Vendere musica a un euro

Vendere musica online è un lavoro, ma quanto guadagnano i musicisti in diritto d’autore? Come è cambiato il mestiere degli artisti da vinile, cd e supporti fisici ad mp3, streaming e nuovi sistemi di distribuzione su internet

Vendere musica é stata una vera rivoluzione dei tempi moderni e certo non solo a vantaggio dei musicisti. Abbacinati dal mito rock dei bei tempi andati, molti faticano a comprendere la professione del musicista nella sua concretezza, ma se i compositori non avessero mai avuto modo di mantenersi scrivendo e registrando musica, tutti ne soffrirebbero. Ognuno di noi ha bisogno di nuova musica per ascoltarla nel tempo libero, vivere momenti indimenticabili, passioni, ricordi o semplicemente emozionarsi come davanti ad un’opera d’arte.

Vivere di musica non è mai stato facile e di questi tempi lo è ancora meno. Vi siete mai chiesti quanti dischi debba vendere un musicista o il numero di ascolti in streaming che una star o un piccolo artista indipendente devono raggiungere per guadagnare un minimo stipendio mensile? Non che il resto della popolazione se la passi troppo bene, ma vendere musica è sempre stato il sistema dei musicisti per guadagnarsi uno stipendio fin dai tempi di Beethoven. Vedremo se oggi è ancora possibile.

Cosa significa vivere di musica

La musica è stato trasformata dall’uomo in un mezzo di sostentamento economico solo in tempi recenti. La possibilità di vendere musica scritta o registrata è un fenomeno dell’epoca moderna che complica di molto le cose e cambia lo stesso significato del termine, oltre il linguaggio e la forma di comunicazione che ha origini evoluzionistiche. Se per i greci la musica era una legge morale capace di arrichire l’animo, nel medioevo veniva usata nei riti religiosi e dai cantori di corte, che già ricevevano qualcosa in cambio.

Ma è solo nel rinascimento e dopo il ‘700 che prende forma l’editoria musicale, ovvero la possibilità di vivere di musica non estemporanea, ma basata su un lavoro di invenzione e scrittura musicale dei grandi compositori. Fu Beethoven tra i primi a vendere partiture e manoscritti di suoi brani agli editori a cavallo del 1800. Prima ci pensava il clero e la chiesa a mantenere musicisti geniali come Johann Sebastian Bach, commissionando opere e cantate religiose in grado di estasiare ed attrarre i fedeli.

Dal ‘900 è la tecnologia più che la filosofia a muovere il mercato. L’invenzione del grammofono e la successiva evoluzione tecnologica dei supporti musicali, permette la creazione di un mercato della musica registrata da cui prende forma il mestiere di musicista. E’ per accontentare ogni tipo di pubblico che vengono creati generi musicali come pop, rock, jazz che oggi diamo per scontati e la cui importanza tutti riconosciamo non solo come consumatori, ma anche nel definire la nostra personalità.

Vendere musica come professione

In ogni epoca chi ha scelto la musica come lavoro e ha dedicato a questa professione tutta la vita a suon di studio e sacrifici si è dovuto adattare ad una continua evoluzione tecnologica e sociale di cui la rivoluzione della musica digitale online è solo l’ultima arrivata. Internet sembrava promettere grandi cose per premiare il talento e l’innovazione anche in campo artistico. In realtà fare il musicista nell’era dei social è molto più complicato del pubblicare un video casalingo su YouTube.

Fin dall’inizio internet, più che dar fiato ai giovani talenti, ha scatenato il fenomeno della pirateria riempiendo iPod e lettori mp3 di canzoni scaricate a sbafo. Con streaming poi è entrata in gioco la finanza. E’ un sistema dove ‘prodotto’ e ‘promozione’ si sovrappongono e solo le grandi star a contratto delle multinazionali riescono a sfruttare la visibilità online come marchio per produrre ricchezza. Se non vendono più dischi, album o singoli, veicolano utenti verso merchandising e prodotti di ogni genere. Molto peggio stanno i piccoli artisti, quelli che suonano animati da una cieca passione di ciò che producono e che nel vendere musica online cercano la possibilità di guadagnare qualcosa ogni mese, magari col diritto d’autore.

