Giovani suonano musica in strada

Vendere musica online può essere un lavoro, ma quali sono i guadagni degli artisti con i diritti d’autore? Differenze tra passato e presente, da cd e musica fisica, fino a mp3, streaming e nuovi sistemi di distribuzione su internet

Vivere di musica non è mai stato facile e di questi tempi lo è ancora meno. Non che il resto della popolazione se la passi troppo bene, ma vendere musica è sempre stato il sistema dei musicisti per guadagnarsi uno stipendio fin dai tempi di Beethoven. Fu lui tra i primi a vendere le partiture e i manoscritti dei suoi brani agli editori a cavallo del 1800. Prima ci pensava il clero e la chiesa a mantenere i compositori come Bach, commissionando ai musicisti opere e cantate religiose in grado di estasiare i fedeli.

La possibilità di vendere musica é una vera rivoluzione dei tempi moderni e certo non solo a vantaggio dei musicisti. Se i compositori non avessero modo di mantenersi scrivendo musica, tutti in qualche modo ne soffriremmo, perchè tutti abbiamo bisogno di nuova musica come il pane. Fosse solo per ascoltarla nel tempo libero, vivere momenti indimenticabili o passioni, sottolineare ricordi o semplicemente emozionarsi, come si fa davanti ad un’opera d’arte. Ma vi siete mai chiesti quanti dischi deve vendere un musicista o il numero di ascolti in streaming che una star o un piccolo artista indipendente devono raggiungere per guadagnare un minimo stipendio mensile?

Vendere musica come professione

Chi sceglie la musica come lavoro e dedica a questa professione tutta la vita magari a suon di studio e sacrifici, in ogni epoca si è dovuto adattare all’evoluzione tecnologica dei supporti. Ultimamente la rivoluzione di internet e della musica online sembrava promettere grandi cose premiando il talento. In realtà per fare successo nell’era dei social non bastano una chitarrina e tante belle idee riposte in un video casalingo su YouTube. L’avvento della musica digitale, più che dar fiato ai giovani talenti, da un lato ha fatto riempire iPod e lettori mp3 di canzoni scaricate a sbafo, poi con lo streaming ha fatto il gioco delle grandi star sotto contratto di multinazionali dello spettacolo.

Solo gli artisti più famosi riescono a sfruttare la visibilità online come marchio per diventare sempre ricchi, magari meno con la vendita di album e singoli, ma sempre più attraverso ogni genere di merchandising e prodotti, profumi compresi. Molto peggio stanno i piccoli artisti, quelli che suonano animati da una cieca passione di ciò che producono e che nel vendere musica online cercano la possibilità di guadagnare almeno qualcosa ogni mese con il diritto d’autore.

Diritti streaming ai musicisti

Cos’è il diritto d’autore? E’ una sorta di brevetto relativo a spartiti, testi e registrazioni musicali legato ai compositori per tutta la vita e successivamente agli eredi per altri 70 anni. Questi ultimi sono stati estesi da 50 a 70 anni nel 2014. I maggiori beneficiari dei diritti sono le etichette e gli editori musicali che hanno in catalogo successi di star internazionali e le stesse superstar. Come spesso succede quando si parla di diritto d’autore i pareri non sono concordi. Il pubblico di vero non lo vede di buon occhio, dato che é sempre stato tenuto all’oscuro e più che altro si preoccupa di pagare le canzoni il meno possibile.

In realtà il copyright permette a cantanti e musicisti di avere un certo controllo sull’utilizzo delle proprie opere. Una forma di tutela che dovrebbe valere soprattutto per gli artisti attualmente semi sconosciuti, ma che in passato hanno contribuito alla nascita di canzoni di successo, da cui dipende ancora il loro reddito. Vendere musica in formato fisico con dischi e cd ha sempre fornito un reddito ai musicisti più o meno famosi, ma i diritti dello streaming pagati ai musicisti sono molto più scarsi. Potete scoprire facilmente quanto guadagnano i musicisti online su sul calcolatore di audiam.

