Quotazione di Spotify in borsa su grafico computer

Spotify quotato in borsa vale 27 miliardi di dollari. Il prezzo delle azioni a Wall Street supera le stime e rende il suo fondatore plurimiliardario. Lo streaming funziona bene nella finanza, ma per la musica cosa cambia?

Il debutto di Spotify quotato in borsa a Wall street è andato a gonfie vele. Gli investitori sembrano credere nel servizio di streaming musicale più importate al mondo. Il titolo ha superato ampiamente le stime iniziali di 132,50 dollari, portandosi oltre quota 169 dollari. Poi il valore è un pò calato, ma complessivamente non c’è stata nessuna grande sorpresa.

I buoni risultati di Spotify quotato in borsa stanno a significare che il mondo della finanza crede che lo streaming rappresenti il futuro del business della musica. La società ora vale 27 miliardi di dollari e il suo fondatore con il 27% delle azioni ha un patrimonio di oltre 7 miliardi di dollari. I musicisti devono essere contenti? In effetti negli ultimi anni è proprio grazie allo streaming che il mercato musicale è riuscito a riprendersi dopo anni di calo generalizzato del fatturato. Ma c’è chi sostiene che sia proprio il principio base dello streaming, ovvero sedurre il pubblico a colpi di musica gratis in cambio di pubblicità, la causa di tutti i mali.

Chi non ama lo streaming dice che il successo di Spotify quotato in borsa ha un’altra faccia della medaglia: il valore economico della musica ridotto a zero. Sembrerebbe un paradosso, dato che i fatturati delle major sono in crescita e nell’ultimo anno il mercato delle canzoni è cresciuto rispetto agli ultimi anni.

Spotify finanza e musica

Per i lavoratori delle 7 note in realtà trovare una via economicamente sostenibile  è sempre più difficile. Con le nuove tecnologie e l’avvento della musica digitale c’è stata una vera rivoluzione nelle modalità di produzione, acquisto e ascolto di musica. La crisi ha risparmiato solo le più ricche star internazionali, mentre artisti medi o piccoli, musicisti, produttori, etichette e le stesse major discografiche non se la passano bene. Chi suona, scrive, produce musica e vuole distribuirla o venderla al pubblico, negli ultimi tempi ha visto ridurre drasticamente le potenzialità economiche del proprio lavoro. Perchè?

Ascoltare canzoni gratis con l’arrivo di internet è diventato troppo facile e allettante per giovani e vecchi. La cosiddetta pirateria mediante i sistemi peer to peer è divenuta ben presto una pratica talmente diffusa da imporsi come sistema migliore e più comodo per ascoltare musica. Questo è il principale motivo che in pochi anni ha fatto perdere al mercato musicale parecchio del valore acquisito dal vinile fino ai cd. A poco sono servite le leggi studiate ad hoc per contrastare i pirati su internet. E’ vero piuttosto che alla fine anche nei nuovi sistemi di fruizione musicale ha prevalso il concetto della musica gratis.

Lo streaming è nato sulle macerie del mercato musicale e ha fatto prevalere ancora una volta le logiche della gratuità e della comodità offrendo canzoni gratis o a basso prezzo. In questo modo il pubblico ben presto non solo ha mollato i cd, ma anche gli mp3, unico formato digitale ad offrire buoni margini di guadagno. Oggi di mp3 si parla sempre meno, non li vuole più nessuno. Come i cd sembrano appartenere ad un’era tecnologica superata, perfino un pò triste. Tutt’altra cosa rispetto al fascino dei vinile, comunque relegati ad una nicchia del 6% nel mercato globale. Peccato che, come si vede con questo calcolatore, per pareggiare un download di mp3 possano servire fino a 1000 ascolti in streaming.

Spotify è il futuro di quale musica?

Malgrado Spotify quotato in borsa valga molto, la sua sostenibilità economica è tutta da verificare: dalla sua nascita ha perso 3 miliardi di euro. Chi ha scelto di investire in questo titolo evidentemente non se ne preoccupa più di tanto. Gli analisti finanziari per ora sono più interessati alla rapida crescita di utenti che non alla effettiva redditività. La sua valutazione a Wall Street dipende da un insieme di fattori legati al business musicale nel suo insieme. Più di metà delle entrate vanno in diritti alle etichette, che dopotutto controllano ancora due terzi della musica riprodotta. Ma ancora per quanto?

Spotify dalla sua nascita nel 2006 ha avuto il merito di attrarre molti utenti. Ad oggi controlla il 36% di tutti gli abbonati dei servizi in streaming. Decine di milioni di utenti responsabili di click che su internet valgono oro. Questa è la sua vera forza, anche se in futuro potrebbe non bastare. Apple, Amazon, Google e forse anche Facebook non stanno certo a guardare e sono pronte ad investire nel settore enormi risorse economiche. Per far cosa? Dopo tutto stiamo parlando sempre di soldi. Sarebbe un vero peccato se in questa guerra alla conquista di utenti e abbonati la musica fatta di note avesse un ruolo sempre più marginale.