L’evoluzione della tecnologia e l’uso del computer nell’ambito del settore creativo e culturale ha permesso di semplificare in modo incredibile i processi di ri-elaborazione delle opere.

Se da una parte ciò ha contribuito alla nascita di nuove forme d’arte frutto di più o meno ardite contaminazioni, dall’altra sono nati controversi dibattiti sull’opportunità di estendere la tutela legislativa, riservata solitamente ai prodotti finali della creatività, anche ai ‘semilavorati’ o addirittura alla ‘materia prima’ utilizzata nel processo creativo. Il problema è di carattere generale, ovviamente ha implicazioni etiche ed economiche e si pone in tutte le forme d’arte: pensiamo ad esempio allo scrittore che volesse vedere tutelate le singole frasi o le parole usate in un romanzo; al pittore che accampasse diritti sull’uso di determinati colori; ma pensiamo soprattutto al musicista che rivendicasse i propri diritti anche su cadenze armoniche, accordi, sulle singole note di un suo brano o su un particolare suono di chitarra.

Pur senza arrivare a questi estremi, va proprio in questa direzione la recente sentenza della Corte federale di appello di Cincinnati che ha obbligato gli artisti Rap (genere che notoriamente “vive” di “campionature” di materiale musicale preesistente), a pagare una royaly per ogni campione musicale inserito nei propri brani, affermando come ciò comunque non comporterebbe “alcuna significativa lesione della creatività artistica”. Qualcuno però pensa che questa tendenza, che va diffondendosi a livello mondiale, di estensione del concetto di copyright, alla fine più che tutelare gli interessi di artisti e consumatori, favorisca solo gli interessi delle major e della grande industria culturale.