Lo streaming musicale ha conquistato il mercato. Domina il presente e sarà il futuro della musica registrata. Ma questa tecnologia come ha cambiato l’ascolto, la percezione estetica del linguaggio sonoro e la creazione di opere e canzoni degli artisti?

Lo streaming musicale è una modalità di fruizione della musica che permette di ascoltare brani, album o playlist senza doverli scaricare o acquistare fisicamente. Si tratta di un fenomeno in forte crescita negli ultimi anni, che ha rivoluzionato il settore musicale a livello globale. Un fenomeno che non riguarda solo il mercato, i consumi e la produzione musicale, ma anche il valore del linguaggio delle canzoni e la loro percezione da parte del pubblico.

Lo streaming musicale non è solo una rivoluzione tecnologica. Cliccare su una playlist di Spotify, piuttosto che scaricare mp3 o ascoltare un album in cd o vinile, è molto diverso sia dal punto di vista tecnico che fisico, mentale ed estetico. In questo articolo cercheremo di capire se e come l’evoluzione dei supporti musicali ha cambiato il concetto di musica registrata e il suo valore sia per il pubblico che per gli artisti.

Indice

L’impatto della musica registrata

La possibilità di elaborare e provare piacere dai suoni appartiene all’evoluzione umana fin dai tempi più remoti. I suoni degli strumenti sono vibrazioni che svaniscono un attimo dopo essere stati prodotti dai musicisti. Gli spartiti invece sono codici che tramandano le opere musicali, ma non suonano. Solo l’invenzione del grammofono ha permesso di fissare la musica su un supporto fisico cambiandone il ruolo sociale, culturale ed economico.

La possibilità di registrare dischi ha spalancato le porte al mercato della musica aprendo nuove possibilità al linguaggio sonoro, per la creatività degli artisti e per le emozioni del pubblico. Se negli anni ’50 e ’60 le canzoni si ascoltavano prevalentemente in radio, sono stati i dischi a 45 giri a portare al successo i primi artisti. La raccolta di brani tipica degli album ha avuto la sua fortuna negli anni ’80 e ’90. I più bei dischi della storia sono capitoli interlacciati di brani che formano un concetto.

Complice la diffusione degli hi-fi nelle case, nel periodo del boom musicale gli artisti più famosi producevano uno o due album all’anno. Un vero tour de force creativo che spesso, più che la qualità, aiutava le vendite, e ciò bastava e avanzava. Finita l’era della bulimia di canzoni, gli artisti più famosi si presero il lusso di investire più tempo nella produzione degli album. Tra l’uscita di un disco e un altro potevano passare anche alcuni anni.

Gli album musicali hanno visto il loro massimo splendore con l’avvento del compact disc e fino al nuovo secolo le case discografiche con la loro vendita hanno fatturato miliardi. Ma con l’avvento della musica digitale l’età dell’oro è finita. La pirateria musicale su internet che consente di scaricare mp3 gratis, ha provocato una grande crisi dell’industria discografica. Alcuni tra gli artisti più famosi si ritrovarono a vendere in un anno meno copie di quante vendevano prima in una settimana.

L’era dello streaming musicale

La crisi della discografia è durata parecchi anni tra carte bollate, tribunali, tentativi falliti di punire il file sharing e il cosiddetto peer to peer che imperversava tra i giovani, per nulla intimoriti di infrangere le leggi sul copyright. La soluzione è arrivata nel 2006 con Spotify, il primo servizio di streaming a offrire musica gratis legalmente, liberando in colpo solo dai sensi di colpa gli utenti, e ridando fiato all’industria musicale.

Lo streaming musicale permette di ascoltare musica in tempo reale attraverso una connessione internet, senza doverla scaricare o acquistare in formato fisico. E’ sufficiente collegarsi tramite browser o app ad un servizio che offre milioni di brani singoli, album e raccolte di canzoni, chiamate playlist, compilate in base a diversi fattori come generi, umore, attività della giornata e via dicendo.

Le piattaforme di musica in streaming condividono fondamentalmente due modelli di business, freemium e premium. Il primo prevede la possibilità di accedere ai brani gratuitamente con alcune limitazioni (presenza di pubblicità, numero limitato di salti tra brani, qualità audio ridotta). Nel secondo si tratta di sottoscrivere un abbonamento mensile che elimina la pubblicità e offre vantaggi aggiuntivi, come la possibilità di scaricare musica offline.