Come vedete si tratta di circa 0.017 centesimi di dollaro per ascolto. Ciò significa che se un brano viene ascoltato 100.000 volte su Spotify in versione gratuita, l’autore riceve circa 17 dollari. Il guadagno dei musicisti diventa di circa 60 dollari se tutti gli utenti che ascoltano la canzone sono abbonati. Più o meno Apple Music e gli altri servizi applicano tariffe simili. Capite cosa significa? La fine di tutta un’industria e non solo. Cifre così basse servono a fare ascoltare al pubblico musica più o meno gratis. D’altronde gli stessi servizi di streaming sono in perdita di decine di milioni all’anno. Il loro vero valore a livello finanziario sono i milioni di utenti al loro seguito.

Guadagni artisti con streaming

Più nello specifico ecco i guadagni degli artisti con i vari servizi di streaming, sistema che va imponendosi del mercato musicale. Quelli che vi proponiamo sono i dati che Gryffin Media ha analizzato delle cifre pagate dai maggiori sistemi di streaming presenti sul mercato ai proprietari dei contenuti.

  • iTunes Radio Si impone come uno dei principali sistemi di streaming. Al pubblico ascoltare musica da un infinito catalogo costa 25 dollari all’anno. Per proporre la sua musica l’artista deve essere nel catalogo iTunes e per ogni volta che una sua canzone viene ascoltata guadagna 0,0013 dollari.
  • Spotify Una delle migliori novità nella musica per gli utenti che possono ascoltare canzoni gratis in cambio di pubblicità o sottoscrivendo abbonamenti da 5 o 10 dollari al mese. Per essere presenti nel catalogo l’artista deve fare un contratto con società di servizi che si occupano di distribuzione online come Cd Baby, Reverb Nation, The Ochard che prendono dal 9 al 30% dei profitti dell’artista. Quali? Da 0,001 a 0,005 dollari per ogni ascolto.
  • Deezer Comprende un catalogo di 25 milioni di brani da ascoltare in streaming gratis o con abbonamento da 4,99 a 9,99 dollari mensili. Per fare parte del catalogo è necessario rivolgersi alla solita società esterna che prende una percentuale sul guadagno dell’artista che è di 0,0081 dollari per ogni canzone ascoltata dal pubblico.
  • Pandora Non è ancora attivo in Italia ma è uno dei maggiori servizi di internet radio con playlist personalizzate. Per esserci l’artista deve avere un cd in vendita su Amazon e guadagna 0,0012 dollari ogni stream di canzoone.
  • Slacker Non è disponibile in Italia ma costa al pubblico dai 3,99 ai 9,99 dollari al mese, mentre all’artista finiscono 0,0012 dollari ogni volta che si ascolta un suo brano. Per fare parte del servizio l’artista o produttore deve rivolgersi ad uno dei distributori visti in precendenza.
  • Rdio Il servizio musicale on demand costa dai 4,99 ai 17,99 dollari al pubblico al mese e gira all’artista 0,01 dollari per ogni stream che deve però dare una commissione del 9% al distributore.

Guadagno musicisti con i vari sistemi

Sul fatto che i guadagni degli artisti siano sempre più bassi nell’era dello streaming non ci sono dubbi. Il fenomeno riguarda in proporzioni diverse grandi e piccoli cantanti, oltre a coinvolgere un sistema economico e culturale in modo più o meno eclatante. Sulle cronache qualche anno fa é finito il caso di ‘Wake Me Up!’, canzone cantata da Avicii e risultata la più ascoltata in assoluto su Spotify e la 13esima su Pandora. Il suo coautore, con oltre 168 milioni di ascolti in streaming negli Stati Uniti, ha racimolato ‘solo’ 12 mila dollari.

Spotify e gli altri servizi di streaming sono senza dubbio una invenzione incredibile per gli appassionati di musica che senza spendere un soldo si trovano una immensa libreria di canzoni e album di ogni genere da ascoltare anche a gratis. Ma cosa ci guadagnano artisti, autori ed editori? La polemica sembra addirittura potere mettere in crisi il modello freemium, tanto che nel prossimo futuro sembra che Spotify darà la possibilità agli artisti di rendere disponibili i loro album solo agli abbonati a pagamento.

