street art
Banksy - Follow your dreams (2010)

Muri e spazi pubblicitari abbandonati diventano i luoghi prediletti dalla street art mentre spazi verdi e forme di design partecipativo animano i cittadini sensibili al degrado. Laboratorio artistico a cielo aperto?

La street art vuole dialogare con il luogo e la gente, confrontarsi con il sistema e anche denunciare le ingiustizie. Gioca sulle dinamiche sociali insite nel luogo dove l’opera viene prodotta e sull’impatto visivo immediato: anche una sola domanda è sufficiente per mettere in moto la coscienza della gente. Una forma d’arte che parte da lontano ma che negli ultimi anni vede una vera e propria esplosione di murales in tutto il mondo.

Ma oltre alla street art esistono altre forme di arte urbana come lotta pacifica e colorata capaci di sensibilizzare e di unire le persone. Ne fanno parte i cosiddetti movimenti spontanei di Guerrilla gardening nati dalla necessità di rendere più vivibile la propria città che organizzano azioni mirate per creare aree verdi. C’è anche chi decora panchine, pali della luce e qualsiasi oggetto all’uncinetto (Guerrilla Knitting) e nello stesso tempo pone all’attenzione problematiche sociali (Pothole Knitting) come la necessità di riparare buche e crepe sulle strade cittadine.

Cos’è la street art

In questo ecosistema per migliorare le cose o comunicare concetti si parla di street art, muralismo e arte urbana, ma ancora non esiste una definizione precisa in ambito artistico. E’ un movimento o una forma d’arte contemporanea? Gli stessi artisti se lo domandano perchè è difficile circoscrivere un movimento in continua evoluzione. Del resto è la natura stessa della stessa street art che va contro il sistema e i limiti imposti.

Nelle sale del potere si prendono decisioni che riguardano tutta l’umanità, mentre fuori, sui muri delle strade periferiche, ci sono artisti che esprimono la propria creatività nelle forme più diverse, in particolare contro un sistema che cerca di reprimere e di omologare tutti. Non importa se poi alcune opere sono tra le più quotate al mondo. Ma la street art può essere anche altro. Forse un modo per riqualificare le zone periferiche e attrarre turismo?

Street art e cultura americana

Nel cercare le origini della street art è impossibile non cominciare dall’America e come la California insegna, nella sola San Francisco ci sono 776 opere da ammirare. Molti artisti di strada si esibiscono sui muri abbandonati dei quartieri cittadini che si trasformano in vere e proprie mete turistiche. Ci sono murales creati anche negli anni Settanta che resistono alle intemperie e arrivano fino ai giorni nostri, firmati da artisti oramai famosi in tutto il mondo: un’occasione per scoprire luoghi insoliti fuori dai circuiti turistici.

Grazie a fotografia e social è possibile catalogare destinate a scomparire con il tempo e nello stesso diffonderle nel mondo. Tanto che esistono applicazioni per smartphone con percorsi guidati a disposizione per gli amanti del genere. Lo stesso Keith Haring elogiava la città con luogo prediletto per esprimere la sua arte. Non a caso la suo ultimo lavoro prima di morire fu un murales. Realizzato nel 1989 occupa 180 metri quadrati della parete esterna della canonica della chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa. ‘Tuttomondo‘ è il titolo dell’opera definita tra i suoi progetti più importanti

Murales in Italia

Da sempre nelle città italiane quando si parla di street art le polemiche non mancano. Legale o illegale, fuori o dentro il mercato, lontano da ogni definizione. Di certo è un fenomeno in continua evoluzione. Non resta che osservare i lavori dei maggiori esponenti italiani come Blu, Ericalcane, Ozmo, Alice Pasquini, Pao e  Millo solo per citarne alcuni. Le loro opere riempono muri di città come Milano, Torino, Padova, Bologna, Genova, Firenze, Roma fino a Bari e Palermo, ma anche di piccoli paesi meno conosciuti.

