video musicali

Ve la ricordate Mtv? I video musicali qualche anno fa rivoluzionarono il settore discografico. Ma ora che c’è YouTube e i videoclip si guardano online, tutto potrebbe cambiare ancora più velocemente, a cominciare dalla durata: questione di soldi, ovvero di spot e pubblicità

In un’epoca nemmeno tanto remota i video musicali furono una vera innovazione nel mercato della musica. Andando un po’ indietro con il tempo l’origine dei videoclip risale al 1958, quando si cercò di sostituire il classico juke-box da bar con un apparecchio capace di mostrare le immagini dei cantanti. Il suo nome era Cinebox e venne presentato come “bomba cinemusicale del secolo”. In realtà l’invenzione non ebbe tanto successo, ma quello fu il punto di svolta tra musica ascoltata e guardata, con tutto ciò che ne conseguì anche sul piano artistico.

Da allora i video musicali di strada ne hanno fatta molta, in particolare da quando nel 1981 venne lanciata la televisione musicale Mtv. Da semplici promo musicali, i cosidetti “musicarelli” di Nilla Pizzi, Mina, Modugno, Little Tony e compagnia, si passò a sofisticati videoclip realizzati dai migliori registi di fama mondiale che all’uscita dei dischi tenevano incollati alla tv centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. Per i successivi decenni e quasi fino ad oggi, i video musicali sono stati parte integrante della narrazione di ogni buon artista, oltre ad essere il modo migliore per garantire visibilitá. Le case discografiche hanno cavalcato l’onda investendo volentieri in quello che era considerato come un aspetto del marketing fondamentale, contando di rientrare ampiamente con la vendita dei dischi.

Video musicali nell’era di internet

Poi è arrivato internet, gli mp3 e la pirateria con la crisi della musica. Nel frattempo la televisione si è spostata sul web e YouTube è diventato il canale di riferimento per gli appassionati di musica. Chi cerca una canzone si collega online e lo streaming gratis è la più recente rivoluzione in ambito musicale. Qual’è il problema? Con questa modalità di ascolto non si guadagna nulla dalla vendita di musica e la pubblicità è tutto. C’è addirittura chi sostiene che con lo streaming il prodotto diventa promozione. In ogni caso, non solo nei servizi musicali come Spotify, ma anche sui portali di filmati, gli artisti guadagnano (poco) in base a quanti click gli utenti fanno sui loro video.

Se ne deduce che oggi i musicisti per poter guadagnare qualcosa devono fare video in modo che vengano cliccati il più possibile. Chiaro che ciò comporta qualche problemuccio e non solo da un punto di vista economico, ma anche culturale e forse sociale. Salvo rari casi infatti chi può permettersi di produrre video e di veicolarli a milioni di persone se non le più grandi multinazionali? E inoltre di che musica stiamo parlando? Dove finiscono ad esempio gli indipendenti e i generi di nicchia e di ricerca che hanno fatto grande la musica e creato tutte le tendenze jazz, fusion, rock e pop della musica moderna?

Importanza durata video musicali

Sempre parlando di video musicali, la necessaria bulimia di click non presenta solo problemi di qualità, ma anche di quantità, nel senso di durata. In pratica gli esperti stanno scoprendo che i classici videoclip di 4 minuti non rendono più abbastanza perchè YouTube inserisce si e no uno spot a inizio brano, spesso non cliccato e non guardato. La soluzione allora è diminuire la durata a 15 secondi o aumentarla a 15 minuti in modo che ci stiano più spot. Nel primo caso è chiaro che a livello di contenuti si può combinare ben poco, si è no un breve promo.

Nel secondo caso per arrivare a 15 minuti di durata nei video musicali si potrebbero montare fino a tre canzoni, forse inframmezzate da interviste, backstage e quant’altro. Insomma i nuovi videoclip potrebbero essere quasi mini documentari o veri cortometraggi. Che fine fa la canzone? Beh, il problema vero è dove va a finire la musica se non le si restitusce un valore percepito e condiviso dal pubblico. E’ inutile negarlo: se oggi il mercato è sempre più il vero protagonista di ogni fenomeno culturale, tocca anche sperare che 15 minuti di video possano aprire alla musica nuove strade sostenibili tra creatività e intrattenimento.