Gli abbonati premium infatti offrono una remunerazione più alta anche per gli artisti. Una soluzione che potrebbe piacere all’industria della musica ma su cui tutti non sono d’accordo, perchè se lo streaming gratis da un lato rimane poco profittevole, dall’altro potrebbe aprire altre strade e funzionare da promozione. Ma in realtà quali sono i guadagni dei musicisti con i vari supporti e metodi di distribuzione ed utilizzo delle musiche? Ecco un breve riassunto: ovviamente le cifre non sono precise ma servono a dare un’idea di massima.

  1. Ascolto in Streaming Un centesimo di euro all’artista per ogni volta che una canzone viene ascoltata dagli utenti online.
  2. Dowload mp3 Da 11 a 16 centesimi di euro per ogni mp3 scaricato all’artista; all’autore meno di un centesimo.
  3. Vendita cd e album Ogni volta che qualcuno acquista un disco in negozio, all’artista vanno da 1,17 euro a 1 euro e 60 per ogni album venduto, all’autore 92 centesimi.
  4. Ascolto in radio Un passaggio sul maggiore network nazionale (Bbc radio in Inghilterra) di tre minuti fa guadagnare circa 68 euro da dividere tra etichetta e artisti
  5. Concerti Per le star della musica da 86mila euro a oltre 2 milioni di euro per grandi concerti di star negli stadi, ma ci sono anche i concerti e le feste private.
  6. Programmi tv Da poche centinaia di euro dei sottofondi a decine di migliaia di euro se la canzone è usata come sigla di un programma tv
  7. Colonne sonore film Fino a oltre 100 mila euro da dividere tra artista e casa discografica.
  8. Musiche spot Si arriva anche a 300 o 400 mila euro per i diritti di utilizzo di una canzone famosa nell’ambito di una campagna pubblicitaria nazionale, ma anche di più a seconda del peso dell’artista se la musica è ceduta in esclusiva per un marchio
  9. Merchandising e sponsorizzazioni Ovviamente dipende dal peso dell’artista ma qui le cifre possono viaggiare molto in alto, da oltre mezzo milione di euro in su per unire una canzone o un artista a marchi di abbigliamento, gioielli, profumi e bevande.

Vendere musica quanto fa guadagnare?

Ma alla fine é ancora possibile vivere di musica? La rivista Information Is Beautiful ha fatto un calcolo sulle vendite necessarie per raggiungere un salario minimo mensile di 1260 dollari, al cambio attuale 1172 euro. Insomma uno stipendio che serve forse a sopravvivere, ma ancora al lordo di tasse e contributi. Si parte dai supporti fisici e tradizionali e si passa alla musica online tra download e streaming. I dati sono estrapolati facendo una media tra i vari servizi presenti sul mercato e sono abbastanza impressionanti (tra parentesi il costo copia).

Per superare appena i mille euro di guadagno si va dal dover vendere un minimo di 105 copie di cd ad avere bisogno di 4 milioni e 500 mila click sui video di youtube. Cosa non impossibile per un giovane talento animato da passione, ma nemmeno facile. Uno su mille ce la farà? Se lo stanno chiedendo in tanti e se le star più ricche, più che dischi, oramai vendono profumi, i piccoli artisti la pensano a grandi linee come Giordano Sangiorgi: Il direttore del Mei, Festival delle Etichette Indipendenti, per quanto riguarda Spotify ha parlato di ‘sfruttamento del lavoro creativo‘ e di ‘classe operaia creativa sfruttata e malpagata‘.

Non passa giorno che il problema dei guadagni degli artisti scarsi dello streaming non provochi qualche mugugno in cantanti, etichette e produttore. La musica on the cloud nel frattempo si sta fagocitando l’intero mercato della musica. Ma mentre gli esperti discutono di sostenibilità economica e di transizione di modelli di business, cosa ne pensano gli ascoltatori e il pubblico del tema guadagni artisti? Beh, più o meno se ne fregano: la musica gratis conquista tutti.

Vendere musica online gratis

Vendere musica sulle maggiori piattaforme di download o streaming, a parte il non fare guadagnare praticamente nulla, tra l’altro ha pure un costo. Oltre ad una percentuale sulle vendite, per ogni brano pubblicato deve essere versatoa una tassa ad apposite società di servizi che si occupano di distribuzione online come Cd Baby, Reverb Nation, The Ochard. Stiamo parlando di qualche decina di euro per un album, più il 9-30% di commissione sugli eventuali diritti incassati.