Pro e contro dello streaming musicale

Lo streaming musicale offre agli utenti una serie di vantaggi rispetto alle modalità tradizionali di ascolto della musica. Prima di tutto una convenienza economica, dato che costa poco o nulla. Poi la praticità e portabilità, dato che permette di ascoltare canzoni ovunque e in qualsiasi momento con uno smartphone. Inoltre consente di creare playlist personalizzate salvando brani o album preferiti, di scoprire nuova musica grazie alle raccomandazioni algoritmiche o sociali, di condividere i propri gusti musicali con altri utenti.

Ma lo streaming musicale ha anche degli svantaggi. Oltre a dipendere da una connessione ad internet, che già di per sè ha un costo, implica una fruizione della musica basata sull’accesso e non sul possesso. Ciò significa che gli utenti non possiedono realmente le canzoni che ascoltano, ma la noleggiano temporaneamente. Questo ha delle conseguenze, a partire dalla riduzione del valore affettivo e simbolico della musica, rendendola un bene di consumo effimero e facilmente sostituibile.

La limitazione della scelta e della diversità musicale è un altro problema dello streaming musicale. Le piattaforme infatti tendono a privilegiare i generi e gli artisti più famosi popolari e redditizi, a scapito di quelli più di nicchia o sperimentali. Gli algoritmi di raccomandazione possono creare anche bolle informative, che espongono gli utenti a generi e stili sempre più omogenei e conformi ai loro gusti preesistenti, limitando la scoperta di nuova musica diversa e stimolante.

Dagli album fisici alle playlist

Dall’avvento di internet la smaterializzazione dei contenuti intellettuali e la crisi del concetto di possesso non ha riguardato solo la musica ma anche il cinema, con i film in streaming, l’editoria con gli ebook e i videogiochi. Il concetto secondo cui non serve più avere le cose, ma basta usarle, oggi vale anche per le automobili a noleggio e una serie di beni veicolati dalla sharing economy.

Così come non si sceglie più il modello dell’auto, ma si usa, non si scelgono più le canzoni, ma si ascoltano nelle playlist? Il paragone è un pò forzato, ma i servizi di streaming hanno a disposizione un’infinità di dati che gestiscono con l’intelligenza artificiale per proporci ciò che desideriamo. Playlist divise per generi, musiche che vanno bene per ogni momento della giornata, a seconda di come ci sentiamo o per fare qualcosa: sport, relax, studio, lavoro, fino all’ora di cena e anche dopo.

Le playlist ovviamente non hanno la stessa capacità identitaria degli album. Il rischo è che il legame con l’ascoltatore non sia più basato su vere identità personali, concetti ideali, voli astratti, ma piuttosto su uno stato d’animo o su una attività. Non c’è una narrazione definita e unitaria di una storia dell’album, ma un filo conduttore che unisce tra loro i brani. Così ci si sente liberi di saltare da un brano all’altro.

Ascoltare una playlist non ha nulla a che vedere con il vecchio modo di ascoltare un disco intero, con la stessa attenzione e cura dedicata ad un libro da sfogliare con amorevole passione. Ciò implica una perdita di valore delle opere musicali, che non solo non si possiedono, ma nemmeno si scelgono, con ovvie ripercussioni da un punto di vista del valore economico e della loro capacità di influire sulle persone e sulla cultura sociale.

I servizi di streaming musicale inoltre offrono una quantità incredibile di brani e inducono a cambiare spesso saltando da una canzone all’altra. Secondo alcune ricerche, gli utenti ascoltano una media di 92 artisti diversi al mese. Circa la metà di loro abbandonano la canzone che stanno ascoltando prima che finisca, per saltare ad un altro brano. Il 25% degli utenti lascia una traccia dopo appena 5 secondi.

Scrivere canzoni per lo streaming

La conseguenza di ciò che abbiamo visto nel precedente paragrafo è che la musica nello streaming deve arrivare subito alle orecchie. Compositori, artisti, musicisti e produttori, lo sanno. Ancora più che per l’ascolto radiofonico, devono produrre canzoni orecchiabili e accattivanti, che riescano a mantenere alto il livello di attenzione. Viceversa è sicuro perdere per strada l’ascoltatore praticamente subito. Non solo i brani devono essere attraenti, ma la loro struttura deve essere il più semplice possibile.

