Il fotogiornalismo come potente mezzo di espressione artistica e testimonianza storica. Le immagini dei fotoreporter più famosi raccontano storie che hanno cambiato il modo in cui percepiamo eventi, culture e persone del mondo

Il fotogiornalismo è una forma di giornalismo che si basa sull’uso delle immagini per documentare e comunicare fatti di attualità, cronaca, politica, cultura, sport e società. Il fotogiornalista, o fotoreporter, è il professionista che realizza le fotografie per le agenzie fotografiche poi distribuite a giornali, le riviste, le agenzie di stampa o i siti web, spesso accompagnandole con dei testi o delle didascalie.

Catturando istanti significativi e raccontando storie potenti, la fotografia è una forma d’arte che ha influenzato profondamente la nostra percezione del mondo. Il fotogiornalismo ha una lunga e affascinante storia, che ha visto la nascita e l’evoluzione di diverse correnti, stili e scuole. In questo articolo ripercorriamo alcune delle tappe più significative di questo percorso, attraverso i nomi e le opere dei fotoreporter più famosi della storia.

Indice

Origini del fotogiornalismo

Il fotogiornalismo nasce con la diffusione della fotografia come mezzo di comunicazione di massa, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento. Le prime immagini pubblicate sui giornali erano però delle riproduzioni a stampa di disegni o incisioni basati su fotografie, poiché la tecnologia non permetteva ancora di trasferire direttamente le foto sulla carta. Solo alla fine del secolo, con l’invenzione della pellicola flessibile e della macchina fotografica portatile, il fotogiornalismo cominciò a svilupparsi come forma autonoma e originale di racconto visivo.

Il fotogiornalismo era in grado di rendere la realtà e raccontare i fatti proprio dove avvenivano, a cominciare dal fotogiornalismo di guerra, passando alle fotografie naturalistiche, geografiche e turistiche, per finire con quelle sportive o di gossip. La fotografia nelle mani dei professionisti ancora oggi diventa un modo per sensibilizzare l’opinione pubblica e raccontare storie anche poco note ma significative di persone e ambienti dimenticati.

Tra i pionieri del fotogiornalismo possiamo ricordare Roger Fenton (1819-1869), considerato il primo fotoreporter di guerra, che documentò la guerra di Crimea (1853-1856) con oltre 300 immagini in bianco e nero. Mathew Brady (1822-1896), che si occupò della guerra civile americana (1861-1865), realizzando oltre 10.000 fotografie dei campi di battaglia, dei soldati e dei generali.

Jacob Riis (1849-1914) invece denunciò le condizioni di vita dei poveri e degli immigrati nelle metropoli americane, in particolare a New York, con il suo celebre libro How the Other Half Lives (1890). Lewis Hine (1874-1940) si dedicò alla documentazione sociale e lavorativa degli Stati Uniti, fotografando i bambini operai, gli immigrati a Ellis Island, i costruttori dei grattacieli e i veterani della prima guerra mondiale.

Fotoreporter di guerra famosi

Il fotogiornalismo di guerra è una delle branche più importanti e drammatiche del fotogiornalismo, che ha avuto un ruolo cruciale nella testimonianza e nella memoria dei conflitti del Novecento e del Duemila. Il fotoreporter di guerra è colui che si espone al pericolo e al rischio per documentare con le sue immagini le atrocità, le sofferenze, ma anche le speranze e le resistenze delle popolazioni coinvolte nelle guerre.

Tra i fotoreporter più famosi e rappresentativi del fotogiornalismo di guerra possiamo citare Robert Capa (1913-1954), fondatore dell’agenzia Magnum Photos insieme ad altri celebri fotografi come Henri Cartier-Bresson e David Seymour. Capa coprì cinque guerre: la guerra civile spagnola (1936-1939), la seconda guerra mondiale (1939-1945), la guerra arabo-israeliana (1948), la prima guerra d’Indocina (1954) e la guerra di Corea (1950-1953).

Tra le loro opere più celebri, ricordiamo la foto di Capa che mostra un miliziano repubblicano colpito a morte durante la Guerra Civile Spagnola, la foto di Seymour che ritrae un bambino orfano che tiene in mano una bambola tra le macerie della guerra in Polonia e la foto di Cartier-Bresson che cattura il momento in cui un prigioniero collaborazionista viene identificato da una donna durante la Liberazione di Parigi.

James Nachtwey è considerato il più grande fotoreporter di guerre vivente, ha iniziato la sua carriera nel 1980, documentando i conflitti in Irlanda del Nord, Nicaragua, Libano, Sudafrica, Somalia, Ruanda, Bosnia, Kosovo, Cecenia, Afghanistan e Iraq. Ha anche fotografato le conseguenze dell’AIDS, della povertà, della fame e della droga in varie parti del mondo. Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il World Press Photo e il Robert Capa Gold Medal. Nel 2001 è stato protagonista del documentario “War Photographer”, diretto da Christian Frei.

Fotogiornalismo sociale

Il fotogiornalismo sociale è una branca del fotogiornalismo che si occupa di documentare e denunciare le condizioni di vita, i problemi e le ingiustizie che affliggono le classi sociali più deboli, le minoranze etniche, i gruppi emarginati o le vittime di violenze e soprusi. Ancora oggi una forma di espressione artistica e di impegno civile, che cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi della povertà, dei diritti umani, dell’ambiente e della pace.

Ha avuto un grande impulso negli anni ’30, in coincidenza con la Grande Depressione che colpì gli Stati Uniti e il resto del mondo. In quel periodo, molti fotografi furono assunti dalla Farm Security Administration (FSA), un’agenzia governativa creata per aiutare i contadini impoveriti dalle crisi agricole e dalla siccità. Tra questi, spiccano i nomi di Dorothea Lange, Walker Evans, Arthur Rothstein e Ben Shahn, che con le loro immagini raccontarono la miseria, la fame, la disoccupazione e lo sfruttamento dei lavoratori rurali americani.

