Musica e cultura possono essere una importante risorsa per lo sviluppo economico e sociale delle nazioni. Qual è il ruolo della conoscenza per generare benessere, lavoro e ricchezza nella società contemporanea?

Parlare di cultura non è sempre semplice in Italia, ma in generale anche in Europa e nel mondo. Molti governi fanno cadere i tagli della crisi economica sulle risorse destinate all’istruzione, oppure su musica, arte, teatro e cinema. Si parte dal principio che questi settori non possano generare sviluppo economico e ricchezza tra la popolazione intera, ma piuttosto essere passatempi di lusso per le élite. Basta dare un occhio al numero di libri letti dalla popolazione italiana per capire quale sia il sentire comune.

Vivere di cultura in Italia non è facile e spesso si è costretti a giovare in difesa, sottolineando come la ricchezza di arte, musica e sapere non debba avere solo una valenza economica, ma riguardare un generale benessere sociale. Di certo la cultura italiana è un bene e un tesoro comune da preservare comunque e ad ogni costo e non a caso ne parla anche l’articolo 9 della Costituzione che prevede la ‘tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione’. In questo articolo cercheremo di capire perchè investire in cultura, arte e creatività al giorno d’oggi è un grande affare per tutti, specialmente per le persone.

Il valore della creatività

Acquisire informazioni sul valore della creatività è un buon punto di partenza per non disperdere le migliori energie e rendere tutte le persone consapevoli dell’importanza del settore. Italiacreativa è un primo studio che prende in considerazione l’intera gamma dei settori della creatività tra architettura, libri, radio, arti performative, musica, televisione e home entertainment, arti visive, pubblicità, videogiochi.

L’industria della cultura in Italia genera 46,8 miliardi di euro, di cui 40 direttamente riferiti direttamente alla invenzione e produzione di opere e servizi culturali e creativi. Tanto per avere un’idea e smentire categoricamente chi ancora oggi pensa – e sono in tanti – che ‘con la cultura non si mangia’, siamo sopra le telecomunicazioni (39 miliardi) e appena sotto l’industria automobilistica (49 miliardi). E infatti le persone che lavorano nel settore della creatività sono circa 850 mila, il 3,8% dei lavoratori italiani che muovono complessivamente il 2,9% del PIL.

I creativi veri e propri sono circa la metà, mentre la restante parte dei lavoratori impegnati nel settore culturale svolge attività di tipo tecnico amministrativo. Ci sono settori in cui le proporzioni di chi vive di ‘sole idee’ sono maggiori (musica, pubblicità, arti visive e videogiochi). Se in testa ai settori più remunerativi ci sono televisione, arti visive e pubblicità, per quanto riguarda i comparti che occupano più persone ci sono arti visive, musica e arti performative hanno tutte oltre 150 mila occupati.

Sviluppo economico culturale

Per approfondire ulteriormente il rapporto tra cultura e sviluppo economico si può citare anche lo studio realizzato dalla Fondazione Symbola e Federculture. In questo rapporto non si parla di valore sociale o di benessere spirituale della cultura, di cui pure le persone devono avvalersi per stare bene, essere soddisfatte ed invecchiare in salute. Questi dati dicono piuttosto la cultura in Italia da lavoro a 1,5 milioni di persone, oltre il 5% dei lavoratori italiani, ma non solo. Muove interessi per circa 90 miliardi di euro producendo il 5% della ricchezza nazionale, più del settore energetico o di quello dell’auto.

La ricchezza del settore culturale considerando anche l’indotto sale a 250 miliardi, ovvero il 16,7% della ricchezza nazionale, con un 18% di forza lavoro. In primo piano da un punto di vista economico troviamo i settori del cinema, televisione, musica, editoria e videogiochi, ma anche l’architettura e il design. Si tratta di un made in Italy ricco di idee e talenti che vedono Veneto, Marche, Friuli Venezia Giulia, Lazio e Toscana tra le regioni più attive sul fronte delle industrie culturali.

In Italia gli ultimi dati parlano di un turismo culturale costituito da 24 milioni di persone, per un pubblico totale nei musei di oltre 53 milioni di persone. Secondo una ricerca del Boston Consulting Group l’impatto sullo sviluppo economico dei soli musei italiani statali, che rappresentano il 10% dell’offerta museale complessiva italiana, è di 27 miliardi di euro, ovvero l’1,6% del Pil, con una offerta di lavoro per 117 mila persone.

