scarpe bambino

Se avete provato l’avventura di proporre all’industria discografica un qualsiasi prodotto musicale, forse vi sarete posti più di una domanda sul fatto che quello fosse davvero il posto giusto dove portare della musica.

A fare emergere ulteriori dubbi sull’argomento ci pensa un documentario uscito nel 2006 in America, ma ancora oggi più che mai attuale. Un film realizzato dalla attrice e regista Rosanna Arquette che parla di musica, business e… scarpe: alla fine che differenza c’è?

Il fatto di essere stata una compagna di Peter Gabriel non ha certo impedito alla Arquette di realizzare “All We Are Saying”, che è andato in onda sul canale via cavo Showtime. Altro che frustrazione dall’ennesimo colloquio con una major finito in un “è’ bellissimo, ma se le radio poi non lo passano?”. Il film è un vero e proprio atto d’accusa contro la musica commerciale.

Non si tratta di negare la legittima necessità di vendere musica, di farne un business che possa produrre reddito, lavoro, ricerca ecc.. Eppure è anche vero che non si può pensare di puntare esclusivamente al Dio denaro, trasformando arte, emozioni e talento in puro commercio e la musica in un prodotto simile a scarpe o mutande.

A lanciare queste ed altre precise accuse contro l’industria musicale, sono 55 star internazionali che partecipano al film, tra cui Sting, Elton John, Sheryl Crow, Peter Gabriel, Annie Lennox, Joni Mitchell, Patti Smith, Marilyn Manson, oltre a vari musicisti di gruppi come Aerosmith e Radiohead.

“L’industria musicale non sa la differenza tra cavoli e limoni” dice David Crosby, leggendario cantante americano, “mette una nana come Britney Spears sullo stesso piano di un gigante come Joni Mitchell”, mentre altri mostri sacro del rock se la prendono con Mtv che “ha trasformato la musica in uno spettacolo tipo wrestling: “tutto è finto ma nessuno si lamenta”.

Sul banco degli imputati le grandi multinazionali dello spettacolo che adottano le stesse logiche di produzione, marketing e vendita, sia che si tratti di cd, scarpe o hamburger. Il documentario fa una analisi spietata di strutture dirette da manager presi in prestito da industrie di acqua minerale e whisky, privi di passione per la musica e incapaci di cogliere la differenza tra una spedizione di casse di birra, cd e musica online.

Spazio allora a parrucchieri, stilisti e truccatori, insieme a mirate indagini di mercato che sappiano costruire personaggi ad hoc per il pubblico più vulnerabile al consumo. E così la musica non è più protagonista ma comparsa, lontana anni luce dall’essere ispirazione libera e ideale, condita magari da quel pò di ribellione che ha prodotto ogni sano genere musicale moderno, dal rock in poi.

Se pensate che questi concetti siano vecchi o non vi tocchino, vedetevi All We Are Saying e poi magari riflettete su un pensiero: “Fra le arti la musica ha un posto preminente, essa non deve mirare al divertimento ma a formare armoniosamente la personalità dei futuri cittadini temperandone le passioni”. L’ha scritto Platone, qualche tempo fa…

A 6 anni dall’uscita del film i discorsi sulla perdita di qualità dei prodotti e della scarsa consapevolezza delle masse sembrano piuttosto riguardare tutto lo scibile umano, dalla politica in avanti, mentre alla fine le major musicali sono messe in crisi dalla pirateria online e dalla bulimia del presunto ‘tutto gratis’ piuttosto che per l’avvento della qualità e di nuove opportunità offerte agli artisti dal web. Chissà che non sia davvero arrivato il momento di fare due passi indietro: i risultati di un universo valoriale basato solo sulle cose sono sotto gli occhi di tutti.