Come il turismo di massa sta trasformando la montagna, aumentando la pressione su ambiente, infrastrutture e comunità locali e ponendo nuove sfide alla sostenibilità.
Siamo abituati a parlare di turismo di massa per le città d’arte, le spiagge o i grandi monumenti, ma oggi anche la montagna sta diventando teatro di fenomeni di overtourism. Complice la voglia di fuggire dal caldo record estivo, che rende insopportabile stare in spiaggia o visitare le città, località, sentieri e rifugi sono ormai sottoposti a una pressione crescente. La montagna rischia così di trasformarsi da ambiente naturale in destinazione costruita dall’algoritmo e dalla ricerca della fotografia perfetta.
Il problema non è semplicemente il numero di persone che scelgono di andare in montagna. Il turismo può sostenere economie locali, mantenere aperti rifugi e servizi e offrire opportunità alle comunità alpine. La questione nasce quando i visitatori si concentrano oltre la capacità di un territorio, generando code, congestione, rifiuti, consumo di risorse e pressione sugli ecosistemi. Dalle Dolomiti all’Everest, casi molto diversi mostrano una stessa trasformazione: luoghi un tempo percepiti come remoti diventano improvvisamente mete di massa, spesso grazie alla loro enorme visibilità digitale.
Indice
- La montagna come meta di massa
- Quando la coda diventa esperienza
- Il caso dei bomboloni sulle Dolomiti
- Social network e turismo da algoritmo
- La cultura della montagna cambia
- Il costo ambientale dell’overtourism
- L’Everest e la pressione umana
- Come ridurre il turismo di massa
La montagna come meta di massa
Per molto tempo la montagna è stata associata soprattutto all’isolamento, alla fatica e alla difficoltà di accesso. Ma già tra gli anni Venti e Trenta del Novecento qualcosa cominciò a cambiare. Le grandi imprese alpinistiche trasformarono progressivamente le cime in luoghi capaci di attirare l’immaginazione del pubblico. Negli anni Trenta, considerati una delle grandi epoche dell’alpinismo italiano, protagonisti come Emilio Comici, Riccardo Cassin e Giusto Gervasutti portarono le grandi pareti sulle cronache e contribuirono a costruire il mito moderno della montagna.
La montagna comunque rimase per decenni un ambiente frequentato soprattutto da appassionati disposti ad affrontare fatica, dislivelli e condizioni difficili. Il turismo alpino non aveva ancora le caratteristiche odierne e l’escursionismo conservava una forte dimensione di esperienza personale. Camminare significava svegliarsi presto, affrontare sentieri spesso impegnativi, salutare le persone incontrate lungo il percorso e condividere un pasto semplice al sacco oppure la polenta in un rifugio. Per molti appassionati il trekking non era solo vacanza, ma una vera filosofia di vita legata al rapporto diretto con l’ambiente.
Dopo la Seconda guerra mondiale, la notorietà dell’alpinismo raggiunse un pubblico ancora più ampio. Le imprese di Walter Bonatti, insieme a quelle di altri grandi protagonisti come Reinhold Messner, contribuirono a trasformare lo scalatore in una figura riconoscibile anche al di fuori dell’ambiente alpinistico. Bonatti, in particolare, divenne una celebrità nazionale e internazionale attraverso imprese raccontate dalla stampa e successivamente attraverso libri e reportage. La montagna entrava così sempre più nell’immaginario collettivo, non soltanto come luogo da conquistare ma anche come destinazione da conoscere e visitare.
Oggi questa immagine convive con una realtà molto diversa. Impianti di risalita, strade, navette, strutture ricettive e comunicazione digitale hanno reso raggiungibili in poche ore luoghi che un tempo richiedevano preparazione, esperienza e fatica. È una trasformazione che ha reso i monti accessibili a un pubblico molto più ampio, ma che ha anche concentrato un numero crescente di visitatori nei luoghi più conosciuti. È qui che il turismo di massa in montagna può diventare un problema: quando l’accessibilità cresce molto più rapidamente della capacità del territorio di sostenere i nuovi flussi.
L’overtourism sui monti non significa necessariamente che un’intera regione sia invasa dai turisti. Spesso il fenomeno è molto più localizzato. Un sentiero panoramico, un lago, un passo, una terrazza, un rifugio o una funivia possono diventare improvvisamente sovraffollati mentre, a poche centinaia di metri di distanza, il territorio rimane quasi deserto. Questa distribuzione squilibrata dei flussi rende particolarmente complessa la gestione della montagna, perché la pressione può concentrarsi in aree ecologicamente fragili e difficili da organizzare.