Guadagnare dal diritto d’autore

Cos’è il diritto d’autore? E’ una sorta di brevetto relativo a spartiti, testi e registrazioni musicali legato ai compositori per tutta la vita e successivamente agli eredi per altri 70 anni. Questi ultimi sono stati estesi da 50 a 70 anni nel 2014. I maggiori beneficiari dei diritti sono le etichette e gli editori musicali che hanno in catalogo successi di star internazionali e le stesse superstar. Come spesso succede quando si parla di soldi i pareri tra artisti e pubblico sono discordanti. Il pubblico non vede di buon occhio il copyright, forse perchè non sa di cosa si tratta e più che altro si preoccupa di pagare le canzoni il meno possibile.

In realtà il copyright permette a cantanti e musicisti di avere un certo controllo sull’utilizzo delle proprie opere. E’ una forma di tutela sulla creatività che dovrebbe valere per tutti gli artisti ma che serve soprattutto al reddito di quelli semi sconosciuti che in passato hanno contribuito alla nascita di canzoni di successo. Vendere musica in formato fisico con dischi e cd ha sempre fornito un reddito ai musicisti più o meno famosi, ma i diritti pagati dallo streaming ai musicisti sono molto più scarsi.

Sul fatto che i guadagni degli artisti siano sempre più bassi nell’era dello streaming non ci sono dubbi. Il fenomeno riguarda in proporzioni diverse grandi e piccoli cantanti, oltre a coinvolgere un sistema economico e culturale in modo più o meno eclatante. Sulle cronache qualche anno fa é finito il caso di ‘Wake Me Up!’, canzone cantata da Avicii e risultata la più ascoltata in assoluto su Spotify e la 13esima su Pandora. Il suo coautore, con oltre 168 milioni di ascolti in streaming negli Stati Uniti, ha racimolato ‘solo’ 12 mila dollari. Potete scoprire facilmente quanto guadagnano i musicisti online su sul calcolatore di audiam.

Guadagni artisti con streaming

I guadagni del vendere musica con lo streaming per i musicisti cambiano se l’utente è premium o ha un abbonamento gratis supportato da annunci ma partono da circa 0.019 centesimi di dollaro per un ascolto minimo di 30 secondi. Ciò significa che se un brano viene ascoltato 100.000 volte su uno Spotify in versione gratuita, l’autore riceve circa 19 dollari, che diventa di circa 60 dollari se tutti gli utenti che ascoltano la canzone sono abbonati. Più o meno Apple Music e gli altri servizi applicano tariffe simili. Cifre così basse servono a fare ascoltare al pubblico musica più o meno gratis e a pagare le licenze alle case discografiche, meno i musicisti. Il vero business è nella quantità di dati.

Più nello specifico ecco i guadagni degli artisti con i vari servizi di streaming, sistema che va imponendosi del mercato musicale. Quelli che vi proponiamo sono i dati che Gryffin Media ha analizzato delle cifre pagate dai maggiori sistemi di streaming presenti sul mercato ai proprietari dei contenuti.

  • iTunes Radio Si impone come uno dei principali sistemi di streaming. Al pubblico ascoltare musica da un infinito catalogo costa 25 dollari all’anno. Per proporre la sua musica l’artista deve essere nel catalogo iTunes e per ogni volta che una sua canzone viene ascoltata guadagna 0,0013 dollari.
  • Spotify Una delle migliori novità nella musica per gli utenti che possono ascoltare canzoni gratis in cambio di pubblicità o sottoscrivendo abbonamenti da 5 o 10 dollari al mese. Per essere presenti nel catalogo l’artista deve fare un contratto con società di servizi che si occupano di distribuzione online come Cd Baby, Reverb Nation, The Ochard che prendono dal 9 al 30% dei profitti dell’artista. Quali? Da 0,001 a 0,005 dollari per ogni ascolto.
  • Deezer Comprende un catalogo di 25 milioni di brani da ascoltare in streaming gratis o con abbonamento da 4,99 a 9,99 dollari mensili. Per fare parte del catalogo è necessario rivolgersi alla solita società esterna che prende una percentuale sul guadagno dell’artista che è di 0,0081 dollari per ogni canzone ascoltata dal pubblico.
  • Pandora Non è ancora attivo in Italia ma è uno dei maggiori servizi di internet radio con playlist personalizzate. Per esserci l’artista deve avere un cd in vendita su Amazon e guadagna 0,0012 dollari ogni stream di canzoone.
  • Slacker Non è disponibile in Italia ma costa al pubblico dai 3,99 ai 9,99 dollari al mese, mentre all’artista finiscono 0,0012 dollari ogni volta che si ascolta un suo brano. Per fare parte del servizio l’artista o produttore deve rivolgersi ad uno dei distributori visti in precendenza.
  • Rdio Il servizio musicale on demand costa dai 4,99 ai 17,99 dollari al pubblico al mese e gira all’artista 0,01 dollari per ogni stream che deve però dare una commissione del 9% al distributore.

