smartphone con cuffiette per ascoltare musica

Il prezzo della musica in streaming per molti giovani è troppo alto. Eppure fino a pochi anni fa per ascoltare album e canzoni si spendevano molti più soldi. E’ il valore delle canzoni che si è ridotto o è cambiato il pubblico?

Il futuro è in streaming, su questo non ci sono dubbi, ma il prezzo della musica è alto o basso rispetto al passato? Facciamo un passo indietro. Gli ultimi dati del mercato musicale dicono che negli ultimi anni c’è stata una vera e propria rivoluzione nelle abitudini di consumo. La società di consulenza Cisco dice che presto il traffico internet sarà dovuto principalmente a trasmissioni di contenuti on demand di musica, video e film e ad altri servizi on the cloud come Google Drive.

Il prezzo della musica è cambiato insieme al modo in cui si ascoltano le canzoni. Gli appassionati non desiderano più possedere fisicamente o virtualmente musica e contenuti, come nel caso dei file mp3. Vogliono semplicemente ascoltare album e playlist di generi e artisti preferiti direttamente collegandosi online con pc, tablet, smartphone. Ma anche con smart tv, radio o sistemi hi-fi digitali. Meglio se gratis in cambio di pubblicità, anche accettando varie limitazioni, oppure pagando un piccolo abbonamento mensile.

Prezzo musica in abbonamento

La conferma che i consumatori sono sempre più propensi a sottoscrivere abbonamenti a servizi, piuttosto che acquistare direttamente prodotti per possederli, arriva da una ricerca realizzata in Inghilterra da Zuora, società leader nella gestione di servizi di abbonamento online. Ci sono già oltre 40 milioni di britannici, il 78% della popolazione adulta, con qualche forma di abbonamento a servizi di streaming audio o tv come Netflix o Spotify.

I vantaggi della smaterializzazione della musica, che rappresenta una fetta del 10% nell’indagine precedente, sono la comodità di potere disporre di un catalogo infinito di brani ad un prezzo della musica irrisorio. O almeno questo è quanto pensa chi ha acquistato e ancora custodisce gelosamente i propri cd, Lp o audio cassette. Perchè una cosa è ovvia, oggi per ascoltare musica si spende molto meno che in passato. I prezzi sono bassi ma anche il valore economico della musica è calato vertiginosamente. Non ci credete?

Prezzo musica fisica

Molti addetti ai lavori e artisti rimpiangono i bei tempi del cd e non solo da un punto di vista economico, data la qualità media delle uscite discografiche. Nel pieno boom della musica, tra gli anni ’80 e ’90, un compact disc acquistato in un negozio in Italia costava attorno alle 34 mila lire. Per un concerto si spendevano dalle 40 alle 50 mila lire e il prezzo di una serata in discoteca era 20 mila lire. Distributori e rivenditori si prendevano il 45%. Il resto veniva diviso tra Siae, artisti, costi di produzione, registrazione e promozione.

La casa discografica guadagnava dal 3 al 10 per cento del prezzo di vendita. Se oggi un concerto costa mediamente 50 euro, facendo le dovute proporzioni quanto dovrebbe costare ascoltare un album? Attorno ai 30 euro. Invece i prezzo della musica in streaming dei maggiori servizi è di 9,99 euro al mese. Meno di un terzo di quanto un tempo serviva per acquistare un solo disco per ascoltare tutti i dischi dell’universo per un mese.

Più che frutto di accordi speculativi tra grandi società, questa cifra è la minima indispensabile per potere garantire la sostenibilità economica dello streaming. Cosa per altro tutta da verificare dato che questi soldi dovrebbero servire per rientrare nei costi in diritti versati alle case discografiche e in spese in infrastrutture tecnologiche. In realtà, se da una parte major e artisti piangono miseria, dall’altro società Spotify ha sempre chiuso i conti in rosso prima di quotarsi in borsa.

Prezzo musica streaming alto?

Il punto è che pur essendosi quasi annullato il prezzo degli album in 2 decenni, oramai anche spendere 9,99 euro per un mese di musica sembra un costo troppo elevato da sostenere per il 48% delle persone intervistate. Le stesse persone verosimilmente non battono ciglio nell’acquistare scarpe da tennis made in Cina da 150 euro o pagare una maglietta 30 euro, o ben più di 500 euro per uno smartphone nuovo fiammante. E che dire dei gadget tecnologici?

Sembra un paradosso ma mentre tutta la filiera della musica arranca in cerca di una collocazione economica sostenibile nell’era dello streaming, ci sono prodotti come smartphone, tablet e tutto ciò che serve per ascoltare musica, che va a gonfie vele. Secondo alcune analisi, un aumento dell’1% di domanda di musica, incrementa dell’1,4% le vendite di smartphone. Tanto che si sono studiate anche forme di tassazione sui produttori di hardware a vantaggio di chi si occupa di contenuti musicali come musicisti, artisti, produttori editori e case discografiche.

Abbassare il prezzo della musica

Intanto le persone non si abbonano perchè ritengono il prezzo della musica in streaming non giustificato. In realtà è l’abitudine a considerare la musica gratis a fare la differenza. Un concetto che supera di molto la possibilità di potere ascoltare decine di milioni di brani. Ecco perche in Inghilterra sono abbonate solo 5,2 milioni di persone, il 10% della popolazione. Come conquistare il restante 90%?

Abbassare il prezzo della musica in streaming potrebbe sembrare una buona soluzione. I margini per tutta la filiera della musica però sono già ridotti all’osso, e una ulteriore riduzione del prezzo degli abbonamento diminuirebbe del tutto la percezione del valore della musica, già sacrificata ai minimi storici per contrastare la pirateria. Insomma che il futuro sia dello streaming per gli economisti non ci sono dubbi. Sono i musicisti piuttosto che dovranno inventarsi qualcosa per il loro futuro: probabilmente un nuovo lavoro.