Quando la coda diventa esperienza
Il cambiamento riguarda anche le aspettative dei visitatori. Non basta più raggiungere una destinazione: spesso si cerca un’esperienza riconoscibile, fotografabile e facilmente condivisibile. Il luogo ideale è quello che permette di ottenere la stessa immagine già vista online. In questo modo la popolarità digitale può rafforzare ulteriormente quella reale. Più un luogo viene mostrato, più persone desiderano raggiungerlo; più persone arrivano, più immagini vengono prodotte. È un circuito che può alimentare rapidamente il sovraffollamento e trasformare un angolo di montagna in una meta turistica di massa.
La presenza di una lunga coda in montagna sembra quasi una contraddizione. In teoria si sale in quota per allontanarsi dal traffico e dalla congestione delle città. Quando però centinaia di persone si dirigono verso lo stesso punto, il paesaggio può assumere caratteristiche simili a quelle di una destinazione urbana molto frequentata. Sentieri stretti, accessi limitati e spazi ridotti rendono inoltre la gestione dei flussi più complicata. Una fila davanti a un rifugio può sembrare soltanto curiosa, ma rappresenta un segnale della concentrazione turistica.
C’è poi un aspetto psicologico. Una destinazione affollata viene spesso percepita come una destinazione importante. Se molte persone sono disposte ad aspettare, il visitatore può interpretare quella attesa come una conferma della qualità dell’esperienza. La coda diventa così una sorta di certificazione sociale. Il turista non documenta soltanto ciò che ha mangiato, ma anche la prova di aver partecipato a un fenomeno collettivo.
Questo meccanismo può produrre una spirale difficile da interrompere. Le fotografie del luogo attirano nuovi visitatori, i nuovi visitatori producono altre fotografie e le immagini della folla dimostrano che la destinazione continua a essere popolare. Anche l’attesa viene trasformata in contenuto. La montagna rischia così di essere vissuta attraverso una sequenza di comportamenti imitativi: vedere, raggiungere, fotografare, pubblicare e incentivare altre persone a fare la stessa cosa.
Il caso dei bomboloni sulle Dolomiti
Un esempio particolarmente curioso è quello del rifugio Friedrich August, sul Col Rodella, in Val di Fassa. Il rifugio è conosciuto da anni anche per i suoi krapfen, ma nell’estate 2026 il fenomeno ha assunto dimensioni molto maggiori dopo la diffusione di video e fotografie sui social network. Il bombolone, consumato con il Sassolungo sullo sfondo, è diventato un’immagine altamente riconoscibile. In poco tempo il dolce ha smesso di essere soltanto una specialità del rifugio ed è diventato una vera attrazione turistica.
Le immagini delle lunghe file hanno poi alimentato ulteriormente l’interesse e del fenomeno si è occupata anche la stampa. Nei periodi di maggiore affluenza, i visitatori si sono trovati ad aspettare a lungo per acquistare il krapfen. Il paradosso è evidente: persone che raggiungono la montagna per godere del paesaggio finiscono per trascorrere una parte significativa della loro giornata in una coda. Eppure la fila non sembra necessariamente scoraggiare tutti. Al contrario, può diventare una prova della popolarità del luogo e quindi un ulteriore elemento di attrazione.
Il caso dei bomboloni è interessante proprio perché non riguarda una grande infrastruttura turistica o una famosa vetta. Un prodotto alimentare relativamente semplice è riuscito a concentrare un numero elevato di persone in un punto preciso. Questo dimostra quanto sia cambiato il meccanismo con cui vengono costruite le destinazioni turistiche. Una località non deve più essere famosa da decenni: può diventarlo rapidamente se un contenuto riesce a ottenere una grande diffusione. Il turismo di massa può quindi nascere anche intorno a un singolo oggetto, piatto o gesto.
Social network e turismo da algoritmo
Instagram, TikTok e le altre piattaforme non sono semplicemente strumenti attraverso cui raccontare un viaggio già deciso. Sempre più spesso partecipano alla scelta della destinazione. L’algoritmo tende a riproporre immagini simili a quelle che hanno già attirato l’attenzione dell’utente e può trasformare un luogo sconosciuto in una meta apparentemente imprescindibile. Questo fenomeno può essere definito turismo da algoritmo: non è più soltanto la guida turistica a suggerire dove andare, ma un flusso continuo di contenuti capaci di orientare il comportamento.
Il problema non è il fatto che le persone utilizzino i social per scoprire nuovi luoghi. La comunicazione digitale può essere preziosa per valorizzare territori meno conosciuti e sostenere piccole attività. La difficoltà nasce quando milioni di visualizzazioni si concentrano sullo stesso punto. Una piattaforma globale può inviare in poche settimane un numero di visitatori che una piccola località alpina non è strutturata per accogliere. La velocità della viralità può quindi superare quella con cui amministrazioni e operatori riescono ad adattare i servizi.