Percentuali guadagno altri supporti

Spotify e gli altri servizi di streaming sono senza dubbio una invenzione incredibile per gli appassionati di musica che senza spendere un soldo si trovano una immensa libreria di canzoni e album di ogni genere da ascoltare anche a gratis. Ma cosa ci guadagnano artisti, autori ed editori? La polemica sembra addirittura potere mettere in crisi il modello freemium, tanto che nel prossimo futuro sembra che Spotify darà la possibilità agli artisti di rendere disponibili i loro album solo agli abbonati a pagamento.

Gli abbonati premium infatti offrono una remunerazione più alta anche per gli artisti. Una soluzione che potrebbe piacere all’industria della musica ma su cui tutti non sono d’accordo, perchè se lo streaming gratis da un lato rimane poco profittevole, dall’altro potrebbe aprire altre strade e funzionare da promozione. Ma in realtà quali sono i guadagni dei musicisti con i vari supporti e metodi di distribuzione ed utilizzo delle musiche? Ecco un breve riassunto: ovviamente le cifre non sono precise ma servono a dare un’idea di massima.

  1. Ascolto in Streaming Un centesimo di euro all’artista per ogni volta che una canzone viene ascoltata dagli utenti online.
  2. Dowload mp3 Da 11 a 16 centesimi di euro per ogni mp3 scaricato all’artista; all’autore meno di un centesimo.
  3. Vendita cd e album Ogni volta che qualcuno acquista un disco in negozio, all’artista vanno da 1,17 euro a 1 euro e 60 per ogni album venduto, all’autore 92 centesimi.
  4. Ascolto in radio Un passaggio sul maggiore network nazionale (Bbc radio in Inghilterra) di tre minuti fa guadagnare circa 68 euro da dividere tra etichetta e artisti
  5. Concerti Per le star della musica da 86mila euro a oltre 2 milioni di euro per grandi concerti di star negli stadi, ma ci sono anche i concerti e le feste private.
  6. Programmi tv Da poche centinaia di euro dei sottofondi a decine di migliaia di euro se la canzone è usata come sigla di un programma tv
  7. Colonne sonore film Fino a oltre 100 mila euro da dividere tra artista e casa discografica.
  8. Musiche spot Si arriva anche a 300 o 400 mila euro per i diritti di utilizzo di una canzone famosa nell’ambito di una campagna pubblicitaria nazionale, ma anche di più a seconda del peso dell’artista se la musica è ceduta in esclusiva per un marchio
  9. Merchandising e sponsorizzazioni Ovviamente dipende dal peso dell’artista ma qui le cifre possono viaggiare molto in alto, da oltre mezzo milione di euro in su per unire una canzone o un artista a marchi di abbigliamento, gioielli, profumi e bevande.

Vivere di musica è ancora possibile?

Ma alla fine é ancora possibile vivere di musica? La rivista Information Is Beautiful ha fatto un calcolo sulle vendite necessarie per raggiungere un salario minimo mensile di 1260 dollari, al cambio attuale 1172 euro. Insomma uno stipendio che serve forse a sopravvivere, ma ancora al lordo di tasse e contributi. Si parte dai supporti fisici e tradizionali e si passa alla musica online tra download e streaming. I dati sono estrapolati facendo una media tra i vari servizi presenti sul mercato e sono abbastanza impressionanti (tra parentesi il costo copia).

