prezzi musica streaming

Secondo una ricerca realizzata nel Regno Unito i prezzi della musica in streaming sarebbero troppo alti. Eppure solo fino a pochi anni fa per ascoltare album e canzoni giovani ed adulti erano disposti a spendere molto di più

Il futuro appartiene allo streaming, su questo non ci sono dubbi. La società di consulenza Cisco sostiene che da qui fino al 2018 la quasi totalità (84%) del traffico internet sarà dovuto a trasmissioni di contenuti in streaming. Non solo musica, anche video e altri servizi. Comunque nel settore musicale le recenti tendenze di mercato vanno in questa direzione.

Quella in atto è una vera e propria rivoluzione nelle abitudini di consumo. Per chi ascolta musica ma lo stesso discorso vale ad esempio per chi guarda film. Non si tratta soltanto di cambiare modo e supporto con cui ascoltare canzoni. Gli appassionati non desiderano più possedere fisicamente o virtualmente, come nel caso dei file mp3, musica e contenuti. Vogliono semplicemente ascoltare album e playlist di generi e artisti preferiti direttamente collegandosi online con pc, tablet, smartphone. Ma anche con smart tv, radio o sistemi hi-fi digitali. Meglio se gratis in cambio di pubblicità, anche accettando varie limitazioni, oppure pagando un piccolo abbonamento mensile.

Abbonamento sostituisce acquisto

La conferma che i consumatori sono sempre più propensi a sottoscrivere abbonamenti a servizi, piuttosto che acquistare direttamente prodotti per possederli, arriva da una ricerca realizzata in Inghilterra da Zuora, società leader nella gestione di servizi di abbonamento online. Ci sono già 40 milioni di britannici, il 78% della popolazione adulta, con qualche forma di abbonamento a servizi di streaming audio o tv come Netflix o Spotify.

I vantaggi della smaterializzazione della musica, che rappresenta una fetta del 10% nell’indagine precedente, sono la comodità di potere disporre di un catalogo infinito di brani ad un prezzo irrisorio. O almeno questo è quanto pensa chi ha acquistato e ancora custodisce gelosamente i propri cd, Lp o audio cassette. Perchè una cosa è ovvia: i prezzi dello streaming per qualcuno saranno anche troppo alti, ma per ascoltare musica una volta si spendevano molto di più di 9,99 euro al mese.

Quanto costava la musica?

Nel pieno boom della musica, tra gli anni ’80 e ’90, un compact disc acquistato in un negozio in Italia costava attorno alle 34 mila lire. Per un concerto si spendevano 40 – 50 mila lire e il prezzo di una serata in discoteca era 20 mila lire. Distributori e rivenditori si prendevano il 45%. Il resto veniva diviso tra Siae, artisti, costi di produzione, registrazione e promozione. La casa discografica guadagnava dal 3 al 10 per cento del prezzo di vendita. In molti addetti ai lavori rimpiangono quei tempi e non solo da un punto di vista economico, data la qualità media delle uscite discografiche. In ogni caso oggi un concerto costa mediamente 50 euro: quanto dovrebbe costare ascoltare un album? In proporzione attorno ai 30 euro.

Invece 9,99 euro al mese è il prezzo medio per abbonarsi ai servizi di streaming musicale di Spotify, Apple, Google. Meno di un terzo di quanto un tempo serviva per acquistare un solo disco per ascoltare tutti i dischi dell’universo per un mese. Più che frutto di accordi speculativi tra grandi società, questa cifra è la minima indispensabile per potere garantire la sostenibilità economica dello streaming. Cosa per altro tutta da verificare dato che questi soldi dovrebbero servire per rientrare nei costi in diritti versati alle case discografiche e in spese in infrastrutture tecnologiche. In realtà, se da una parte major e artisti piangono miseria, dall’altro società come Spotify da sempre chiudono i conti in rosso. Ma questo è un altro discorso.

Streaming costa davvero troppo?

Il punto è che pur essendosi quasi annullato il prezzo degli album in 2 decenni, oramai anche 9,99 euro per un mese di musica è diventato un costo troppo elevato da sostenere per il 48% delle persone intervistate. Le stesse persone che verosimilmente non battono ciglio nell’acquistare scarpe da tennis made in Cina da 150 euro o pagare una maglietta 30 euro, o ben più di 500 euro per uno smartphone nuovo fiammante.

Eppure le persone non si abbonano perchè ritengono il prezzi della musica in streaming non giustificati. In realtà è l’abitudine a considerare la musica gratis a fare la differenza. Un concetto che supera di molto la possibilità di potere ascoltare decine di milioni di brani. Ecco perche in Inghilterra sono abbonate solo 5,2 milioni di persone, il 10% della popolazione. Come conquistare il restante 90%?

Abbassare i prezzi della musica in streaming potrebbe sembrare una buona soluzione, ma oltre a venire meno la sostenibilità economica, dato che i margini per tutta la filiera della musica sono già ridotti all’osso, una ulteriore riduzione dei prezzi di abbonamento diminuirebbe del tutto la percezione del valore della musica, già sacrificata ai minimi storici per contrastare la pirateria. Insomma che il futuro della musica sia dello streaming per gli economisti non ci sono dubbi. Sono i musicisti piuttosto che dovranno inventarsi qualcosa: più probabilmente un nuovo lavoro.