Spotify su uno smartphone

Gli ultimi dati sul mercato della musica sottolineano come streaming musicale e servizi come Spotify siano sempre più utilizzati in ogni parte del mondo, a discapito di download, mp3 e vendite di cd. Le maggiori piattaforme online sono comode, gratis o costano poco e consentono di scoprire e condividere nuove canzoni da un catalogo di brani infinito. Basta uno smartphone connesso in rete e il gioco è fatto, ma non mancano dubbi e domande: come fa ad essere sostenibile economicamente un prodotto che non esiste e si può avere senza pagare?

Tra le crisi economiche, pandemiche e sociali dell’era moderna, l’unica certezza è che la forza della musica rimane intatta. Altrimenti non si spiegherebbe l’interesse per i concerti o i video online degli artisti di ogni genere e grado. Forse la musica sta ritrovando il suo valore? Se non proprio nei contenuti e dal punto di vista artistico, almeno da un punto di vista economico qualcosa sta succedendo. Però il profitto si è spostato: più della metà del fatturato totale dell’industria musicale degli Stati Uniti prima della pandemia arrivava dai concerti, poi c’era lo streaming musicale. Ma partiamo dall’inizio.

Indice

Dal vinile a Spotify

Inutile negarlo, gratis è la parola chiave che spiega il successo delle canzoni online, di cui inizialmente ha beneficiato anche Spotify imponendosi per la sua semplicità. Ma tutto parte molto prima, con gli mp3 e i sistemi di ascolto digitale che dopo avere reso superfluo acquistare canzoni sui supporti fisici, sono sfociate nella pirateria. Dopo decenni di monopolio, i pirati sono stati il primo vero problema dell’industria discografica, oltre che una vera manna per gli appassionati che hanno potuto godere di interi cataloghi di brani dei loro artisti preferiti a costo zero.

Spotify e lo streaming musicale sono una conseguenza diretta del desiderio tipico della rete di avere tutto gratis e subito. Ma come ci siamo arrivati? L’evoluzione dei supporti musicali è cominciata dai dischi in vinile e dalle cassette analogiche. Poi sono arrivati i compact disc e già sembrava una rivoluzione, almeno a livello di suono, senza fruscii. Dopo i cd rom con cui duplicare i cd, è arrivato il formato mp3 a scardinare l’intero sistema produttivo discografico, facendo la fortuna di sistemi come iPod e iTunes. Ma su internet è nato il problema dei download illegali. Il rapporto tra mp3 e diritto d’autore tra mille ambiguità e assenza di norme precise e condivise ha creato enormi sconquassi nel mercato.

Negli anni 2000 il peer to peer è i sistemi di download illegale sono stati utilizzati dal 70% dei navigatori online su scala mondiale. Scaricare musica gratis è diventato un diritto moralmente accettabile, molto più convincente di qualche remora etica. La pirateria incontrollata ha causato danni enormi sia dal punto di vista economico che culturale a tutta la filiera della musica. Da Napster in poi, ci sono stati anni in cui p2p, file sharing e download illegale di mp3 hanno dominato la scena. Dopo una serie di battaglie legali o di principio perse, alla fine l’industria musicale si è arresa all’evidenza mettendosi a sua volta ad offrire canzoni gratis per riportare le masse alla legalità.

Nasce lo streaming musicale

Nel 2008, quando ancora esistevano gli iPod, una giovane startup svedese capisce che è arrivata l’ora di rendere la musica completamente liquida e staccata dal prodotto fisico. Vede lungo perchè il desiderio di possesso nella musica sta finendo. Oggi Spotify è il maggiore servizio di streaming musicale e conta su oltre 300 milioni di utenti, di cui circa la metà abbonati e paganti, con un fatturato di oltre 1,5 miliardi di euro. All’inizio molti si mostrano perplessi sulla sua sostenibilità economica. Racimolare quanti più utenti possibili, offrendo musica gratis da ascoltare in cambio di spot, in effetti ha avuto un prezzo.

Lo sviluppo di Spotify, oltre che sul lavoro dei musicisti, come vedremo non molto remunerato, si è basato sui quattrini ricevuti dai fondi di investimento internazionali. Malgrado l’ottima idea di partenza, i costi di gestione a livello tecnologico e le spese per gli accordi stipulati con le major discografiche sono sempre stati enormi. A fronte di un fatturato annuo di miliardi di euro in aumento costante anno dopo anno, Spotify dopo la sua nascita ha iniziato a perdere centinaia di milioni di euro.

Per molti anni Spotify ha continuato a perdere quattrini come niente fosse fino al suo debutto alla borsa di Wall street nel 2018. Tutto è andato a gonfie vele, il titolo ha superato ampiamente le stime iniziali di 132,50 dollari, portandosi oltre quota 169 dollari. Poi il valore è un pò calato, ma complessivamente non c’è stata nessuna grande sorpresa e oggi la valutazione del titolo è su ottimi livelli indipendentemente da tutto e da tutti. Perché? E’ il ruolo del profitto che è cambiato in tutte le imprese tecnologiche, concentrate la cui crescita finanziaria è veicolata da utenti che, anche se non ascoltano, cedono dati personali, cliccano e prima o poi spendono comunque.

