 1260 dollari, al cambio attuale 1172 euro. Insomma uno stipendio che serve forse a sopravvivere, ma ancora al lordo di tasse e contributi. Si parte dai supporti fisici e tradizionali e si passa alla musica online tra download e streaming. I dati sono estrapolati facendo una media tra i vari servizi presenti sul mercato e sono abbastanza impressionanti (tra parentesi il costo copia).

Per superare appena i mille euro di guadagno si va dal dover vendere un minimo di 105 copie di cd ad avere bisogno di 4 milioni e 500 mila click sui video di youtube. Cosa non impossibile per un giovane talento animato da passione, ma nemmeno facile. Uno su mille ce la fa? Se lo stanno chiedendo in tanti e se le star più ricche, più che dischi, oramai vendono profumi, anche le istutuzioni economiche e governative sono coinvolte nel trovare soluzioni.

L’America è il più grande mercato discografico al mondo e non può che assumersi la responsabilità di fare qualcosa. La legge statunitense fino ad ora prevedeva che ad artisti ed editori finisse circa il 10,5% delle entrate lorde delle società di streaming per ogni ascolto. Il Copyright Royalty Board composto da giudici nominati dal Congresso americano, ha stabilito che il tasso dovrà aumentare fino al 15,1% nei prossimi cinque anni.

Pur partendo da cifre ridicole, si tratta di un aumento del 44%. E’ già qualcosa, ma non basta. Il Music Modernization Act è un altro insieme di leggi che il governo americano ha pensato in tema di royalties, pagamento e tracciamento dei diritti, per sbloccare i contenziosi in essere. Editori e artisti non dovranno più ricorrere agli avvocati e a spese legali per discutere ad esempio sui mancati incassi.

Pubblico musica e denaro

Mentre musicisti, etichette e governi discutono di sostenibilità economica e di transizione di modelli di business, cosa ne pensano gli ascoltatori e il pubblico dei guadagni degli artisti? Sanno che dal rapporto tra musica e denaro dipende anche la qualità dell’offerta musicale e che senza soldi verranno sfornati sempre più tormentoni commerciali? Sanno che la musica gratis veicola principalmente marketing e merchandising e non emozioni?

La stragrande maggioranza di ascoltatori non considera il problema prioritario. Chi non acquista musica abitualmente ha ancora in mente lo stereotipo anni ’80 e ’90 del musicista fancazzista ricco o ben pagato. Secondo un recente sondaggio realizzato da MIDiA Research solo il 15% delle persone è sensibile alle difficoltà economiche incontrate dagli artisti e solo il 4% è molto d’accordo sulla necessità di trovare soluzioni alternative e condivise per l’acquisto di musica.

Musicisti, sociologi e pensatori sostengono che in un mondo dominato dai grandi numeri usa e getta, la cultura sia destinata a perdere la sua influenza. Cultura sviluppo e innovazione sono viceversa strettamente correlati alla qualità della vita delle persone, sia in senso economico che etico e morale. Il rapporto tra musica e denaro è sempre stato conflittuale, ma se le canzoni diventano arte dei click e i musicisti semplici influencer, alla fine tutti hanno qualcosa da perdere e ben poco da guadagnare.