Le grandi star della musica avrebbero poco da lamentarsi poichè anche se con Spotify i guadagni musicisti sono molto bassi, potrebbero rifarsi con tutto il resto: basta dare un occhio a quanto guadagnano le cantanti più ricche. Evidentemente stiamo parlando di star di livello nazionale o addirittura mondiale, con alle spalle una struttura capace di affrontare tutti gli aspetti del business della musica tra social e comunicazione. Ma se siete produttori indipendenti, artisti o band e volete vendere la vostra musica sulle piattaforme online più famose comprese iTunes, Spotify, Google Play, Deezer e via dicendo?

Se volete almeno risparmiare sui costi di distribuzione c’è un nuovo servizio che promette perlomeno di farvi vendere musica online in modo semplice, gratis e con tempi record. Music Kickup si propone come servizio gratis e senza limiti sia per pubblicare brani su iTunes in 24 ore, che su Google Play, Spotify e Deezer con canzoni disponibili allo streaming entro 48 ore. Gli artisti inoltre manterrebbero tutti i diritti e royalties. Troppo bello per essere vero? Musica kickup, società nata nel 2011 ha già lavorato con migliaia di artisti e sostiene che la distribuzione e la vendita di musica online è solo una parte del business, concentrato più che altro su una serie di servizi per aiutare i nuovi artisti ad emergere.

Un settore da modernizzare

In effetti questa nuova norma rientra in un progetto più ampio inaugurato dal congresso americano che prende il nome di Music Modernization Act. E’ stato annunciato come un insieme di leggi rivoluzionarie per chi si occupa di musica e tecnologia, ma non ha mancato di suscitare forti perplessità e proteste. Non c’è solo l’aumento delle royalties, ma anche altre norme che, oltre a rendere più semplice il pagamento e il tracciamento dei diritti, bloccano qualsiasi vecchio contenzioso contro le compagnie di streaming e i servizi online.

Editori e artisti si dicono felici che in futuro non dovranno più ricorrere ad avvocati, spese legali e tutto il resto. Il problema sostengono siano i diritti che fino ad oggi non hanno incassato per errori o vari motivi. Si tratta di cifre considerevoli, ma servizi di streaming, società editoriali e major hanno appoggiato l’idea di modernizzare la musica, approvando in toto le nuove norme. L’America è il più grande mercato discografico al mondo e non può che assumersi la responsabilità di fare qualcosa.

La legge statunitense fino ad ora prevedeva che ad artisti ed editori finisse circa il 10,5% delle entrate lorde delle società di streaming per ogni ascolto. Il Copyright Royalty Board composto da giudici nominati dal Congresso americano, ha stabilito che il tasso dovrà aumentare fino al 15,1% nei prossimi cinque anni. Si tratta di un aumento del 44%. Pur partendo da cifre ridicole, è già qualcosa, ma non basta.

Cosa ne pensa il pubblico?

Se per i musicisti è arrivata l’ora della protesta, viene da chiedersi quale sia il livello di consapevolezza di utenti, ascoltatori e fans e quale domande verrebbero da porsi sul futuro della musica. Ad esempio senza soldi per i musicisti quale sarà l’offerta musicale? Ci saranno solo brani da milioni di click e tormentoni commerciali? Il marketing e il merchandising prevarranno su tutto solleticandoci con la musica gratis?

Secondo un recente sondaggio realizzato da MIDiA Research solo il 15% delle persone è sensibile alle difficoltà economiche incontrate dagli artisti e solo il 4% è molto d’accordo sulla necessità di trovare soluzioni alternative e condivise per l’acquisto di musica. La restante stragrande maggioranza di ascoltatori non considera il problema prioritario, specie chi non acquista musica abitualmente e magari ha in mente lo stereotipo anni ’80 e ’90 del musicista fancazzista ricco o ben pagato che in qualche modo ora è anche giusto che patisca un pò di crisi.