Perchè investire in cultura

In generale le potenzialità di sviluppo economico legato alla cultura in Italia non sono differenti da quelle in ogni parte del mondo e sono destinate ad aumentare nel futuro. In un mondo sempre più concentrato sulle emozioni, anche dal punto di vista del marketing e della comunicazione, non è più il prodotto ad essere al centro nelle dinamiche aziendali, ma la sua percezione da parte del pubblico. Ecco perchè investire in cultura potrebbe essere una scelta vincente anche per le nuove generazioni alla ricerca di sbocchi professionali remunerativi e gratificanti.

Il settore culturale allargato a moda, arte contemporanea e alle produzioni video e multimediali è in rapido sviluppo. Ogni giorno vediamo nuovi esempi di come il rapporto tra creatività e comunicazione sia sempre più stretto. Inoltre l’avvento di dispositivi come gli smartphone consente di fruire in ogni momento di nuovi contenuti. Chi saprà produrli nel modo più convincente, è destinato ad avere buone prospettive nel mondo del lavoro. Le specializzazioni universitarie creative potranno addirittura scavalcare le vecchie lauree, un tempo blasonate da un punto di vista professionale, ma oggi decisamente inflazionate.

Le tradizionali fonti di crescita e di benessere socio economico non bastano più a rappresentare e promuovere sviluppo e innovazione e a creare nuovi posti di lavoro. In Italia idee e talenti non mancano, ma non basta. La creatività occupa molte più persone di settori come la moda e il lusso o la stessa industria automobilistica, ma in proporzione alla forza lavoro rende molto meno. La sfida è ridurre questo gap, incrementando il valore economico a livello dei paesi europei più sviluppati, ovvero al 3,1% per un 3,5% del prodotto interno lordo.

Fare città a misura musica

Le opportunità di sviluppo economico della cultura riguardano ovviamente anche la musica, bistrattata in Italia ad ogni livello, ma in grado di offrire una serie infinita di vantaggi sociali, culturali ed economici, a partire dal definire meglio l’identità di una città aumentandone la coesione sociale, fino al vedere incrementato il turismo, per finire con la creazione di nuovi posti di lavoro. Affinchè ciò accada sarebbe necessario adottare una serie di politiche in collaborazione con le amministrazioni cittadine. Quali?

Le politiche virtuose per incrementare lo sviluppo economico a suon di musica le ha definite ad esempio il rapporto The Master of a music city realizzato per il Midem, la più grande fiera internazionale della musica, dall’Ifpi, International Federation of the Phonographic Industry. Creare città music friendly non richiede necessariamente forti investimenti. Spesso si tratta semplicemente di favorire le comunità di musicisti locali, creare leggi semplici per regolamentare la musica live che semplificano la vita burocratica ad artisti, produttori, impresari, pub, locali e imprenditori, piuttosto che offrire alloggi a prezzi accessibili per gli appassionati.

Musica e sviluppo economico

Una buona politica per creare città a misura di musica prevede anche un occhio di riguardo per pubblico, che deve accedere ai luoghi dedicati alla musica con facilità e potere trovare generi di nicchia, musicisti locali e artisti internazionali di livello sia in piccoli club che in festival musicali. Sforzi sarebbero vani senza un pubblico consapevole, educato da un punto di vista musicale e con una precisa identità. Ancora una volta sarebbe compito della politica creare programmi di educazione musicale accessibili e aperti a tutti, magari a partire dalle scuole dell’obbligo.

Se tutto ciò si verificasse non sarebbe solo una buona occasione per le case discografiche che vedrebbero incrementare il pubblico per i concerti dei propri artisti. Certo probabilmente le vendite di dischi aumenterebbero e i proprietari dei piccoli locali di musica live potrebbero vendere qualche birra in più, ma ci andrebbe di mezzo – ovviamente in positivo – la qualità della vita delle persone. Senza considerare che un pubblico incentivato ad uscire di casa per godere di buona musica è anche un pubblico che spende in altri beni e servizi.

Creatività a Milano è di moda

Un esempio di come mettere cultura e arte al centro possa favorire lo sviluppo arriva da Milano, diventata in questi anni un importante luogo dell’economia della conoscenza e tra le città meglio classificate in ricerche internazionali come la Cultural and creative cities monitor elaborata dall’Unione Europea. Analizzando 168 città di 30 paesi, questo dossier fornisce nuovi strumenti di confronto e stimolo per gli amministratori interessati ad investire in strutture ricettive, ambientali e d’incontro per favorire i creativi. Certo è anche un motivo di orgoglio per i cittadini che vivono nelle città più virtuose.

