Razzismo nella musica: come jazz, pop e classica hanno affrontato la discriminazione? Il ruolo della musica nelle lotte per i diritti civili.
La musica ha il potere di unire le persone, superando confini linguistici e culturali. Nonostante questa capacità di abbattere le barriere, il problema del razzismo nella musica non è mai stato completamente risolto. Questo fenomeno non è solo limitato ai generi musicali nati all’interno delle comunità emarginate, ma si estende anche al modo in cui i musicisti neri o di diverse razze vengono trattati e percepiti dal jazz al pop fino alla musica classica.
Se le note non hanno un colore, la storia della musica è intrisa di battaglie, pregiudizi e sfide sociali legate alla razza. Dai canti di schiavi afroamericani che hanno dato vita al blues, al jazz come simbolo di resistenza, fino ai generi contemporanei come il rap e l’hip-hop alla stessa musica classica, le sette note hanno rispecchiato, influenzato e talvolta sfidato il razzismo e sono state sia un rifugio che un campo di battaglia per i diritti civili.
Indice
- Razzismo nell’industria musicale
- Musica contro il razzismo
- Razzismo nella musica classica
- Musicisti neri classici di successo
Razzismo nell’industria musicale
La cultura afroamericana ha dato vita a una serie di generi musicali che hanno influenzato il panorama musicale globale. Dal blues alla storia del jazz, fino all’hip-hop, queste espressioni artistiche hanno origine in comunità emarginate che hanno trovato nella musica un modo per esprimere la loro identità e la loro resistenza contro le ingiustizie sociali. Il jazz, in particolare, è stato visto come un linguaggio universale che ha superato le barriere razziali, ma non senza difficoltà.
Durante il periodo della segregazione razziale negli Stati Uniti, musicisti afroamericani come Louis Armstrong e Duke Ellington sono stati apprezzati per il loro talento, ma spesso trattati con disprezzo a causa del colore della loro pelle. La segregazione razziale negli Stati Uniti ha influenzato anche il mondo della musica, con le stazioni radio che si rifiutavano di trasmettere canzoni di artisti neri, mentre i musicisti bianchi venivano promossi a scapito dei loro colleghi afroamericani.
Un esempio evidente di questo fenomeno è l’ascesa del rock and roll, un genere fortemente influenzato dal rhythm and blues afroamericano. Tuttavia, molti degli artisti che hanno portato il rock and roll al successo erano bianchi, come Elvis Presley, mentre i pionieri neri del genere, come Chuck Berry e Little Richard, sono stati spesso emarginati. Questo tipo di razzismo strutturale ha creato profonde disuguaglianze nell’industria musicale, che permangono tutt’oggi.
Musica contro il razzismo
Nel 1865 la guerra civile americana sancì la fine della tratta che trasformò milioni di schiavi afroamericani nella mano d’opera a basso costo che permise lo sviluppo economico americano. Nel 1965 il presidente Lyndon Johnson firmò la legge che garantiva il diritto di voto ai cittadini di colore. In questo contesto la musica è stata utilizzata come mezzo per sfidare il razzismo sin dai tempi della schiavitù.
I canti afroamericani, per esempio, erano più che semplici inni religiosi: rappresentavano una forma di comunicazione segreta tra gli schiavi afroamericani e una valvola di sfogo per il loro dolore e le loro speranze di libertà. Questi canti si sono evoluti nel tempo e hanno influenzato generi musicali come il blues e il gospel, che a loro volta hanno gettato le basi per il jazz e il soul ma anche per il pop e il rock.
Durante il movimento per i diritti civili negli anni ’60, artisti come Nina Simone, Sam Cooke e Bob Dylan hanno usato la musica per affrontare temi di discriminazione e oppressione. Canzoni di protesta come “Mississippi Goddam” di Nina Simone o “A Change is Gonna Come” di Sam Cooke sono diventate inni per la lotta contro il razzismo, rafforzando il ruolo della musica come strumento di cambiamento sociale.
Oggi, la musica continua a essere un linguaggio universale che attraversa confini razziali e culturali. Tuttavia, le questioni legate al razzismo e alla discriminazione non sono scomparse. Il rap e l’hip-hop, generi nati nelle comunità nere urbane, sono diventati fenomeni globali, ma spesso gli artisti afroamericani si trovano a dover affrontare stereotipi negativi e marginalizzazione, ben presenti sia nell’industria mainstream che nella musica classica.