Un altro esponente di spicco del fotogiornalismo sociale fu Lewis Hine, che si dedicò a documentare le condizioni di lavoro dei bambini nelle fabbriche, nelle miniere e nelle strade delle grandi città. Le sue fotografie furono usate come prova per promuovere l’approvazione di leggi sul lavoro minorile negli Stati Uniti. Hine fu anche il primo fotografo ad entrare nella Statua della Libertà, nel 1930, per realizzare una serie di scatti che ne mostravano l’interno e la struttura.

Dopo la guerra il fotogiornalismo sociale continuò a fiorire negli anni ’50 e ’60, con fotografi come W. Eugene Smith, che realizzò reportage memorabili come quello sulla contaminazione da mercurio nella baia di Minamata in Giappone o quello sull’assistenza sanitaria nei paesi in via di sviluppo; o come Sebastião Salgado, che si dedicò a documentare le condizioni di vita dei lavoratori in Africa, Asia e America Latina.

Il fotogiornalismo d’autore

Il fotogiornalismo non è solo un modo di informare, ma anche di esprimere la propria visione del mondo e della realtà. Alcuni fotoreporter hanno saputo creare uno stile personale e riconoscibile, che li ha resi famosi e apprezzati anche al di fuori del contesto giornalistico. Si tratta del fotogiornalismo d’autore, una forma di fotografia che unisce l’aspetto documentario con quello artistico e creativo.

Tra i pionieri del fotogiornalismo d’autore possiamo citare alcuni fotoreporter di guerra già visti in precedenza come Robert Capa e Henri Cartier-Bresson, considerato il padre del reportage moderno. Il suo approccio si basava sul concetto di “momento decisivo”, ovvero la capacità di cogliere l’istante in cui tutti gli elementi di una scena si combinano in modo armonico ed espressivo. Cartier-Bresson ha viaggiato in tutto il mondo, fotografando eventi storici, personaggi celebri e scene di vita quotidiana, con uno sguardo attento e poetico.

Steve McCurry è noto soprattutto per il suo ritratto della “ragazza afgana” pubblicato sulla copertina del National Geographic nel 1985. McCurry ha viaggiato in numerosi paesi, soprattutto in Asia, catturando con i suoi colori intensi e le sue composizioni equilibrate le culture, le tradizioni e le emozioni delle persone che incontrava. McCurry ha anche testimoniato eventi drammatici come la guerra in Afghanistan, il disastro di Chernobyl e l’11 settembre.

Annie Leibovitz è una delle più celebri fotografe di ritratto, che ha immortalato le personalità più influenti del mondo della politica, dello spettacolo, della cultura e dello sport. Le sue fotografie sono apparse sulle copertine di riviste come Rolling Stone, Vanity Fair e Vogue, e sono diventate parte della storia della cultura popolare.

Martin Parr è uno dei maggiori esponenti della fotografia documentaria, che ha esplorato con ironia e sarcasmo i temi della società di consumo, del turismo di massa, della globalizzazione e dell’identità nazionale. Le sue immagini sono ricche di colore, dettaglio e umorismo.

Come diventare fotoreporter

Il mestiere del fotoreporter ha subito profondi cambiamenti negli ultimi decenni, a causa delle trasformazioni tecnologiche, economiche e sociali che hanno interessato il mondo della comunicazione. La diffusione di internet e dei dispositivi digitali ha reso più facile e veloce la produzione e la diffusione delle immagini, ma ha anche aumentato la concorrenza e la crisi del mercato editoriale.

Il fotogiornalista deve affrontare nuove sfide e opportunità, cercando di adattarsi alle esigenze del pubblico e dei committenti, ma anche di mantenere la propria identità e il proprio stile. Si tratta di una professione che richiede passione, talento, preparazione e dedizione. Si può seguire una formazione specifica in scuole o università che offrono corsi di fotografia o fotogiornalismo, oppure si può imparare sul campo, lavorando come assistenti o collaboratori di altri fotografi o agenzie.

Un fotogiornalista deve rispettare l’etica professionale, le regole del giornalismo e della fotografia con verità, accuratezza, obiettività, rispetto e responsabilità. E’ fondamentale crearsi un portfolio personale che mostri il proprio stile e le proprie competenze, e cercare di farsi conoscere e apprezzare dal pubblico e dai potenziali clienti. Bisogna partecipare a concorsi, mostre ed eventi fotografici, pubblicare le proprie opere su riviste o siti web specializzati, creare un proprio sito web o blog personale e usare i social media per promuovere il proprio lavoro.

Diventare un fotoreporter è una sfida che richiede impegno e sacrificio, ma anche soddisfazione e gratificazione. Tra i requisiti e le competenze necessarie ci sono una solida cultura fotografica che comprende la storia della fotografia, le sue tecniche e  linguaggi. Avere una buona cultura generale, essendo informati su ciò che accade nel mondo e sui temi di interesse sociale, politico, culturale ed ambientale. Sapere scrivere e comunicare raccontando a parole le immagini che si producono.

Un fotoreporter deve avere una buona padronanza dell’inglese e di altre lingue straniere, ed essere in grado di dialogare con i clienti, colleghi e fonti del posto. Deve conoscere le tecnologie digitali, essere in grado di usare le attrezzature fotografiche, software di editing e post-produzione e le piattaforme web. Avere una buona capacità di adattamento, per affrontare situazioni diverse e difficili, come viaggiare in zone remote o pericolose, lavorare sotto pressione o con scadenze strette, rispettare le esigenze dei clienti e dei soggetti fotografati.