Milano non è più solo moda e commercio, ha sfruttato il volano dell’Expo per diventare uno dei più importanti centri internazionali dell’economia della conoscenza. Una vivacità culturale sui livelli di Parigi, Vienna, Praga, Monaco e Bruxelles, per campi che vanno dalla moda, al design fino all’arte, alla musica e al teatro. I tanti eventi organizzati da istituti culturali privati e pubblici hanno sviluppato una offerta davvero ampia di cultura e arte. In pochi anni la città ha cambiato volto diventando una irresistibile attrattiva per start up, giovani creativi in cerca di opportunità professionali e per milioni di turisti italiani e stranieri.

Milano tra cultura e arte

Se da un lato cresce l’offerta di spazi espositivi come i musei civici, dall’altro aprono nuovi spazi privati come il Mudec (Museo delle Culture) oppure la Fondazione Prada e l’Armani Silos. A cadenza regolare si organizzano manifestazioni e festival di ogni genere, spesso gratuiti come Piano City per la musica e Bookcity per i libri, capaci di attrarre in modo trasversale pubblico di ogni età ed estrazione. Ogni anno ci sono fiere internazionali di alto livello come il Milano Fashion Week o la Fiera del Mobile, che con il Fuori Salone trasforma ogni luogo della città in happening di design internazionale.

Importanti sono le attività svolte in luoghi come il Base, mentre altri spazi di coworking organizzano incontri e convegni per startup e multinazionali e sono diventate dei veri e propri laboratori di idee e sviluppo. Le folle di persone in giro in Piazza Duomo o sui Navigli testimoniano il nuovo entusiasmo che si respira nelle vie di Milano, arrivata a quasi 6 milioni di visitatori nei musei, stesso numero di Parigi. E se un tempo lo stesso milanese lasciava la città durante il weekend per andare al mare o in campagna, oggi si può vantare di rimanere nella metropoli per scoprire un angolo della città ancora inesplorato.

Cultura è sviluppo e innovazione

La cultura comprende parole come educazione, istruzione, ricerca, conoscenza. Riconoscere il suo valore è l’unico modo per fuggire dal cinismo imperante della società creando identità, benessere e sviluppo. D’altronde anche gli economisti sono sempre più concordi nel non definire la parola sviluppo come semplice somma algebrica di un reddito procapite destinato al consumo. Gli indicatori di benessere di una nazione sono fatti anche e specialmente di arte, musica, ambiente, sensibilità e rispetto.

In Italia più che altrove purtroppo sembra che queste parole vengano da troppo tempo più o meno consapevolmente ignorate da governanti scaltri o dalla corta prospettiva storica. I risultati si vedono: la crisi ora peggiora le cose, il taglio di fondi statali e la mancanza di incentivi può mettere l’industria creativa e la stessa economia con le spalle al muro. Eppure le immense risorse del nostro paese, se meglio amministrate, potrebbero essere decisive per una crescita economica competitiva dell’Italia.

Favorire creatività e sviluppo

Viviamo in un’epoca dove tutti fotografano, registrano, scrivono, producono cose anche indescrivibili, sentendosi fotografi, registi, scrittori, produttori e cantanti. Eppure mai come oggi si sente il bisogno di una cabina di regia capace di interpretare e aiutare lo sviluppo delle potenzialità della vera creatività basata su passione e conoscenza, l’unica in grado di favorire uno sviluppo sociale, culturale ed economico che premi merito e talento.

In Italia molte persone trovano ancora la parola cultura scomoda, antipatica o insignificante. Per favorire lo sviluppo economico culturale sarebbe innanzitutto necessario che le istituzioni avessero piena consapevolezza delle potenzialità di crescita del settore. Ciò andrebbe a tutto vantaggio anche di chi si occupa di formazione come maestri e insegnanti, i primi protagonisti di tutta la filiera della creatività. Per aumentare la percezione del valore della cultura poi sarebbe necessario garantire ai lavoratori della creatività gli stessi diritti e doveri degli altri settori professionali.

In Italia il solo fatto di volere vivere con le proprie idee è sinonimo di precarietà e contratto atipico, quasi come se lo sfruttamento fosse una conseguenza diretta della voglia di esprimere il proprio talento, ad esempio in ambito artistico. Ciò ovviamente scoraggia in partenza qualsiasi giovane si ponga solidi obiettivi di vita. Anche lavoro autonomo e start up in Italia dovrebbero essere molto più incentivate e aiutate, così come la formazione di chi si occupa di creatività, favorendo percorsi di studio direttamente all’interno delle aziende.