Spotify tra canzoni e finanza

I risultati di Spotify in borsa stanno a significare che esiste un nuovo ecosistema commerciale, che delle note se ne infischia, così come degli utili a breve termine e del valore economico immediato. Ciò che conta è la redditività a lungo termine di azionisti, investitori e fondatori. Oggi la società vale oltre 45 miliardi di dollari e il suo fondatore, con il 27% delle azioni, ha un patrimonio di vari miliardi di dollari. I musicisti devono essere contenti? Negli ultimi anni è proprio grazie allo streaming che il mercato musicale si è ripreso dopo anni di calo generalizzato del fatturato. Ma c’è chi sostiene che sia anche la causa di tutti i mali.

Lo streaming è nato sulle macerie del mercato musicale fisico facendo prevalere logiche piratesche e comodità con canzoni offerte gratis o a basso prezzo. In questo modo il pubblico ha mollato non solo i cd, ma anche gli mp3, unico formato digitale ad offrire buoni margini di guadagno. Per pareggiare un download di mp3 servono fino a 1000 ascolti in streaming. Oggi di mp3 si parla sempre meno e come i cd sembrano appartenere ad un’era tecnologica superata, perfino un pò triste. Tutt’altra cosa rispetto al fascino dei vinile, comunque relegati ad una nicchia del 6% nel mercato globale.

Malgrado ciò l’industria sembra essere molto fiduciosa sul fatto che sarà lo streaming musicale a trasformare in positivo la percezione del valore della musica. Dopo avere attirato milioni di utenti offrendo canzoni gratis in cambio di spot, ora il tentativo è trasformare gli utenti freemium in abbonati premium disposti a pagare un abbonamento mensile per ascoltare tutta la musica che desiderano senza interruzioni. Sono i più ambiti dato che, viceversa, secondo la Recording Industry of America (RIAA), le vendite di dischi in vinile fanno guadagnare molto più dell’insieme di tutti i servizi di streaming supportati dalla pubblicità.

Sostenibilità streaming musicale

Spotify è stato il primo servizio di streaming ad avere creduto nel modello economico on the cloud, ma prima di quotarsi in borsa ha accumulato per diversi anni perdite per centinaia di milioni di dollari. Eppure dopo anni e anni di declino, oggi il fatturato della musica sta crescendo di nuovo. Se dal punto di vista finanziario lo streaming musicale sembra reggere e gli analisti vedono un futuro roseo, essere scesi a patti con il diavolo assecondando il diffuso concetto della musica gratis veicolata da peer to peer e file sharing, nascondeva dei rischi. E in effetti un pericolo c’era, innanzitutto per gli artisti.

I guadagni per artisti, etichette, musicisti e produttori sono oggi molto più bassi rispetto al passato, e per le internet company rappresentano un rischio basso a fronte di costi molto alti per infrastrutture e gestione dei diritti. Artisti come Taylor Swift da sempre combattono aspramente il concetto di gratuità del modello di Spotify, leader di un mercato in evoluzione. Alcuni big della discografia nel corso degli anni hanno abbandonato lo streaming verso lidi più remunerativi, ma le grandi star hanno poco di cui preoccuparsi, trovano sempre il modo giusto per fare soldi.

Guadagni musicisti con Spotify

Gli scarsi guadagni nella musica riguardano soprattutto piccoli e medi artisti. Questo calcolatore fornisce una panoramica sugli introiti degli artisti che distribuiscono la propria musica su Spotify. 100 mila ascolti su Spotify ad supported valgono 20 dollari. Una volta con questi numeri in classifica si vincevano dischi d’oro e platino. La lotta contro il value gap tra contenuti (tanti) e denaro (poco) generato dallo streaming è entrata nella sua fase cruciale. Da una parte c’è il fronte compatto di giganti del web, artisti, case discografiche, produttori; dall’altra il pubblico attratto dal tutto gratis: chi vincerà?

Se gli abbonamenti premium avanzeranno, non é escluso che alla fine tutti guadagneranno qualcosa. Con più soldi per la musica registrata magari migliorerà l’offerta musicale e ci sarà più spazio per i nuovi talenti. Con maggiori risorse ci sarà anche una nuova spinta anche a livello tecnologico per offrire canzoni in alta qualità. Torneremo a parlare di hi-fi per la gioia delle nostre orecchie? Il problema della sostenibilità dello streaming musicale insomma non riguarda solo gli artisti ma anche il pubblico.

Il futuro della musica

Spotify fin dalla sua nascita nel 2006 ha avuto il merito di attrarre molti utenti. Ad oggi controlla il 36% di tutti gli abbonati dei servizi in streaming. Decine di milioni di utenti responsabili di click che su internet valgono oro. Questa è la sua vera forza, anche se in futuro potrebbe non bastare. Apple, Amazon, Google e forse anche Facebook non stanno certo a guardare e sono pronti ad investire nel settore enormi risorse economiche. Per far cosa? Dopo tutto stiamo parlando sempre di soldi. Sarebbe un vero peccato se la musica, in questa guerra alla conquista di utenti e abbonati, avesse un ruolo sempre più marginale.

