Giornale finanziario

Lo streaming musicale è l’unico sistema che sembra avere futuro nel mercato della musica insieme ai live. Canzoni e finanza si sono incontrati portando Spotify a quotarsi in borsa: a quale prezzo per investitori, artisti e pubblico?

Gli ultimi dati sul mercato della musica sottolineano la costante crescita dello streaming musicale a discapito di download, mp3 e vendite di cd. D’altronde basta uno smartphone connesso in rete e il gioco è fatto. Il sistema è comodo, costa poco e consente di scoprire e condividere nuove canzoni da un catalogo di brani infinito. Ma come fa ad essere sostenibile economicamente un prodotto che non esiste e si può avere gratis?

Partiamo da una certezza: la forza della musica rimane intatta anche in un’era di crisi economiche e sociali come questa. Altrimenti non si spiegherebbe l’interesse per i concerti di ogni genere e grado. Forse la musica sta ritrovando il suo valore? Se non proprio nei contenuti e dal punto di vista artistico, almeno da un punto di vista economico qualcosa sta succedendo. Ma il profitto si è spostato: dov’è andato? Più della metà del fatturato totale dell’industria della musica degli Stati Uniti arriva dai concerti, poi c’è lo streaming.

Economia streaming musicale

Spotify è il maggiore servizio di streaming nella musica, nato nel 2008 anche se sembra passato un secolo, quando esistevano ancora gli iPod. La giovane startup svedese aveva visto lungo, il desiderio di possesso nella musica stava finendo. Oggi Spotify conta su oltre 100 milioni di utenti, di cui circa la metà abbonati e paganti. Eppure fin dall’inizio molti si erano mostrati perplessi sulla sua sostenibilità economica. Racimolare quanti più utenti possibili, offrendo musica gratis da ascoltare in cambio di spot, d’altronde aveva un prezzo.

La crescita di Spotify si è basata, oltre che sul lavoro dei musicisti, sui quattrini ricevuti dai fondi di investimento internazionali. Questo perchè malgrado l’ottima idea di partenza, i costi di gestione a livello tecnologico e le spese per gli accordi stipulati con le major discografiche sono sempre stati enormi. A fronte di un fatturato annuo di miliardi di euro, in aumento costante anno dopo anno, Spotify ha continuato a perdere centinaia di milioni di euro. Dopo dieci anni di perdite sarebbe stato lecito chiedersi: ma lo streaming musicale potrà mai essere redditizio?

Canzoni quotate in borsa

Invece Spotify ha continuato a perdere quattrini come niente fosse fino al suo debutto alla borsa di Wall street nel 2018. Tutto è andato a gonfie vele, il titolo ha superato ampiamente le stime iniziali di 132,50 dollari, portandosi oltre quota 169 dollari. Poi il valore è un pò calato, ma complessivamente non c’è stata nessuna grande sorpresa e anche oggi la valutazione è su buoni livelli. Perché? E’ cambiato il ruolo del profitto in tutte le imprese tecnologiche, concentrate solo sulla crescita finanziaria veicolata da utenti che, anche se non ascoltano, magari spendono.

I risultati di Spotify in borsa stanno a significare che esiste un nuovo ecosistema commerciale che se ne infischia degli utili a breve termine e del valore economico di un settore nell’immediato. Ciò che conta è la redditività a lungo termine di azionisti, investitori e fondatori. Oggi la società vale quasi 30 miliardi di dollari e il suo fondatore, con il 27% delle azioni, ha un patrimonio di oltre 7 miliardi di dollari. I musicisti devono essere contenti? Negli ultimi anni è proprio grazie allo streaming che il mercato musicale si è ripreso dopo anni di calo generalizzato del fatturato. Ma c’è chi sostiene che sia anche la causa di tutti i mali.

Lo streaming è nato sulle macerie del mercato musicale fisico facendo prevalere logiche piratesche e comodità con canzoni offerte gratis o a basso prezzo. In questo modo il pubblico ha mollato non solo i cd, ma anche gli mp3, unico formato digitale ad offrire buoni margini di guadagno. Per pareggiare un download di mp3 servono fino a 1000 ascolti in streaming. Oggi di mp3 si parla sempre meno e come i cd sembrano appartenere ad un’era tecnologica superata, perfino un pò triste. Tutt’altra cosa rispetto al fascino dei vinile, comunque relegati ad una nicchia del 6% nel mercato globale.

Guadagni per gli artisti?