Il progetto di Assemini, comune della città metropolitana di Cagliari ne è la prova. Una cittadini che ha voluto cambiare look e si è affidata alla cura di artisti locali liberi di esprimere la propria arte sui muri della cittadina. Le tecniche utilizzate sono le più disparate. Stencil, pray, sticker, muralismo, poster spesso si mescolano tra loro adattandosi all’ambiente e alla tematica che l’artista vuole esprimere. Il tutto anche come volano turistico dato che è possibile assistere a performance dal vivo partecipando a Festival di street art organizzate in paesi dimenticati e periferie di grandi città.

Street art in Europa e nel mondo

Berlino è tra le capitali all’avanguardia nella street art. Custodisce il più grande murale al mondo fatto su un edificio abitato. Come vedete qui sopra si tratta di 22mila metri quadri di affresco distribuito su tre palazzi in maniera continuativa. Ma altri esempi eccezionali sono presenti sul territorio. Non a caso proprio a Berlino nasce il primo museo dedicato alla street art. Si chiama Urban Nation museum ed è un luogo privilegiato per la ricerca, tra esposizioni e programmi educativi.

Bristol in Gran Bretagna si difende bene. Qui è facile trovarsi di fronte a un murales d’autore e gallerie d’arte. La firma è quella di Banksy tra i più famosi writers al mondo all’opera nella sua città natale. E non è il solo. A partire dagli anni 90 sono accorsi artisti da tutto il mondo pronti ad esprimersi. Interi quartieri si sono trasformati in cattedrali artistiche. Arte decorativa e di denuncia politica, tutto è concesso. Esiste la possibilità di seguire un percorso organizzato alla scoperta della street art.

Uscendo dall’Europa a Dubai negli Emirati Arabi la street art rende più attraenti grattacieli, centri commerciali e palazzi di lusso. Un museo alla luce del sole dedicato alla street art proprio nel quartiere centrale. Diversi sono gli artisti di fama internazionale che hanno partecipato al progetto decorativo con disegni di splendida fattura. Tecniche più disparate si confondono tra questioni sociali e politiche senza dimenticare mondi fantastici. Blek Le Rat, Aiko e Nick Walker sono solo alcuni dei nomi più importanti artisti emergenti sulla scena internazionale.

Altri movimenti partecipativi

Di Guerrilla gardening si è sentito parlare per la prima volta nel 1973, quando un gruppo di ambientalisti trasformò un terreno abbandonato in una zona di New York in un giardino. Da allora la parola è diventata sinonimo di consapevolezza per le tematiche ambientali, con attacchi a base si semi di fiori e piante applicate principalmente in contesti cittadini, magari degradati, fino a diffondersi e trasformarsi in movimenti internazionali.

Un esempio è il Guerrilla Knitting nato in America nel 2004 da mani sapienti, decise a dare un tocco di colore a panchine, pali, staccionate e cancelli. Si avvicina al Yarn Bombing (bombardamento di filati) detto anche Fabric Graffiti Movement ideato da due ex writers di Minneapolis. E cosa dire del Pothole Knitting? Si tratta di una deviazione del Guerrilla Knitting, più centrato su un rapporto con la strada e in particolare sui buchi e le crepe nell’asfalto pericolose soprattutto per i ciclisti. Meglio coprirle con maglieria e uncinetto colorato per enfatizzare il problema e sensibilizzare così l’opinione pubblica.

Se invece si pensa di piantare una piantina o un tulipano in strada, ecco che si passa al così detto Guerrilla Gardening e Design Partecipativo in cui i giovani attivisti si trovano letteralmente a tappare buchi nell’asfalto con piantine e tulipani o a riutilizzare vecchie cabine del telefono come serre per coltivare piantine di vario genere grazie al coinvolgimento degli abitanti della zona. Gli esempi si moltiplicano insieme a idee e progetti firmati da veri e propri artisti che si sono fatti strada in questa insolita forma d’arte, un esempio è Agata Olek che nel 2002 ha ricoperto il toro di bronzo di Wall Street con un maglione rosa e blu mentre Juliana Santacruz è impegnata nel ‘mettere in evidenza’ buche e crepe nell’asfalto di Parigi.

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