Per superare appena i mille euro di guadagno si va dal dover vendere un minimo di 105 copie di cd ad avere bisogno di 4 milioni e 500 mila click sui video di youtube. Cosa non impossibile per un giovane talento animato da passione, ma nemmeno facile. Uno su mille ce la farà? Se lo stanno chiedendo in tanti e se le star più ricche, più che dischi, oramai vendono profumi, i piccoli artisti la pensano a grandi linee come Giordano Sangiorgi: Il direttore del Mei, Festival delle Etichette Indipendenti, per quanto riguarda Spotify ha parlato di ‘sfruttamento del lavoro creativo‘ e di ‘classe operaia creativa sfruttata e malpagata‘.

Non passa giorno che il problema dei guadagni degli artisti scarsi dello streaming non provochi qualche mugugno in cantanti, etichette e produttore. La musica on the cloud nel frattempo si sta fagocitando l’intero mercato della musica. Ma mentre gli esperti discutono di sostenibilità economica e di transizione di modelli di business, cosa ne pensano gli ascoltatori e il pubblico del tema guadagni artisti? Beh, più o meno se ne fregano: la musica gratis conquista tutti.

Pubblico e guadagni degli artisti

Se per i musicisti è arrivata l’ora della protesta, viene da chiedersi quale sia il livello di consapevolezza di utenti, ascoltatori e fans e quale domande verrebbero da porsi sul futuro della musica. Ad esempio senza soldi per i musicisti quale sarà l’offerta musicale? Ci saranno solo brani da milioni di click e tormentoni commerciali? Il marketing e il merchandising prevarranno su tutto solleticandoci con la musica gratis?

Secondo un recente sondaggio realizzato da MIDiA Research solo il 15% delle persone è sensibile alle difficoltà economiche incontrate dagli artisti e solo il 4% è molto d’accordo sulla necessità di trovare soluzioni alternative e condivise per l’acquisto di musica. La restante stragrande maggioranza di ascoltatori non considera il problema prioritario, specie chi non acquista musica abitualmente e magari ha in mente lo stereotipo anni ’80 e ’90 del musicista fancazzista ricco o ben pagato che in qualche modo ora è anche giusto che patisca un pò di crisi.

Gli artisti non devono aspettarsi alcuna solidarietà da parte dei fans dato che 3/4 del pubblico non è interessato all’argomento. Musicisti, sociologi e personaggi legati al mondo della società, dicono che senza un adeguato riconoscimento la cultura è destinata a perdere la sua influenza in un mondo dominato dai grandi numeri usa e getta. Tra questi certamente ci sono anche i più lesti nell’usare luoghi comuni per giustificare la pirateria, ma è evidente che in periodi di crisi la gente abbia problemi ben più gravi da risolvere che non preoccuparsi di giovani talenti o vecchie star in difficoltà nel costruire o mantenere una carriera nella musica.

Come vendere musica online?

Vendere musica sulle maggiori piattaforme di download o streaming, a parte il non fare guadagnare praticamente nulla, per i musicisti ha pure un costo. Oltre ad una percentuale sulle vendite, per ogni brano pubblicato deve essere versatoa una tassa ad apposite società di servizi che si occupano di distribuzione online come Cd Baby, Reverb Nation, The Ochard. Stiamo parlando di qualche decina di euro per un album, più il 9-30% di commissione sugli eventuali diritti incassati.

Le grandi star della musica avrebbero poco da lamentarsi poichè anche se con Spotify i guadagni musicisti sono molto bassi, potrebbero rifarsi con tutto il resto: basta dare un occhio a quanto guadagnano le cantanti più ricche. Evidentemente stiamo parlando di star di livello nazionale o addirittura mondiale, con alle spalle una struttura capace di affrontare tutti gli aspetti del business della musica tra social e comunicazione. Ma se siete produttori indipendenti, artisti o band e volete vendere la vostra musica sulle piattaforme online più famose comprese iTunes, Spotify, Google Play, Deezer e via dicendo?

Se volete almeno risparmiare sui costi di distribuzione c’è un nuovo servizio che promette perlomeno di farvi vendere musica online in modo semplice, gratis e con tempi record. Music Kickup si propone come servizio gratis e senza limiti sia per pubblicare brani su iTunes in 24 ore, che su Google Play, Spotify e Deezer con canzoni disponibili allo streaming entro 48 ore. Gli artisti inoltre manterrebbero tutti i diritti e royalties. Troppo bello per essere vero? Musica kickup, società nata nel 2011 ha già lavorato con migliaia di artisti e sostiene che la distribuzione e la vendita di musica online è solo una parte del business, concentrato più che altro su una serie di servizi per aiutare i nuovi artisti ad emergere.