Anche perchè pensare solo alla finanza potrebbe essere rischioso. Snapchat, social del fantasmino sbarcato in borsa a New York a 17 dollari ad azione, è arrivato fino a 27 per poi crollare a 19 dollari. Basta una voce di corridoio o Facebook che fa una mossa esatta e contraria e tutto crolla. E dopo i saliscendi di Twitter in borsa, anche per Spotify mischiare canzoni e finanza potrebbe non essere facile. Tenere a bada gli investitori è più complicato che gestire artisti riottosi e un pò viziati e ancora di più che conquistare un pubblico ben felice di ascoltare musica gratis.

Le stesse persone che oggi ascoltano musica gratis o quasi con lo smarphone, un tempo se la prendeva con le multinazionali. C’è stao un periodo in cui le case discografiche venivano considerate il male assoluto perchè i cd costavano troppo. Poi è arrivato internet, la pirateria e i social. ‘Tutto gratis’, unica parola capace di dare un po’ di sollievo al povero consumatore a cui non si nega un pò di protagonismo social tra selfie e teorie complottistiche varie. Su internet ogni giorno nascono esperti e nuovi leoni da tastiera pronti a inoculare importanti dubbi. Ma ce ne fosse uno che si sia mai chiesto cosa cè dietro la parola ‘gratis’.

Covid e streaming musicale

L’impatto della pandemia sullo streaming musicale non può che partire dal considerare il valore del titolo di Spotify in borsa. A marzo, ad inizio epdidemia valeva 122 dollari, mentre lo scorso ottobre è arrivato a 283 dollari. Al di là dei numeri, il mondo della finanza non mente mai sui potenziali economici realtivi alle abitudini dei consumatori presi tra limitazioni da lockdown e paure. In effetti gli ascoltatori bloccati in casa sicuramente hanno più tempo per ascoltare musica, e non a caso gli utenti a pagamento in questi mesi sono cresciuti a doppia cifra.

L’incremento di utenti non sottointende una nuova passione per il mondo delle sette note, ma ad una serie di partnership che mischiano tecnologia e lifestyle. Se è vero che la musica ha perso il protagonismo del tempo libero, è altrettanto vero che sta allargando i propri orizzonti verso altri settori collegati. Ad esempio ha contribuito alla crescita degli ascolti in streaming l’uscita sul mercato di nuovi altoparlanti wi-fi sempre più efficienti con cui mettere sottofondi musicali per studiare e lavorare in smart working. Stessa cosa riguarda la ricerca di musiche con cui allenarsi nelle sessioni casalinghe di ginnastica e fitness.

Da parte loro gli artisti stanno cercando di capire come sfruttare le opportunità offerte dai servizi come Spotify o Youtube a livello di marketing, soprattutto per mantenere e coinvolgere il pubblico. Più che uscire con nuovi album o costosi video di singoli, non è raro vedere grandi star della musica realizzare brevi filmati o cantare canzoni su YouTube con la chitarra come fossero degli esordienti. Impossibilitati a fare tour spettacolari, nell’era delle videochat devono cercare un nuovo approccio più intimo e diretto con i fans.

Musica che rende

Se il mercato della musica registrata diventa appannaggio esclusivo dello streaming, con tutti i limiti che abbiamo visto, c’è un altro settore che ancora funzionava, almeno prima della pandemia: quello dei live. Insieme al vinile, altra faccia della medaglia, quasi si trattasse di una reazione uguale e contraria, perchè più la musica diventa liquida, virtuale e senza forma, più cresce la voglia di toccare i dischi e di andare ai concerti per vedere di persona i musicisti che suonano e cantano davvero, ‘dal vivo’ per l’appunto.

Il desiderio di acquistare e possedere un album fisico in formato 33 giri da tenere tra le mani cresce, ma si tratta di una quota di appassionati esigua confrontata al mercato complessivo. In questo caso la crisi non riguarda le vendite di Lp, ma la capacità di stampa degli album in vinile, ancora ferma agli anni ’70. Si direbbe insomma che concerti, streaming e vinile siano destinati a spartirsi la torta economica e sentimentale della scena musicale dei prossimi anni.

Le vendite di biglietti per concerti rappresentavano il 43% di tutte le entrate nel settore della musica, a cui andavano aggiunti un 12% di grandi concerti ed eventi gratis sponsorizzati direttamente da grandi marche. Quindi si arriva a ben oltre la metà dei guadagni totali del comparto musicale, provenienti esclusivamente dai live. Lo streaming arriva subito dopo con circa il 20% di peso sugli incassi. Ma oggi per un motivo o per l’altro tutto cambia in fretta, in attesa che qualcosa di nuovo arrivi sul mercato per dare l’ennesimo scossone alle orecchie della gente.