La ricerca della fotografia perfetta contribuisce inoltre a uniformare l’esperienza. Invece di esplorare un territorio, alcuni visitatori finiscono per inseguire una singola inquadratura già vista centinaia di volte. Il paesaggio diventa lo sfondo e l’oggetto protagonista può essere un dolce, una passerella, una panchina o una terrazza. Non è necessariamente un comportamento sbagliato, ma quando viene replicato da migliaia di persone nello stesso luogo produce un effetto collettivo che può superare rapidamente la capacità di carico dell’area.
La cultura della montagna cambia
L’overtourism in montagna non riguarda soltanto il numero di persone presenti nello stesso luogo. Esiste anche una dimensione legata ai comportamenti e alla conoscenza dell’ambiente. La crescente accessibilità dei monti ha portato sulle cime persone con esperienze molto diverse, e non tutti hanno familiarità con le regole, i rischi e le caratteristiche di un ambiente naturale. La montagna diventa così più democratica e accessibile, ma anche più difficile da gestire dal punto di vista culturale.
Camminare su un sentiero non significa semplicemente trasferire in quota le abitudini della città. Una radio che suona a tutto volume, rifiuti lasciati lungo il percorso, persone che escono dai tracciati per cercare una fotografia o comportamenti rumorosi possono sembrare episodi marginali, ma diventano significativi quando si moltiplicano per migliaia di visitatori. Il problema non è lo snobismo di chi pretende una montagna riservata a pochi esperti, ma il rispetto per uno spazio condiviso e per chi lo frequenta con aspettative diverse.
La ricerca della fotografia perfetta può accentuare questo cambiamento. Un luogo naturale viene talvolta percepito come uno scenario costruito per essere fotografato, mentre passano in secondo piano i suoi limiti, i suoi pericoli e il suo valore ambientale. La stessa dinamica che porta a cercare il bombolone con il Sassolungo sullo sfondo può spingere alcune persone a considerare un sentiero, una terrazza panoramica o una cima come un semplice set fotografico. L’immagine rischia di diventare più importante dell’esperienza.
Questo non significa che solo gli escursionisti esperti abbiano diritto alla montagna. Al contrario, la possibilità per un pubblico sempre più ampio di frequentare i territori alpini è un fenomeno positivo e può contribuire alla conoscenza e alla tutela dell’ambiente. Ma l’accessibilità deve essere accompagnata dall’educazione. Conoscere le regole dei sentieri, rispettare il silenzio, non lasciare rifiuti, mantenere le distanze dalla fauna e capire i propri limiti sono comportamenti semplici che fanno parte della cultura della montagna.
La sfida del futuro sarà quindi anche educare al modo di frequentare i monti. Informazioni più chiare, comunicazione sui social, indicazioni nei parcheggi e nei punti di accesso, campagne di sensibilizzazione e una maggiore collaborazione tra operatori e istituzioni possono aiutare a costruire questa consapevolezza. Il turismo non deve necessariamente diventare elitario per essere sostenibile: deve però diventare più responsabile, perché un ambiente naturale non può essere trattato come un semplice spazio ricreativo senza limiti.
Il costo ambientale dell’overtourism
L’impatto del turismo di massa in montagna non si misura soltanto contando i visitatori. Ogni persona utilizza acqua, produce rifiuti, consuma energia e contribuisce al traffico necessario per raggiungere la destinazione. In quota questi effetti possono diventare più difficili da gestire. La raccolta dei rifiuti è più complessa, le infrastrutture sono limitate e gli ecosistemi possono essere particolarmente vulnerabili al calpestio, all’erosione e alla presenza prolungata di grandi gruppi.
Anche la mobilità rappresenta una componente importante. Quando migliaia di persone raggiungono la stessa valle durante un fine settimana, la congestione può interessare strade, parcheggi e impianti di risalita. Il traffico non si ferma ai fondovalle: l’aumento dei visitatori comporta maggiori necessità logistiche per rifornire rifugi, alberghi e ristoranti. Il paradosso è che la ricerca di un ambiente naturale può produrre una quantità crescente di infrastrutture e consumi necessari a sostenere l’afflusso.
Sulle alte montagne il problema assume caratteristiche ancora più delicate. L’Everest dimostra che perfino un luogo apparentemente lontanissimo dalle dinamiche del turismo convenzionale è ormai inserito in un sistema economico e logistico internazionale. Il campo base non è una città, ma durante la stagione alpinistica ospita una comunità temporanea composta da alpinisti, guide, portatori, personale e operatori. La concentrazione stagionale rende quindi fondamentale considerare non soltanto il numero assoluto di visitatori, ma anche dove, quando e per quanto tempo essi si concentrano.