Nell’era dello streaming musicale gli artisti non devono più preoccuparsi di fare dischi di un’ora per riempire un cd. Le case discografiche, a parte la riproposizione di nuove edizioni di vecchi album storici, tendono a non assumersi il rischio di produrre album interi di nuovi artisti. Per entrare nelle playlist puntano sul singolo di un cantante, specie per generi di tendenza come l’hip hop. Se ha successo, producono un disco, del quale verosimilmente 2 o 3 tracce saranno quelle più ascoltate.

I singoli per lo streaming devono avere precise modalità compositive per ottenere click, anche perchè vengono conteggiati e pagati a compositori e autori dei brani solo se vengono ascoltati almeno per 30 secondi di seguito. Ciò significa che un brano deve essere subito convincente, il ritornello deve arrivare prima possibile, senza tante introduzioni o orchestrazioni classiche. Le canzoni devono poi essere più brevi. Non più 4 minuti, 3 minuti di registrazione sono più che sufficienti.

Tutto e subito mal si concilia con un approccio estetico più profondo tipico di ogni forma d’arte o d’espressione. Non sarà un caso se negli ultimi anni c’è stata una continua involuzione della musica pop, diventata più semplice e breve, di pari passo con l’evoluzione tecnologica. Viene da riflettere sul fatto che i compositori hanno potuto liberare il loro pensiero musicale, scrivendo movimenti e tempi allargati, solo prima della musica registrata.

Invece oggi è perfettamente inutile scrivere brani di un’ora quando verrano pagati allo stesso modo di canzoni che durano un minuto. Se ogni flusso è pagato circa 0,004 dollari, se gli artisti vogliono vivere di musica, la sfida non è creare opere d’arte, ma entrare nelle playlist catturando l’attenzione dei programmatori umani o degli algoritmi con una strategia che più che essere fatta di note, comprende i tag di descrizione dei brani e la Seo (l’ottimizzazione dei webmaster).

Canzoni che nessuno ascolta

Un ultimo problema dello streaming musicale sono le canzoni che nessuno ascolta, definite dall’industria musicale ‘brani irrilevanti’. Sul significato di ‘irrilevante’ in realtà ci sarebbe molto da dire anche sul piano artistico. Qui invece parliamo di una ricerca di MIDiA Research che non solo sostiene come milioni di brani non vengano mai ascoltati nemmeno una volta. La stragrande maggioranza è poco ascoltata, cosa che capita al 95% dei brani presenti nei cataloghi delle piattaforme.

Quello delle canzoni in streaming irrilevanti non è un problema da poco. Spingere gli utenti ad abbonarsi è l’unica possibilità dell’industria musicale per ridare valore alla musica. Spotify ad esempio, ha oltre 500 milioni di utenti attivi al mese, di cui circa 200 milioni paganti, mentre i restanti ascoltano musica gratis in cambio di pubblicità. Secondo la ricerca molti degli utenti free non sono attratti dai milioni di brani disponibili, semplicemente perché non li ascolteranno mai.

Perchè gli utenti dovrebbero spendere dei soldi per un abbonamento mensile di un servizio che in larga parte non usano? Se solo il 5% delle canzoni in streaming è regolarmente ascoltato, per i ricercatori un modo per attirare nuovi utenti premium potrebbe essere abbassare drasticamente i prezzi. Tutti sarebbero disposti a pagare 3 o 4 euro al mese, magari per un servizio che comprenda solo qualche decina di artisti o album di una determinata nicchia.

Per i curiosi dell’irrilevanza, Forgotify è un database di canzoni in streaming che non sono state ascoltate mai. Non sono catalogati per genere o artista, ma cambiano casualmente. Un solo ascolto le cancella da questo servizio, ovviamente non da Spotify, dove continueranno ad esistere in cerca di fortuna. Non resta allora che cliccarli, per dare una chance ai talenti inespressi. Nella speranza che l’irrilevanza, nel prossimo futuro, non riguardi tutta la musica.

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Autore: Fulvio Binetti
Fulvio Binetti è un imprenditore online, musicista, produttore e blogger. Da oltre tre decenni collabora con le principali realtà del campo audiovisivo, discografico ed editoriale, dove si è distinto nella produzione di canzoni e colonne sonore per tv, radio, moda, web ed eventi. È il fondatore di Bintmusic.it, si occupa di comunicazione e scrive articoli di musica e dintorni, cultura e lifestyle. Per saperne di più leggi la biografia o segui i suoi profili social.