storia della musica italiana

Esiste qualcosa di meglio della musica per identificare usi, abitudini, costumi e cultura sociale di una nazione? Raccontare la storia della musica italiana è il compito di un libro che riassume 150 anni di artisti, opere, forme e generi

Il libro si intitola ‘La musica italiana – Una storia sociale dall’Unità a oggi’ (Donzelli Editore) e racconta come opera e canzone napoletana, colonne sonore di film fino alla musica dance passando da Bocelli, Ramazzotti, Pausini o Rava nel jazz, siano strettamente intrecciati con la natura e l’identità di un popolo.

In effetti negli ultimi 150 anni trovare un solo genere che rappresenti la storia della musica italiana nel mondo è impossibile. Nell’ottocento c’è stato il melodramma e le opere di Verdi e Puccini; nel novecento Caruso e la musica napoletana e poi dal dopoguerra la canzone è arrivata nella case con la radio e la televisione, le orchestre da ballo, Kramer, il Festival di Sanremo, Modugno e poi il cinema con Nino Rota premio Oscar per le musiche del ‘Padrino’ o le colonne sonore di Morricone e ancora i cantautori, mentre nella musica classica dopo Toscanini nascevano i vari Abbado, Muti, Pollini, giusto per citare solo qualche nome che il mondo ci invidia.

Insomma non è certo facile districarsi tra gli avvenimenti che negli ultimi 150 anni hanno riguardato la storia della musica italiana, gli artisti e il suo pubblico eterogeneo per condizione socio economica, cultura ed età, in un mondo in continua mutazione anche dal punto di vista della tecnologia e del mercato, tra moda, costume, politica e religione. Il libro scritto da Paolo Prato cerca di trovare un filo comune analizzando giustamente la musica come fatto sociale totale, prendendo in considerazione cioè una molteplicità di variabili e non solo il suono. Il fine forse è anche capire chi siamo, da dove arriviamo e dove stiamo andando.

Non si può quindi evitare di affrontare l’argomento che riguarda la consapevolezza scarsa o nulla degli italiani su cosa sia il linguaggio musicale, e non certo per colpa delle persone. Diventa così impossibile non arrivare a parlare dello stato penoso in cui versa l’educazione musicale in Italia, agli ultimi posti in Europa e praticamente ignorata dalla scuola pubblica al confronto di altre materie artistico-letterarie. Inutile negarlo, agli italiani piace parlare di musica, ascoltarla e guardarla come fosse una partita di calcio, ma non è con le suonerie del cellulare, riempiendo l’iPod di mp3 o ascoltando milioni di brani in streaming saltando tra le canzoni che si costruisce una identità musicale di un popolo. Solo un orecchio consapevole può sostituire le sirene del mercato e renderci tutti un pò migliori.