Streaming gratis e musica del futuro

La musica in streaming gratis ha permesso di conquistare utenti togliendoli alla pirateria: ma adesso? Previsioni e strategie dell’industria discografica per generare valore a partire dai contenuti e dal lavoro dei musicisti

Lo streaming gratis è la panacea contro tutti i mali della musica o sta decretando la fine del mercato e dei suoi talenti? Sono molti anni che si parla di valore della musica in termini economici ma anche sociali e culturali. Ma mentre la coperta è sempre più corta e i musicisti si arrabattano tra mille difficoltà, tutte le grandi società online stanno affilando le armi per partecipare al banchetto: con quali prospettiva per il futuro della musica?

Che lo streaming gratis fosse insostenibile economicamente e non solo, c’è chi lo ha sempre sostenuto: artisti, etichette, musicisti e produttori. Spotify, che per primo ha creduto nel sistema on the cloud, ha accumulato per diversi anni perdite per centinaia di milioni di dollari prima di quotarsi in borsa. D’altronde fare ascoltare musica gratis in cambio di pubblicità è stato quasi un atto disperato dell’industria dei contenuti per allontanare il pubblico dalla pirateria.

Streaming e valore della musica

Inutile negare che, da Napster in poi, ci sono stati anni in cui peer to peer, file sharing e download illegale di mp3 hanno dominato la scena. Così l’industria ha pensato di offrire canzoni gratis in cambio di spot per riportare le masse alla legalità. Il messaggio era del tipo: “Scarichi mp3 illegalmente, perdendo un sacco di tempo e rischiando di essere beccato? Noi ti facciamo ascoltare le stesse canzoni gratis in modo facile e pulito. Senza bisogno di scaricare mp3, così le puoi ascoltare subito, anche con lo smartphone”.

Così facendo purtroppo il valore della musica è finito sotto zero, prima di tutto in termini economici, ma non solo. Secondo una ricerca della Recording Industry of America (RIAA), siamo arrivati al paradosso che le vendite di dischi in vinile fanno guadagnare molto più dell’insieme di tutti i servizi di streaming supportati dalla pubblicità. In compenso nemmeno la pirateria è diminuita, come dimostra lo stream ripping ed altri modi con cui la persone continuano ad ascoltare musica a sbafo.

Ma c’è chi sostiene che lo streaming gratis sia perfetto anche per ridurre il livello qualitativo della musica. Conquistare pubblico con un consumo veloce e frenetico, non rallentato dal possesso fisico o virtuale dei brani, per qualcuno significa svilirne il ruolo culturale e sociale. Gli unici a festeggiare sono poche grandi star che guadagnano milioni con concerti live circensi veicolando profumi e merchandising come marchi di fabbrica sui social.

Value gap da ridurre

Ora che lo streaming musicale ha raggiunto una posizione dominante sul mercato, con ricavi a livello globale di circa 20 miliardi e il 51% del mercato complessivo, il tentativo dell’industria è convincere gli utenti a pagare per ascoltare qualcosa in più. Ad esempio le ultime uscite degli artisti preferiti. Ma non è una questione puramente economica. C’è chi spende un sacco di quattrini per i concerti o per avere una copia in vinile. Perchè i fans non dovrebbero pagare meno di 10 euro al mese per continuare a seguire gli ultimi lavori del proprio artista preferito?

La lotta contro il value gap tra contenuti (tanti) e denaro (poco) generato dallo streaming è entrata nella sua fase cruciale. Da una parte c’è il fronte compatto di big del web, artisti, case discografiche, produttori, dall’altra il pubblico attratto dal tutto gratis: chi vincerà? Se gli abbonamenti premium avanzeranno, non é escluso che alla fine tutti guadagneranno qualcosa. Con più soldi per la musica registrata magari migliorerà l’offerta musicale e ci sarà più spazio per i nuovi talenti. Con maggiori risorse ci sarà anche una nuova spinta anche a livello tecnologico per offrire canzoni ad alta qualità. Insomma torneremo a parlare di hi-fi per la gioia delle nostre orecchie. Sarà vero?

Fine dello streaming gratis?

I cicli di mercato oramai durano pochi anni. Dopo la fine dei supporti fisici e degli mp3, stiamo per assistere al tramonto dello streaming gratis? Tutti gli esperti del settore sono concordi nell’affermare che l’ascolto di musica ad supported è un modello di business con molti limiti e poco futuro. Serve solamente a togliere utenti alla pirateria, ma non è economicamente sostenibile: la speranza dell’industria è che sempre più utenti si convincano ad acquistare abbonamenti mensili. E qui arrivano i guai.

Secondo uno studio realizzato in America, quasi l’80% di appassionati ritengono improbabile che in futuro possano pagare per ascoltare canzoni. Solo il 9% lo considera altamente probabile, contro un 13% che non la considera una grossa priorità e un 78% che non lo prende nemmeno in considerazione. Decisamente poco, anche perchè c’è chi ogni anno decide di abbandonare. Non a caso le statistiche parlano solo di un 2,5% di aumento di abbonati a pagamento su base annua. Le ultime analisi dicono che dal 2018 in poi la crescita annua dei ricavi dello streaming diminuirà fino al 2016, passando dal 29% annuo al 7%.

Ma perchè il pubblico non ama lo streaming a pagamento? Un sondaggio realizzato negli Usa ha ottenuto le seguenti risposte: i servizi di streaming costano troppo; posso ascoltare musica in streaming gratis; ascolto poca musica, non ammortizzo spesa. La sfida della musica del futuro è quindi molto chiara in una partita che comprende mercato, case discografiche, dot-com, tecnologia, nuovi supporti, ma anche e soprattutto ‘il sentire’ dell’uomo della strada.

Quale musica nel futuro?

Se nella società del consumo vince chi offre la merce al costo più basso, questa logica applicata alle canzoni e alle opere musicali non funziona. Tutti capiscono che la musica non è un merce come un’altra, anche se è impossibile negare l’importanza della comunicazione e del marketing nel fare musica al tempo dei social. Anche senza volerne fare un discorso etico e di valori, rimanendo pure con i piedi per terra, nella discussione sulla sostenibilità di un modello economico di un’intera filiera, c’è poi da considerare la figura dell’artista e dei musicisti. Qualcuno ci pensa?

I musicisti potranno ancora vivere di musica o per sostenersi dovranno rivolgersi al crowdfunding o ai mecenati di vecchia memoria? Se lo streaming necessita per definizione di grandi numeri, i piccoli artisti indipendenti, che non hanno linee di profumi o di abbigliamento legate al loro marchio, di cosa vivranno? Qui si apre una ulteriore parentesi, anzi un problema grosso come una casa. Se i migliori talenti dovranno necessariamente allontanarsi dalle grandi etichette per guadagnarsi da vivere insegnando, realizzando produzioni minori e concertini, al pubblico mainstream cosa rimarrà da ascoltare?

Il modo in cui si evolverà il mercato in futuro è chiaro avrà ripercussioni importanti anche sui gusti del pubblico e sull’evoluzione della musica. Proprio mentre si affaccia anche l’intelligenza artificiale nel mondo delle sette note, ci sono molte domande ancora senza risposta. Ma affinchè la musica continui a rimanere un fenomeno importante dal punto di vista culturale e sociale, è necessario ricostruire la percezione del valore economico della musica, a cominciare dalle persone. E non sarà facile.