Gli artisti non devono aspettarsi alcuna solidarietà da parte dei fans che i 3/4 non sono interessati all’argomento. Musicisti, ma anche da sociologi e personaggi legati al mondo della cultura, dicono che senza un adeguato riconoscimento la cultura è destinata a perdere la sua influenza in un mondo dominato dai grandi numeri usa e getta. Tra questi certamente ci sono anche i più lesti nell’usare stereotipi per giustificare la pirateria, ma è evidente che in periodi di crisi la gente abbia problemi ben più gravi da risolvere che non preoccuparsi di giovani talenti o vecchie star in difficoltà nel costruire o mantenere una carriera nella musica.

Spotify: streaming è il futuro

Da una parte gli utenti contenti di trovare musica gratis o di potere spendere meno di 10 euro al mese per ascoltare tutto ciò che vogliono da un catalogo infinito, dall’altra gli artisti che si lamentano dei bassi guadagni. In mezzo Spotify, la società svedese che ha creduto in un nuovo modello di business e che ora si difende con le parole di Daniel Ek, Ceo e fondatore del servizio di streaming più noto al mondo. Nel 2008 ha lanciato il servizio ed ora è tra i 400 uomini più ricchi inglesi, dice che tutto questo baccano intorno al suo servizio musicale è ingiusto poichè si basa su questa serie di ipotesi false.

Non è vero che gli artisti non vengono pagati dato che Spotify paga per ogni ascolto. A dire il vero gli artisti guadagnano molto poco, siamo nell’ordine di centesimi di euro (da 0,001 a 0,005), un’inezia rispetto al download con 11 a 16 centesimi e al cd dove all’artista poteva anche andare 1 euro per ogni cd venduto. Daniel Ek si difende sostenendo che 500 mila ascolti di un brano su Spotify significano 6000 mila dollari, mentre se una radio ascoltata da 500 mila persone trasmettesse lo stesso brano, l’artista non guadagnerebbe praticamente nulla, idem con la pirateria.

Secondo Daniel Ek non è vero che Spotify fa male alle vendite è tutto da dimostrare il fatto che il calo ulteriore di cd e del download sia dovuto all’aumentare dello streaming: i download sono in calo altrettanto rapidamente in mercati in cui Spotify non esiste, come ad esempio in Canada. Inoltre ci sono artisti (Daft Punk, Calvin Harris, Eminem) che hanno venduto molto pur essendo molto ascoltati in streaming che quindi ha funzionato molto bene come canale promozionale.

Vendere musica è ancora un lavoro?

Lo streaming, ed in particolare Spotify, è l’unica cosa che funziona e cresce nel mercato della musica. Sotto la sua avanzata però non continua solo il crollo dei cd, ma anche quello dei download con iTunes e Apple per la prima volta da molti anni in sofferenza. In compenso, dato che la musica su Spotify si può ascoltare anche a gratis grazie al supporto degli sponsor, la pirateria, ovvero scaricare musica con il peer to peer è diventato inutile e sono sempre meno i suoi adepti nel mondo.

Lo streaming paga pochissimo, inutile negare quello che sostengono gli artisti, ma anche le ragioni di Spotify non sono campate in aria. Di mezzo ci sono interessi di miliardi di dollari. Se con l’avvento della musica online è stato molto ridimensionato il ruolo delle major che per decine di anni avevano avuto in mano il monopolio del mercato musicale, dopo è arrivato un giovanotto svedese a fare vedere i sorci verdi alla Apple che con iTunes aveva dominato il mercato per molti anni.

Vendere musica online fa guadagnare davvero poco e gli artisti arrancano, ma non si può non considerare che, oltre al mercato, è l’intera società ad essere cambiata e con essa i bisogni dei consumatori. Come massimizzare il valore della musica sia da un punto di vista economico e sociale? Daniel Ek sostiene di essere dalla parte degli artisti per convincere gli utenti a pagare quello che ascoltano. Il problema è che nei suoi calcoli ci sono le Mega star da milioni di click e non i piccoli artisti, che non si capisce bene di cosa potranno vivere in futuro. Senza considerare che nel frattempo la musica, quella con la M maiuscola, si sta trasformando sempre più in arte del click.