Musica, tecnologia e mercato

Il mercato della musica muove centinaia di milioni ogni anno e anche le istutuzioni economiche e governative sono coinvolte nel trovare soluzioni. Il Music Modernization Act in America è stato annunciato come un insieme di leggi rivoluzionarie per chi si occupa di musica e tecnologia in tema di royalties, pagamento e tracciamento dei diritti e per sbloccare i contenziosi in essere. Editori e artisti non dovranno più ricorrere agli avvocati e a spese legali per discutere ad esempio sui mancati incassi.

L’America è il più grande mercato discografico al mondo e non può che assumersi la responsabilità di fare qualcosa. La legge statunitense fino ad ora prevedeva che ad artisti ed editori finisse circa il 10,5% delle entrate lorde delle società di streaming per ogni ascolto. Il Copyright Royalty Board composto da giudici nominati dal Congresso americano, ha stabilito che il tasso dovrà aumentare fino al 15,1% nei prossimi cinque anni. Si tratta di un aumento del 44%. Pur partendo da cifre ridicole, è già qualcosa, ma non basta.

Cosa ne pensa Spotify?

Da una parte gli utenti contenti di trovare musica gratis o di potere spendere meno di 10 euro al mese per ascoltare tutto ciò che vogliono da un catalogo infinito, dall’altra gli artisti che si lamentano dei bassi guadagni. In mezzo Spotify, la società svedese che ha creduto in un nuovo modello di business e che ora si difende con le parole di Daniel Ek, Ceo e fondatore del servizio di streaming più noto al mondo. Nel 2008 ha lanciato il servizio ed ora è tra i 400 uomini più ricchi inglesi, dice che tutto questo baccano intorno al suo servizio musicale è ingiusto poichè si basa su questa serie di ipotesi false.

Non è vero che gli artisti non vengono pagati dato che Spotify paga per ogni ascolto. A dire il vero gli artisti guadagnano molto poco, siamo nell’ordine di centesimi di euro (da 0,001 a 0,005), un’inezia rispetto al download con 11 a 16 centesimi e al cd dove all’artista poteva anche andare 1 euro per ogni cd venduto. Daniel Ek si difende sostenendo che 500 mila ascolti di un brano su Spotify significano 6000 mila dollari, mentre se una radio ascoltata da 500 mila persone trasmettesse lo stesso brano, l’artista non guadagnerebbe praticamente nulla, idem con la pirateria.

Secondo Daniel Ek non è vero che Spotify fa male alle vendite è tutto da dimostrare il fatto che il calo ulteriore di cd e del download sia dovuto all’aumentare dello streaming: i download sono in calo altrettanto rapidamente in mercati in cui Spotify non esiste, come ad esempio in Canada. Inoltre ci sono artisti (Daft Punk, Calvin Harris, Eminem) che hanno venduto molto pur essendo molto ascoltati in streaming che quindi ha funzionato molto bene come canale promozionale.

Vendere musica o click

La streaming è l’unica cosa che funziona nel mercato della musica. Anche se contrariamente alle previsioni non ha eliminato la pirateria, l’avanzata degli smartphone sempre connessi ne favorisce la crescita. Il punto è che vendere musica oggi rende pochissimo: inutile negare quello che sostengono gli artisti, anche se le ragioni di Spotify precedentemente viste non sono campate in aria. Di mezzo ci sono interessi di miliardi di dollari. Se la musica online ha molto ridimensionato il ruolo delle major discografiche che per decine di anni avevano avuto in mano il monopolio del mercato musicale, oggi le cose per i musicisti non vanno meglio.

Vendere musica online fa guadagnare davvero poco, ma se gli artisti arrancano non si può non considerare che oltre al mercato è l’intera società ad essere cambiata e con essa i bisogni dei consumatori. Come massimizzare il valore della musica sia da un punto di vista economico e sociale? Daniel Ek sostiene di essere dalla parte degli artisti per convincere gli utenti a pagare quello che ascoltano. Il problema è che nei suoi calcoli ci sono le mega star, non i piccoli artisti e nemmeno i bei sentimenti. La musica si sta sempre più trasformando nell’arte del click che con l’anima c’entrano davvero poco.