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Iscrivere all’università i propri figli, dopo averli mandati al liceo classico, è ancora il modo migliore per prepararli al futuro e magari consentirgli di scalare qualche gradino della società?

Sicuramente qualche anno fa le cose andavano in questo modo e l’ascensore sociale funzionava, almeno parzialmente. Da allora è passato solo qualche anno ma sembra un secolo: in 10 anni una vera e propria fuga dalle università ha tagliato 60mila matricole e oggi le famiglie preferiscono mandare i figli agli istituti tecnici.

Complice la crisi e la mancanza di lavoro che malgrado il pezzo di carta non arriva, gli iscritti all’università in 10 anni sono calati del 17% passando da 338.482 a poco più di 280.000. Come se fosse scomparso un ateneo. Con gli italiani a caccia di lavoro sembra che la cultura in senso ampio (il fai da tè è una rarità preziosa come l’oro ma non rientra nelle statistiche) passi in secondo piano e non è un caso che contemporaneamente siano in forte calo anche gli iscritti ai licei mentre aumentano gli studenti degli istituti tecnici.

Tornando ai dati che riguardano le università, il Cun (Consiglio universitario nazionale) parla quasi di emergenza, visto che con le matricole calano anche laureati, dottorati, docenti (-22% dal 2006 al 2012) e risorse economiche. Non è un bene visto che l’Italia vanta già il triste primato di penultimo posto (34esimo) quanto a laureati rispetto alla media Ocse: il 19% tra i 30-34enni contro una media europea del 30%.

Con la mancanza di fondi in 6 anni sono scomparsi 1.195 corsi di laurea, 84 corsi triennali e 28 corsi specialistici e magistrali ma malgrado questi tagli molte università hanno conti in perdita e non riescono più a gestire laboratori, programmare corsi e ricerca. In questo contesto dove finiscono il valore del merito e della preparazione? C’è chi scappa all’estero ma la maggioranza per trovare lavoro si affida ad amici e parenti.