Streaming è davvero il futuro della musica? Da una parte gli utenti contenti di trovare musica gratis o di potere spendere meno di 10 euro al mese per ascoltare tutto ciò che vogliono da un catalogo infinito, dall’altra gli artisti che si lamentano dei bassi guadagni. In mezzo Spotify.

La società svedese che ha creduto in un nuovo modello di business e che ora si difende con le parole di Daniel Ek, Ceo e fondatore del servizio di streaming più noto al mondo.

Cosa sta succedendo? Lo streaming, ed in particolare Spotify, è l’unica cosa che funziona e cresce nel mercato della musica. Sotto la sua avanzata però non continua solo il crollo dei cd, ma anche quello dei download con iTunes e Apple per la prima volta da molti anni in sofferenza. In compenso, dato che la musica su Spotify si può ascoltare anche a gratis grazie al supporto degli sponsor, la pirateria, ovvero scaricare musica con il peer to peer è diventato inutile e sono sempre meno i suoi adepti nel mondo.

Le ragioni di Spotify Il risvolto della medaglia? Gli artisti sostengono di essere pagati troppo poco, qualcuno come Taylor Swift toglie i suoi brani da Spotify, altri ci stanno pensando malgrado agli utenti il problema sembra non interessare. Daniel Ek, 32 enne che nel 2008 ha lanciato il servizio ed ora è tra i 400 uomini più ricchi inglesi, dice che tutto questo baccano intorno al suo servizio musicale è ingiusto poichè si basa su ipotesi false. Eccole:

Non è vero che gli artisti non vengono pagati Spotify paga per ogni ascolto. A dire il vero gli artisti guadagnano molto poco, siamo nell’ordine di centesimi di euro (da 0,001 a 0,005), un’inezia rispetto al download con 11 a 16 centesimi e al cd dove all’artista poteva anche andare 1 euro per ogni cd venduto. Daniel Ek si difende sostenendo che 500 mila ascolti di un brano su Spotify significano 6000 mila dollari, mentre se una radio ascoltata da 500 mila persone trasmettesse lo stesso brano, l’artista non guadagnerebbe praticamente nulla, idem con la pirateria.

Non è vero che Spotify fa male alle vendite Secondo Daniel Ek è tutto da dimostrare il fatto che il calo ulteriore di cd e del download sia dovuto all’aumentare dello streaming: i download sono in calo altrettanto rapidamente in mercati in cui Spotify non esiste, come ad esempio in Canada. Inoltre ci sono artisti (Daft Punk, Calvin Harris, Eminem) che hanno venduto molto pur essendo molto ascoltati in streaming che quindi ha funzionato molto bene come canale promozionale.

Chi ha ragione? Inutile negare quello che sostengono gli artisti, ovvero che lo streaming paga pochissimo, ma anche le ragioni del novello icaro della musica non sono campate in aria. Di mezzo ci sono interessi di miliardi di dollari. Se con l’avvento della musica online è stato molto ridimensionato il ruolo delle major che per decine di anni avevano avuto in mano il monopolio del mercato musicale, ora arriva un giovanotto svedese a fare vedere i sorci verdi alla Apple che con iTunes ha dominato il mercato per molti anni. Gli artisti arrancano ma non si può non considerare che oltre al mercato è l’intera società ad essere cambiata e con essa i bisogni dei consumatori.

Massimizzare il valore di quale musica? Daniel Ek sostiene di essere dalla parte degli artisti per convincere gli utenti a pagarla. Il problema è che nei suoi calcoli ci sono le Mega star da milioni di brani ascoltati, non i piccoli artisti che non si capisce bene di cosa potranno vivere in futuro e probabilmente nei suoi pensieri non c’è nemmeno la musica, quella con la M maiuscola, trasformata in pochissimo tempo da ‘arte’ in ‘click’. Ma questo è un altro discorso…