Banconota da 50 euro tra le corde di una chitarra

Spotify è arrivato a 75 milioni di utenti ma evidentemente ciò non basta a far dormire sonni tranquilli al più importante servizio di streaming musicale: se da una parte pensa di offrire anche video, dall’altra è sul mercato in cerca di nuovi finanziamenti prima dell’ingresso in borsa

Non è un periodo facile per Spotify. Così amato dal pubblico ma tanto odiato da artisti, etichette, editori e case discografiche che iniziano a mettergli i bastoni tra le ruote anche se i suoi dati fanno impressione: 25 miliardi di ore di musica ascoltati da 75 milioni di utenti complessivi, di cui 20 milioni a pagamento. Il problema non sono questi ultimi, ma gli utenti freemium che ascoltano musica gratis in cambio di pubblicità. Cosa che andrebbe anche bene, non fosse che c’è chi inizia a sostenere che i diritti a musicisti, autori e produttori non si sa bene con quali modalità vengano distribuiti. L’azienda svedese fa di tutto per essere più corretta e trasparente possibile, ma con una legislazione diversa in ogni paese il compito diventa sempre più difficile.

Se Adele ha i suoi buoni motivi nel decidere di non offrire il suo disco in streaming gratis perché comunque vende milioni di download e cd, qualcuno meno fortunato di lei ha anche presentato una class action chiedendo 150 milioni di danni a Spotify per avere riprodotto e distribuito illegalmente composizioni senza avere le licenze per i diritti meccanici. Saranno i giudici a stabilire chi ha ragione, ma il periodo non è certo favorevole per un portale che ultimamente sembra essere anche a corto di liquidi.

Per chi non lo sapesse Spotify non è un giochino costruito in cantina da 4 hipster, yuccie o smanettoni con la barba, ma è una macchina molto complicata che macina centinaia di milioni, anzi miliardi di dollari, tanto che dopo avere raccolto nel mese di giugno 500 milioni, ora si è messa nuovamente in cerca di nuovi finanziamenti per la medesima cifra. Da dove vengono tutti questi soldi? Da società di Venture Capital, finanziatori e investitori spinti dalla possibilità di convertire i loro crediti in azioni in un secondo momento, quando l’azienda verrà con tutta probabilità collocata in borsa nel prossimo anno.

Fino a questo punto stiamo parlando di finanza, non di musica, nè di Spotify Video: ma cosa servono tutti questi soldi? Il tentativo è come sempre aumentare gli utenti a pagamento dello streaming musicale, gli unici che garantiscano un reddito che serve in parte a pagare i diritti a chi di dovere. Ma per convincere gli investitori a sborsare tutti questi quattrini e probabilmente anche per sganciarsi dalla dipendenza delle sempre più riottose etichette musicali, l’azienda sembra voglia anche sviluppare e lanciare una serie di nuovi servizi.

Con quest’ottica a breve verrà lanciato Spotify Video sia per iOS che per Android, un servizio che se da una parte gli consentirà di differenziare l’offerta dai concorrenti come Apple Music o Amazon Prime, dall’altra ovviamente non potrà che metterlo in diretta concorrenza con YouTube. Nato con l’intento di rappresentare la colonna sonora della giornata, è tutto da verificare se Spotify Video riuscirà a conquistare anche la vista dei navigatori online. Sembra che nella partita giocheranno alcune tra le principali reti televisive americane, la Bbc inglese, il leader dei canali sportivi ESPN e quello dei documentari Vice.

Insomma, sia che si tratti di musica o video, la parola chiave sembra essere una sola: finanza. Inutile fare i moralisti, per gli utenti potrebbe anche essere un vantaggio: le moine per conquistare gli occhi e le orecchie del mondo sono appena cominciate.