L’Everest e la pressione umana
Il caso dell’Everest mostra il problema a una scala completamente diversa. Uno studio pubblicato nel 2026 su Regional Environmental Change ha analizzato gli effetti delle attività umane sull’Everest Base Camp, situato sul ghiacciaio Khumbu. Gli autori hanno considerato il consumo di combustibili utilizzati per cucinare, riscaldare e produrre elettricità, oltre al calore associato alle attività umane. L’obiettivo è comprendere come una presenza stagionale sempre più intensa possa interagire con un ambiente glaciale già sottoposto agli effetti del cambiamento climatico.
Secondo lo studio, durante la stagione primaverile di arrampicata del 2023, l’energia termica complessivamente associata alle attività analizzate all’Everest Base Camp è stata stimata in circa 849 mila megajoule. I ricercatori hanno calcolato che questa quantità sarebbe sufficiente, come equivalente energetico teorico, a fondere circa 2.492 tonnellate di neve e ghiaccio. Il dato non significa che quella massa di ghiaccio sia stata effettivamente sciolta soltanto dalle persone presenti al campo: serve piuttosto a quantificare l’ordine di grandezza dell’energia prodotta localmente.
Ancora più significativo è il confronto delle temperature superficiali. Analizzando dati satellitari Landsat dal 1991 al 2023, la ricerca ha rilevato nell’area dell’Everest Base Camp un aumento della temperatura superficiale di circa 0,28 °C all’anno. Si tratta della temperatura della superficie rilevata dai satelliti e non della temperatura dell’aria. Secondo gli autori, il ritmo è circa il doppio di quello osservato sulla superficie del ghiacciaio Khumbu immediatamente adiacente. Il risultato sottolinea quindi l’interazione tra riscaldamento globale e attività locali, senza confondere i due fenomeni: il cambiamento climatico rimane il fattore di fondo, mentre la presenza umana aggiunge ulteriori pressioni.
Il confronto con le Dolomiti non significa naturalmente mettere sullo stesso piano una fila davanti a un rifugio e la pressione esercitata sul ghiacciaio Khumbu. Le scale sono completamente diverse. Il punto comune è però la concentrazione delle attività umane in ambienti naturali con risorse e capacità di assorbimento limitate. In entrambi i casi diventa quindi importante interrogarsi non soltanto su quante persone visitano una montagna, ma anche su come i flussi vengono distribuiti e gestiti.
Come ridurre il turismo di massa
Contrastare l’overtourism non significa chiudere la montagna al turismo. Una soluzione efficace deve cercare un equilibrio tra accessibilità, economia locale e tutela ambientale. Una delle strategie più semplici consiste nel distribuire meglio i flussi, promuovendo itinerari e località alternative e riducendo la pressione sui punti diventati improvvisamente famosi. La montagna offre migliaia di percorsi e panorami, ma la comunicazione digitale tende a concentrarsi su un numero ristretto di immagini. Cambiare questa dinamica può ridurre la congestione.
Un’altra possibilità consiste nell’introdurre sistemi di prenotazione, contingentamento o accesso regolamentato nei luoghi che raggiungono livelli critici di affollamento. Non tutti i territori hanno bisogno delle stesse regole. Un sentiero fragile, un ghiacciaio, una passerella panoramica o una piccola area di sosta possono richiedere limiti molto diversi rispetto a una località dotata di infrastrutture adeguate. La gestione dei flussi deve quindi essere costruita sulla capacità reale del territorio e non soltanto sulla domanda turistica.
Anche i social network possono diventare parte della soluzione. Se un contenuto virale può concentrare migliaia di persone, la stessa capacità comunicativa può essere utilizzata per promuovere periodi meno affollati, percorsi alternativi e comportamenti rispettosi. Nel caso dei rifugi, per esempio, comunicare tempi di attesa, modalità di accesso e possibilità differenti può aiutare a evitare spostamenti inutili. La sfida non è eliminare la popolarità, ma impedire che la popolarità di un singolo contenuto si trasformi automaticamente in sovraffollamento.
Il futuro del turismo di montagna dipenderà quindi dalla capacità di passare dalla semplice crescita dei visitatori alla gestione della qualità dell’esperienza. Il caso dei bomboloni sulle Dolomiti può sembrare una curiosità estiva, mentre quello dell’Everest appare infinitamente più complesso. In realtà entrambi raccontano una trasformazione simile: la capacità della comunicazione contemporanea di concentrare rapidamente le persone in luoghi che hanno risorse e spazi limitati. La montagna non deve necessariamente diventare meno accessibile, ma deve diventare più consapevolmente gestita.








