siamo quello che ascoltiamo

L’uomo è ciò che mangia? Sicuramente, ma ancora di più siamo quello che ascoltiamo. Qualche dubbio in realtà lo avevamo sempre avuto fin dai tempi dei vinile e dei cd, figuriamoci adesso nell’era delle playlist in cui catalogare musica è molto più facile

Perchè siamo quello che ascoltiamo? Pensate a cosa faceva la gente appena entrata a casa di un amico: si metteva a spulciare la raccolta di dischi o cd che il proprietario non mancava di mettere in bella vista, magari accanto ai libri. Un modo per rivelarsi, sottolineare la propria identità, o per scoprire affinità e trovare l’anima gemella? Chissà. Dopo sono arrivati i lettori mp3, gli smartphone e lo streaming e se catalogare musica è diventato ancora più semplice, oltre che indispensabile, si è scoperto che le playlist personalizzate e condivise sui social network possono davvero svelare molti aspetti della personalità.

Non a caso le abitudini di ascolto sono diventate oggetto di ricerche sempre più approfondite da parte di psicologi e sociologi. Ad esempio i ricercatori del Palo Alto Research Center e del Georgia Institute of Technology studiando le raccolte musicali hanno verificato come siano un sistema infallibile per trovare affinità lavorative e caratteriali e saldare relazioni sociali all’interno di gruppi di lavoro. Nel frattempo anche i politologi si sono messi ad analizzare le playlist musicali dei potenziali candidati per individuare quelli con maggiori possibilità di incontrare gli umori della gente all’interno di determinate comunità.

In questa corsa molto americana che mira a trasformare il principio che siamo quello che ascoltiamo in una scienza esatta, ovviamente anche per scopi di marketing, non mancano manuali e pubblicazioni. Già all’inizio della rivoluzione digitale era uscito un libro “The iPod Playlist Book” vero e proprio manuale sul significato profondo della raccolta musicale che prometteva di svelare i lati oscuri di personalità legate a playlist monotematiche, miste, nostalgiche o progressiste e che ovviamente offriva al lettore una chiave di lettura sulla propria personalità in relazione alla musica ascoltata.

Lo avevano testato anche su politici, attori, vip… ve lo ricordate il presidente Bush? Era profilato musicalmente come “personalità espansiva, ma non necessariamente aperta a nuove esperienze”. E meno male. Ora nell’era Obama lo streaming imperversa offrendo musica in cambio di pubblicità e il cerchio si chiude: guarda a caso Spotify sa tutto sui nostri gusti musicali e li utilizza non solo per consigliarci nuova musica, ma anche per proporre spot mirati sui nostri interessi. Si tratta di canzoni e album ma anche di libri, vacanze, servizi. Insomma, siamo quello che ascoltiamo: specialmente e sempre più come consumatori.