Utilizzare voce e strumenti di una registrazione e sovrapporli con quelli di un’altra. Il vecchio termine ‘remix’ supera i confini della discoteca, della musica elettronica o dell’ Hip Hop e si dedica ai grandi musicisti scomparsi o non più in attività. Dopo Love, l’album dei Beatles ricostruito in studio, oggi è il momento di Ray Charles con il cd Ray Sings Basie Swings, uscito da poco nei negozi.

Forse qualcuno, in particolare i puristi della musica jazz, inorridiranno al pensiero che si possa unire la parola swing, sinonimo di un approccio morbido e talentuoso al ritmo, ad una pura alchimia discografica basata sulla fredda tecnologia. Ma forse è proprio per questo che ve ne parliamo. In fondo anche l’arte contemporanea si basa sulla negazione delle regole.

La storia di questo disco comincia quando John Burk, già produttore di Ray e dell’album Genius Loves Company, ritrova un vecchio nastro con l’etichetta “Ray Charles Count Basie”. Burk crede di aver trovato una incisione live con i due grandi della musica nera, ma in realtà si tratta di una bobina dalla qualità sonora pessima e per di più di due concerti differenti. Solo la voce di Ray risulta perfetta.

“Perchè”, si domanda, “non utilizzarla sovrapposta ad una nuova base musicale”? Chiama quindi la leggendaria Count Basie Orchestra, che nel frattempo esiste ancora con i suoi ultimi veterani ed è oggi diretta da Bill Huges con ospiti Joey De Francesco e Patti Austin.

Il resto lo fanno un nugolo di arrangiatori e i musicisti, coadiuvati da programmatori ed esperti di vario genere armati di computer dotati degli ultimissimi software di post produzione audio. Risultato? Tutto bello e molto pulito. Ma lo swing e il feeling che si ottiene suonando insieme, è un altra cosa…