siamo quello che ascoltiamo

L’uomo è ciò che mangia? Ancora di più siamo quello che ascoltiamo. Con le playlist catalogare musica è molto più facile, così come cercare emozioni affini al nostro umore ed identificarci come consumatori

Perchè siamo quello che ascoltiamo? I gusti musicali hanno molto a che vedere con l’identità personale. Sono una specie di biglietto da visita che esibiamo in qualsiasi contesto sociale per affermare la nostra personalità. Classica, jazz, rap, pop, le nostre preferenze agli occhi degli altri dicono molto di noi, o almeno ne siamo convinti. Anche se in questa società il potere della musica è un pò appannato, dato che la vista è il senso più sviluppato, e con lo streaming manca l’oggetto fisico da mostrare.

Fino a qualche anno fa mettere vinili e cd in bella mostra a casa era un pò come aprire l’armadio dei vestiti, la stanza dei segreti. E cosa facevano le persone appena entravano a casa di un amico? Si mettevano a spulciare la raccolta di dischi o cd che il proprietario non mancava di esibire, magari accanto ai libri. Un modo per rivelarsi, sottolineare la propria identità, o per scoprire affinità e trovare l’anima gemella? Chissà. Certo è che con l’arrivo della musica digitale tutto è cambiato.

Ascoltiamo playlist personalizzate

Nell’era dei lettori mp3, pirateria, smartphone e streaming catalogare musica è diventato più semplice, oltre che indispensabile. Ma le playlist personalizzate e condivise sui social network possono ancora svelare i vari aspetti della personalità? Ci sono cose a cui nemmeno gli algoritmi più sofisticati possono arrivare, specie quando si parla di emozioni. Per questo Google anni fa ha incorporato nei suoi servizi Songza, un servizio specializzato nel creare playlist per stati d’animo e non solo.

Songza, nata nel 2010, era una startup a cui lavoravano 50 esperti di musica che programmavano playlist progettate per stati d’animo, attività, ore del giorno o addirittura meteo nella zona dell’ascoltatore. Il servizio è stato poi acquistato da Google per una cifra intorno ai 30 milioni di euro, e ora è in uso su YouTube music migliorando le funzione di ricerca e scoperta di brani, prima gestite solo da algoritmi.

Personalizzare le playlist è la sfida di tutti i grandi servizi di streaming da Spotify in poi. Gli utenti sembrano sempre più pigri e dopo che è stata eliminata qualsiasi azione fisica – togliere il disco dalla custodia, metterlo sul giradischi o nel lettore cd – ora non serve nemmeno più fare la fatica di scegliere cosa ascoltare. Forse sarà per questo che in tanti appassionati tornano al vinile, sta di fatto che le nostre orecchie interessano molto al mercato e non solo.

Importanza  abitudini di ascolto

Le abitudini di ascolto sono diventate anche oggetto di ricerche sempre più approfondite da parte di psicologi e sociologi. I ricercatori del Palo Alto Research Center e del Georgia Institute of Technology, hanno studiato come le raccolte musicali siano un sistema infallibile per trovare affinità lavorative e caratteriali e saldare relazioni sociali all’interno di gruppi di lavoro. Ma anche in politica analizzare le playlist musicali dei potenziali candidati consente ad esempio di individuare quelli con maggiori possibilità di incontrare gli umori della gente all’interno di determinate comunità.

Siamo quello che ascoltiamo è un principio molto americano che mira a trasformare la musica in strumento di marketing condito da vari manuali e pubblicazioni. Già all’inizio della rivoluzione digitale era uscito il libro “The iPod Playlist Book”, vero e proprio manuale sul significato profondo della raccolta musicale. Prometteva di svelare i lati oscuri di personalità legate a playlist monotematiche, miste, nostalgiche o progressiste e che ovviamente offriva al lettore una chiave di lettura sulla propria personalità in relazione alla musica ascoltata.

Lo avevano testato anche su politici, attori, vip e sul presidente americano Bush. Era profilato musicalmente come “personalità espansiva, ma non necessariamente aperta a nuove esperienze”. Sembra che Trump si vanti di non avere letto nemmeno un libro, sarebbe interessante sapere i suoi gusti musicali. Spotify e compagnia sanno tutto sui nostri gusti musicali e li utilizzano non solo per consigliarci nuove canzoni, ma anche per proporre spot mirati sui nostri interessi. Si tratta di artisti, brani e album ma anche di libri, vacanze, servizi. Così oggi è ancora più vero: siamo quello che ascoltiamo, specialmente e sempre di più, come consumatori.