Razzismo nella musica classica
Nel corso del ‘900 i musicisti neri sono stati tra i maggiori protagonisti di una rivoluzione sociale e culturale che passando da Charlie Parker e Jimmi Hendrix è arrivata fino ai rapper odierni. Nella musica classica e nell’opera però questo non è mai accaduto. Le maggiori orchestre americane sono a tutt’oggi dirette a livello amministrativo, commerciale e musicale da bianchi che scelgono i musicisti decidendo il repertorio e la programmazione di teatri e sale da concerto.
Ad esempio a gestire il Metropolitan Opera di New York, maggiore teatro lirico americano, sono solamente 3 gli afroamericani su 45 bianchi. Nell’orchestra dello stesso teatro suonano 3 musicisti neri sui 90 complessivi e in 137 anni di storia, su 306 opere rappresentate, non ce n’è mai stata una di un compositore afroamericano. Considerando questi numeri non è difficile comprendere come qualche problema di razza debba esserci.
Un ulteriore spunto di riflessione lo si trova in un articolo del New York Times che ha chiesto direttamente ai musicisti neri e ai direttori d’orchestra afroamericani di fare il punto sulla situazione. Il risultato è che nelle maggiori orchestre la presenza di musicisti e direttori di colore è rispettivamente del 2% e 4% circa. Quella che sembra a tutti gli effetti una discriminazione razziale, potrebbe in realtà essere solo dovuta al repertorio classico suonato.
Sono tutti di origine europea e bianchi i più grandi compositori nati dal seicento alla fine dell’ottocento, da Bach a Beethoven fino a Wagner. D’altra parte la storia della musica occidentale comincia con l’invenzione della notazione musicale e ciò che oggi chiamiamo comunemente spartito è stato creato per mano di un monaco benedettino. Insomma di spazio per gli afroamericani non ce n’è mai stato.
Musicisti neri classici di successo
Con la radio e i supporti musicali all’inizio del novecento però le cose cambiano. La musica popolare dei neri si diffonde ovunque prima attraverso il jazz, poi nel rock and roll e nel r&b fino ad influenzare tutta la musica leggera mainstream. L’onda lunga di questa evoluzone arriva anche nella musica classica, anche perchè alcuni musicisti neri hanno anche l’opportunità di studiare ed approfondire il linguaggio classico.
Sul modello dei compositori europei nelle cui opere c’è spesso un richiamo alla tradizione popolare, i musicisti neri potrebbero scrivere opere complesse ispirate alla tradizione armonica, melodica e ritmica del blues o del jazz. Invece nel 1935 è ancora un musicista bianco, George Gershwin, che mette in musica i colori degli afroamericani nella famosa opera intitolata Porgy and Bess. Il black power potrà mai esistere nella musica classica?
Tra mille difficoltà la prima voce di colore a farsi sentire è quella di Camilla Ella Williams. Nata nel 1919 è stata la primo soprano afroamericana a vincere i pregiudizi che volevano le donne nere cantare esclusivamente blues o gospel nei locali. Nel 1946 debuttò alla New York City Opera come protagonista della Madama Butterfly di Giacomo Puccini. Sostenitrice del movimento civile per i diritti dei neri, cantò al termine del famoso discorso di Martin Luther King nel 1963 “I have a dream“.
Oggi la lista dei musicisti neri si sta allungando sempre più tra compositori, direttori d’orchestra e interpreti. Tra i più famosi ci sono Roderick Cox, acclamato maestro in America e alla London Philharmonic Orchestra; la violinista Jessie Montgomery vincitrice del premio Leonard Bernstein e Jonathan Bailey Holland, compositore vivente tra i più noti. Tra i cantanti d’opera di colore sono famosi la soprano Julia Bullock originaria di St. Louis nel Missouri e il tenore Lawrence Brownlee.
Malgrado l’innegabile progresso delle carriere dei musicisti afroamericani, molti hanno dovuto affrontare discriminazioni razziali e hanno a cuore il problema del razzismo nella musica. Così non è raro vederli impegnati direttamente in progetti volti a scuotere l’opinone pubblica o a celebrare artisti neri. E’ il caso di Ashleigh Gordon, violista di fama internazionale e co-fondatrice di Castle of Our Skins, associazione che sostiene la causa dei musicisti neri del passato e del presente.
![[EN REPLAY] Roderick Cox et Orchestre national Montpellier Occitanie | Tchaïkovski • Ravel](https://i.ytimg.com/vi/AYGJEqnjVBg/maxresdefault.jpg)







