Ci risiamo: dopo il concerto al Senato e le polemiche con Uto Ughi, arriva l’inno della serie A. Allevi non è un pianista, è diventato un fenomeno che solo l’Italia si può permettere, insieme alla parola ‘escort’ e a quelli che per capire il mondo guardano Striscia la notizia.

Iniziamo con il dire che la musica è un argomento di cui tutti possono parlare anche senza capirci un tubo. Specialmente in quest’ultimo concetto gli italiani sono particolarmente forti, molto più che in altri paesi. Non è questione di schifare la patria, è un fatto: negli altri paesi occidentali la musica è una materia di formazione fondamentale delle coscienze e si insegna (bene) a scuola. In Italia no, nelle classifiche al riguardo siamo agli ultimi posti al mondo. E se non conosci l’alfabeto difficilmente potrai giudicare un libro.

Ma veniamo alla storia: nel 2009 Giovanni Allevi, ex tastierista di Jovanotti e giovane pianista compositore diplomato al Conservatorio di belle speranze, viene invitato al Senato per il tradizionale concerto di Natale in diretta tv. E’ un successo: le più alte cariche dello stato tutte in piedi gli tributano una ovazione. Capita però che a casa ci sia un certo Uto Ughi, violinista di fama internazionale, a seguire l’esibizione e a rimanere esterefatto: “Il successo di Allevi? Mi offende come musicista, uno spettacolo desolante vedere le massime autorità dello Stato osannare questo modestissimo musicista.”

Passano pochi giorni e Allevi risponde più o meno così: “Uto Ughi mi attacca perchè infastidito dal fatto che io con la mia musica ‘visionaria’ raggiungo un pubblico molto ampio, mentre lui è parte di una casta di intoccabili che utilizza lo snobismo culturale per spartirsi il potere musicale: d’altronde il nuovo che avanza fa sempre paura.” Chi ha ragione? Sul web si sprecano i commenti pro e contro il pianista. E quì torniamo al concetto di prima: tutti sono liberi di esprimere un loro parere e di appassionarsi a qualunque genere di musica.

Toto Cutugno, AlBano, i Ricchi e Poveri, Casadei hanno ancora enormi platee e sono ricordati per avere allietato con le loro canzoni le giornate di milioni di persone. Ma il caso di Allevi è diverso perchè appartiene all’ambito della cosiddetta musica “colta” (brutta parola) che dovrebbe approfondire il linguaggio musicale sfruttandone tutte le caratteristiche, i colori e le sensibilità tecniche, armoniche, melodiche e ritmiche. Insomma non si può lasciare all’uomo della strada il compito di stabilire cosa è arte e cosa è fuffa.

Tantomeno una frase del tipo “l’ho visto suonare al Senato, se l’hanno scelto deve essere proprio bravo” non dovrebbe essere un buon motivo per comprare un suo cd. Invece capita che, come riportò il quotidiano il Giornale a suo tempo, pure il presidente del Senato Renato Schifani (che l’aveva scelto) aumentò la popolarità del 4% e la preferenza fu apprezzata dal 77% degli elettori del centrodestra e dal 79% dei sostenitori del centrosinistra. Successo bipartisan quindi, la politica non c’entra.

C’entra però il fatto di essere consapevoli di ciò che ci viene propinato, anche in materia di musica. Così l’analisi che fece a suo tempo il Sole 24ore del fenomeno Allevi è più interessante: “il successo (incontestabile) del più che 40enne pianista è uno straordinario fenomeno di marketing”, aggiungendo come i “giornali che hanno riportato resoconti trionfalistici dei concerti al Blue Note di New York e nel tour internazionale in Europa e Cina”, hanno contribuito in modo determinante a trasformare un discreto pianista nel novello Mozart della musica classica contemporanea.

Per gli appassionati di musica jazz è una liberazione, non si oserà più paragonarlo a mostri sacri del pianoforte come Keith Jarrett, mentre per musicisti classici come Uto Ughi, vederlo addirittura con la bacchetta in mano dirigere l’orchestra di Natale è un affronto insopportabile, tanto che da allora lo stesso Allevi ammette di non poter più nemmeno mettere piede in molti Conservatori italiani.

Rimane il fatto che il nostro eroe è strampalatamente simpatico e piace, certo non a tutti – c’è chi lo odia, la notorietà deve avere pure un prezzo – ma tanti lo apprezzano e accorrono ai suoi concerti: sarà il fascino del pianoforte, la sua musica che per essere capita basta ascoltarla una volta, o forse la sua faccia con quella capigliatura alla Lucio Battisti prima maniera che fa riemergere lo stordito che c’è in ognuno di noi.

E poi è inutile negarlo, l’Italia è il paese degli Allevi e tanti vorrebberlo essere come lui, sentirsi grandi compositori, fare qualche battuta, suonare al Senato e poi comporre l’inno della serie A. Pizza mandolino e gioco del pallone: cosa volere di più dalla vita?