Se dal punto di vista finanziario lo streaming sembra reggere e gli analisti vedono un futuro roseo, essere scesi a patti con il diavolo assecondando il diffuso concetto della musica gratis veicolata da peer to peer e file sharing, nascondeva dei rischi. E in effetti un pericolo c’era, innanzitutto per gli artisti. Tanto che alcuni big della discografia nel corso degli anni hanno abbandonato lo streaming verso lidi più remunerativi. Ma le grandi star hanno poco di cui preoccuparsi, con qualsiasi rivoluzione di mercato trovano sempre il modo giusto per fare soldi.

Gli scarsi guadagni nella musica riguardano soprattutto piccoli e medi artisti. Questo calcolatore fornisce una panoramica sugli introiti degli artisti che distribuiscono la propria musica su Spotify. Anche se non vi stanno a cuore i guadagni dei vostri artisti preferiti, provatelo, è interessante. Basta inserire il numero di ascolti per capire i soldi incassati. Si scopre ad esempio che 100 mila ascolti su Spotify ad supported valgono 20 dollari. Una volta con questi numeri in classifica si vincevano dischi d’oro e platino. Ma il problema riguarda solo gli artisti? No di certo, c’è anche il pubblico.

Streaming musicale e finanza

Spotify fin dalla sua nascita nel 2006 ha avuto il merito di attrarre molti utenti. Ad oggi controlla il 36% di tutti gli abbonati dei servizi in streaming. Decine di milioni di utenti responsabili di click che su internet valgono oro. Questa è la sua vera forza, anche se in futuro potrebbe non bastare. Apple, Amazon, Google e forse anche Facebook non stanno certo a guardare e sono pronti ad investire nel settore enormi risorse economiche. Per far cosa? Dopo tutto stiamo parlando sempre di soldi. Sarebbe un vero peccato se la musica, in questa guerra alla conquista di utenti e abbonati, avesse un ruolo sempre più marginale.

Anche perchè pensare solo alla finanza potrebbe essere rischioso. Snapchat, social del fantasmino sbarcato in borsa a New York a 17 dollari ad azione, è arrivato fino a 27 per poi crollare a 19 dollari. Basta una voce di corridoio o Facebook che fa una mossa esatta e contraria e tutto crolla. E dopo i saliscendi di Twitter in borsa, anche per Spotify mischiare canzoni e finanza potrebbe non essere facile. Tenere a bada gli investitori è più complicato che gestire artisti riottosi e un pò viziati e ancora di più che conquistare un pubblico ben felice di ascoltare musica gratis.

Le stesse persone che oggi ascoltano musica gratis o quasi con lo smarphone, un tempo se la prendeva con le multinazionali. C’è stao un periodo in cui le case discografiche venivano considerate il male assoluto perchè i cd costavano troppo. Poi è arrivato internet, la pirateria e i social. Tutto ‘gratis’, unica parola capace di dare un po’ di sollievo al povero consumatore a cui non si nega un pò di protagonismo social tra selfie e teorie complottistiche varie. Su internet ogni giorno nascono esperti e nuovi leoni da tastiera pronti a inoculare importanti dubbi. Ma ce ne fosse uno che si sia mai chiesto cosa cè dietro la parola ‘gratis’.

Musica che rende

Se il mercato della musica registrata è appannaggio esclusivo dello streaming, con tutti i limiti che abbiamo visto, c’è un altro settore che ancora funziona, quello dei live. Funziona anche il vinile, l’altra faccia della medaglia dello streaming, quasi si trattasse di una reazione uguale e contraria. Perchè più la musica diventa liquida, virtuale e senza forma, più cresce la voglia di toccare i dischi e di andare ai concerti per vedere di persona i musicisti che suonano e cantano davvero, ‘dal vivo’ per l’appunto.

Aumenta il desiderio di acquistare e possedere un album fisico in formato 33 giri da tenere tra le mani, ma si tratta di una quota di appassionati esigua confrontata al mercato complessivo. In questo caso la crisi non riguarda le vendite di Lp, ma la capacità di stampa degli album in vinile, ancora ferma agli anni ’70. Si direbbe insomma che concerti, streaming e vinile siano destinati a spartirsi la torta economica e sentimentale della scena musicale dei prossimi anni.

Le vendite di biglietti per concerti oggi rappresentano il 43% di tutte le entrate nel settore della musica, a cui vanno aggiunti un 12% di grandi concerti ed eventi gratis sponsorizzati direttamente da grandi marche. Quindi si arriva a ben oltre la metà dei guadagni totali del comparto musicale, provenienti esclusivamente dai live. Lo streaming arriva subito dopo con circa il 20% di peso sugli incassi. In attesa che arrivi qualcosa di nuovo a dare l’ennesimo scossone al mercato e alle orecchie della gente.