Cantante del Festival di Sanremo

Quelli che dicono che Sanremo è noioso, fantastico, interessante, inutile. Possibile che dopo settant’anni dalla sua nascita, mentre tutto cambia e arrivano crisi economiche, sociali, politiche e pandemiche, si debba parlare ancora di canzonette? Non c’è cambiamento sociale, rivoluzione, crisi discografica o economica che tenga: un attimo dopo che il presentatore scende dalla famosa scala dell’Ariston sui social e sui media ognuno deve dire la sua.

Perchè comunque la si pensi, questo spettacolo televisivo ha sempre dati di ascolto altissimi e riesce a calimitare l’interesse di tutta la nazione per una intera settimana. Che poi al Festival si parli di musica, canzoni, spettacolo, o che comandino solo gli sponsor o il gossip con una strizzatina di occhio alla politica, poco importa: alla fine una sbrirciatina a Sanremo la danno tutti. Quali sono le ragioni di questo successo?

Indice

Origini Festival di Sanremo

Non si può capire l’importanza di Sanremo ieri come oggi ignorando la sua storia che comincia nel 1951. Gli italiani sono 47,5 milioni, 19,5 milioni gli occupati che lavorano nell’agricoltura (42,2%), industria (32,1%) e terziario (25,7%). La guerra è finita da poco, il tasso di analfabetizzazione e del 12,9% e la povertà estrema riguarda il 5,8% di famiglie al Nord e il 50,2% di persone nel sud Italia.

Il 27 luglio dello stesso anno al governo andrà De Gasperì (Dc, Pri) mentre sempre nel 1951 viene varata la riforma fiscale di Vanoni che istituisce la dichiarazione dei redditi. L’Italia vuole ripartire dopo il dramma della seconda guerra mondiale e lo fa anche a suon di musica. Lo scopo della prima edizione di Sanremo infatti è trovare nuove canzoni per la Radio Italiana che non a caso diventeranno la colonna sonora del boom economico.

Sanremo è una tra le mete più ambite dai vacanzieri nostrani. Pochi possono permettersi le vacanze ma molti possono sognare e la Riviera Ligure è il luogo ideale per evocare un futuro migliore. Amilcare Rambaldi, ideatore dell’evento canoro, inizialmente pensa di fare esibire i cantanti su una nave. L’ipotesi viene scartata per problemi tecnici di trasmissione e alla fine si decide per il Salone delle Feste del Casinò Municipale.

Prima edizione di Sanremo

Il mercato discografico è agli albori, non esiste la televisione, ma lo sviluppo tecnologico dei supporti musicali e la radio consentono alle neonate case discografiche di avere grandi progetti per portare le canzoni nelle case. Per partecipare alla prima edizione del Festival di Sanremo la Rai invita tutti gli editori musicali a presentare composizioni inedite di autori italiani che verranno selezionate da una apposita commissione.

Delle 240 canzoni presentate ne saranno scelte 20, interpretate da tre soli cantanti: Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano. Le prove si svolgono per venti giorni nella sede Rai di Torino sotto con la direzione d’orchestra e gli arrangiamenti curati del Maestro Cinico Angelini. Le serate di gala previste sono tre, presentate da Nunzio Filogamo. Le esibizioni dei cantanti del primo Sanremo della storia iniziano alle ore 22 e durano 45 minuti.

Il biglietto d’ingresso per partecipare ad una serata del festival costa 500 lire e l’atmosfera è da festa in crociera: mentre i cantanti si esibiscono, camerieri in livrea servono drink e cibarie ad eleganti signori seduti ai tavolini. Il pubblico da casa ascolta le canzoni in gara sulla Rete Rossa di Radio Rai. Finita l’esibizione vengono trasmessi una trasmissione sul folklore internazionale, il giornale radio e un notiziario di varietà.

Quando la linea torna a Sanremo sono svelati i risultati: la prima canzone a vincere il Festival di Sanremo è Grazie dei fiori, interpretata da Nilla Pizzi. Tutte le canzoni del primo Festival vengono incise quindici giorni dopo la fine della manifestazione e il 78 giri della canzone vincitrice alla fine venderà 35 mila copie: un successo. Da allora questa manifestazione seguirà aspettative, desideri e contraddizioni della società italiana diventandone la colonna sonora. 

Migliori canzoni del Festival

Dal punto di vista musicale è impossibile negare la quantità di brani rivoluzionari, belli, orribili o di successo sfornati da Sanremo in questi decenni. Alcuni cantanti italiani passando dal Festival sono diventati indiscussi monumenti nazionali riconosciuti anche all’estero. Tra i più famosi Domenico Modugno, Mina, Celentano oppure Claudio Villa, Orietta Berti, Toto Cutugno, piuttosto che Eros Ramazzotti, Laura Pausini o Vasco Rossi.

Se “Vita spericolata” presentata al Festival del 1983 ha lanciato la carriera di Vasco Rossi, ci sono autentiche perle come “Nel blu dipinto di blu” cantata da Domenico Modugno (1958), “Lontano dagli occhi” di Sergio Endrigo (1969), “Un’avventura” (1969) di Lucio Battisti, “4 marzo 1943” di Lucio Dalla (1971), “Almeno tu nell’universo”(1989) di Mia Martini ma anche “La fotografia” di Enzo Jannacci (1991).

Essere popolari non significa necessariamente essere banali come dimostrano canzoni come “Gianna” di Rino Gaetano (1978), “Ancora” di Eduardo de Crescenzo (1981), “Vacanze romane” dei Matia Bazar (1983) o “Una storia importante” di Eros Ramazzotti (1985). Viceversa la musica popolare, malgrado una evoluzione recente della musica pop non proprio virtuosa che a volte sembra sfociare nella stupidità, ha un ruolo identitario forte che va al di là dei gusti personali.

Sanremo e l’Italia oggi

Lo stretto rapporto esistente tra cultura e società c’è anche tra musica e personalità, ma nell’Italia contemporanea il Festival di Sanremo ha ancora qualche ruolo sul piano musicale e sociale? Negli ultimi anni il mondo della musica, dalla produzione fino alla comunicazione del prodotto e alla sua distribuzione, è troppo cambiato per poter fare paragoni con il passato. Dalla Radio Rossa Rai siamo passati allo streaming della finanza, da Nilla Pizzi a Fedez, al rap italiano.

Il successo del Festival di Sanremo non è più da ricercarsi in complicati meccanismi sociologici ma risiede nello stesso Festival. Un programma televisivo di costume e arte varia che poco ha a che fare con le tanti realtà musicali italiane e salvo rarissime eccezioni poco cambia anche dal punto di vista promozionale nel mercato mainstream. E’ una narrazione auto celebrativa che parte martedì e finisce sabato sera con tanti ospiti, qualche polemica ma senza grandi strascichi dal punto di vista sociale, culturale e soprattutto musicale.

Eppure tutta la musica italiana vorrebbe mettere i piedi sullo storico palco del Teatro Ariston di Sanremo, anche quelli che ne parlano malissimo. Il tempo delle barricate ideologiche è finito e in tempo di influencer qualche decina di milioni di persone incollate alla televisione valgono più di mille parole. In mezzo a slanci di noia e passione di canzoni più o meno riuscite, tra dietrologie e pettegolezzi rilanciati sui social, quel chiacchericcio a base di business, audience e pubblicità è la pancia dell’Italia.

Da Gigliola Cinquetti passando dalla Terra dei cachi fino ai ‘nuovi mostri’ dei talent show, Sanremo rimane uno dei momenti in cui la democrazia si rispecchia e interroga sul proprio futuro. Serena Facci e Paolo Soddu lo spiegano bene nel libro ‘Il Festival di Sanremo – Parole e suoni raccontano la nazione‘ (ed. Carocci). Quindi più che aspettarci capolavori assoluti o nuovi fenomeni musicale, concentriamoci sull’unica cosa di cui tutti ogni volta sembrano preoccuparsi: Sanremo quest’anno batterà il record di ascolti o sarà un flop?

dei Matia Bazar (1983) o “Una storia importante” di Eros Ramazzotti (1985). Viceversa la musica popolare, malgrado una evoluzione recente della musica pop non proprio virtuosa che a volte sembra sfociare nella stupidità, ha un ruolo identitario forte che va al di là dei gusti personali.