Piacere della musica in una ragazza con cuffiette

Da cosa dipende il piacere della musica e perchè ci sono persone più sensibili al linguaggio musicale? Non tutto è legato alla formazione culturale estetica, ma potrebbe dipendere da una diversa conformazione del cervello

Il piacere della musica è diverso in ogni persona. C’è chi si accosta al linguaggio musicale in modo superficiale accontentandosi di canzoni leggere o di generi semplici e ripetitivi che servono per ballare o divertirsi. Altri invece passano la vita a cercare di capire i misteri delle note e dell’armonia e hanno forti risposte emotive agli stimoli sonori. Approfondiscono, fremono ad ogni nota fino a provare brividi e nodi alla gola causati dall’interpretazione dell’artista.

Il piacere della musica cosa nasconde ? Rispondere a questa domanda è una sfida che affascina molti neuroscienziati. Verrebbe da pensare che la capacità di emozionarsi davanti all’ascolto o alla visione di un’opera d’arte, sia frutto di educazione e dovuta all’ambiente in cui si è nati o cresciuti. Studiare musica o suonare uno strumento purtroppo in Italia ha una componente fortemente familiare. Se i genitori suonano, lo fanno anche i figli. Ma non è detto che i figli d’arte abbiano un particolare talento o sensibilità musicale.

Il piacere della musica spiegato in termini generazionali non basta e non convince del tutto gli studiosi. C’è chi crede che la capacità di farsi emozionare dai suoni dipenda da fattori biologici e da un diverso dna. E se invece tutto dipendesse da una diversa conformazione del cervello che ha influito nell’evoluzione dell’uomo anche da un punto di vista emozionale? Si potrebbero aprire nuove prospettive sulle origini evolutive dell’estetica umana. Tutto parte dal comprendere come i bisogni primari dell’uomo siano soddisfatti dal cosiddetto sistema di ricompensa.

Piacere della musica e cervello

Il sistema di ricompensa è un insieme di risposte cerebrali che sono innate nell’uomo e gli permettono di soddisfare dei bisogni. Quelli primari vengono soddisfatti attuando determinati comportamenti che provocano piacere e quindi vengono ripetuti in modo naturale. Fanno parte di questa categoria alcuni piaceri sensoriali associati a cibo, sesso e droghe. Il sistema di ricompensa si attiva anche nelle funzioni sociali. Ad esempio stiamo bene quando collaboriamo con qualcuno o troviamo una motivazione o uno scopo nel condividere le nostre esperienze.

Un piacere irrefrenabile dobbiamo provarlo ad esempio controllando decine o centinaia di volte al giorno lo smartphone per vedere se qualcuno ha messo un like ad un messaggio su Facebook. Si tratta di abbagli a cui l’uomo cede volentieri anche se rischia una vera e propria dipendenza non inferiore a quella dovuta ad altre sostanze. La consapevolezza sui rischi è fondamentale. Siamo programmati per avere un vantaggio evolutivo dai nostri comportamenti e non per passare intere giornate su internet con i rischi del caso.

Quello che a volte ci frega è la dopamina, un neurotrasmettitore che viene prodotto nel cervello in diversa quantità a seconda delle esperienze provate. L’uomo ne produce una quantità maggiore rispetto a scimpanzé e gorilla. Così gli esseri umani provano piacere anche in risposta a stimoli di ordine superiore ed estetici, che non danno un chiaro vantaggio evolutivo. Ad esempio si emozionano guardando un’opera d’arte o ascoltando della musica.

Piacere della musica nel dna

La passione della musica può essere strettamente connessa all’attaccamento ai genitori o a un gruppo, a cominciare dalle ninne nanne cantate dalla mamma per aumentare l’attaccamento al proprio bimbo, fino alle musiche e alle danze tribali. Questo aspetto però non è l’unico a determinare il rapporto che abbiamo con la musica nel corso della vita.

Il piacere della musica potrebbe essere anche un tratto biologico scritto nel patrimonio genetico che va oltre l’appartenenza sociale e l’ambiente in cui viviamo. Un fatto innato e non dovuto ad una successiva educazione o all’ambiente di riferimento. Sembrano dimostrarlo i risultati di uno studio condotto dal professor Irma Järvelä del Dipartimento di genetica e biologia molecolare dell’Università di Helsinki. Recenti studi genetici hanno dimostrato che oltre all’educazione c’è una certa dose di familiarità nell’essere stonati piuttosto che nell’avere l’orecchio assoluto o una particolare musicalità e quindi predisposizione a suonare o comporre musica.

Il piacere di ascoltare musica e la volontà di elevare il proprio livello di educazione musicale seguono dinamiche simili. Il professor Irma Järvelä ha analizzato i comportamenti di 437 individui dagli 8 ai 93 anni, scelti a caso tra musicisti professionisti o dilettanti, e persone senza alcuna istruzione musicale. Per definire le abitudini nell’ascoltare musica è stata analizzata sia l’attitudine all’ascolto attivo e attento, che a quello passivo di musiche di sottofondo.

Un test di attitudine musicale è stato fatto contemporaneamente all’analisi del DNA. In questo modo si è verificata una media di 4,6 ore di ascolto attivo e 7,3 ore di ascolto passivo, ma specialmente che esiste un’associazione tra il recettore del vasopressore arginina (AVPR1A), un aminoacido essenziale alle funzioni dell’organismo e la propensione individuale all’ascolto della musica. I risultati suggeriscono un contributo biologico alla percezione del suono e all’ascoltare musica oltre a fornire una prova molecolare sul ruolo della musica nella comunicazione sociale e nell’evoluzione della specie umana.

Piacere della musica soggettivo

Le risposte estetiche del cervello umano in relazione a stimoli sonori sono state studiate in modo molto approfondito in una ricerca pubblicata su Social, Cognitive and Affective Neuroscience, una famosa rivista di Neuroscienze americana. In pratica alcuni volontari sono stati sottoposti ad un test in cui la risposta fisiologica, conseguente all’esperienza estetica, è stata correlata alla scansione del cervello effettuata. Le analisi, effettuate con una speciale tecnica denominata Dti con sensore di diffusione, hanno confermato che le persone reagiscono agli stimoli sonori in modo molto diverso.

Il piacere di ascoltare musica sembra dipendere quindi dai meccanismi del cervello. Sensazioni come brividi e formicolii lungo la schiena o sul cuoio capelluto sono infatti presenti in individui con un maggior volume della connettività della materia bianca. Sembra insomma che in determinate persone esistano connessioni più forti tra il sistema uditivo del cervello e le aree correlate alle emozioni. Ciò avviene indipendente da altri parametri educativi, comportamentali e psicofisiologici. La musica ha riflessi sul sistema neurovegetativo, condiziona l’umore e lo stato di benessere.

Piacere della musica e sessualità

Ansia da prestazione o calo del desiderio? Se parliamo di ‘piacere’ forse anche qui la musica può aiutare. Ascoltare la propria musica preferita come abbiamo visto preferita libera dopamina, un neurotrasmettitore prodotto anche quando si mangiano cibi particolarmente invitanti o durante i rapporti amorosi. Alcuni ritmi musicali hanno il potere di modificare i movimenti e la chimica del corpo, il respiro e il battito cardiaco. E poi, al pari di un rapporto di coppia, un duetto musicale si svolge con una fase di eccitazione, un picco e una quiete.

Ascoltare musica incoraggia l’espressione di sentimenti bloccati rendendo più sciolte le relazioni tra partner e sciogliendo le inibizioni. Quale genere migliore? La musica classica è una potente alleata, come la bossanova, le canzoni romantiche o la musica soft. Sembra che nei giovani, la musica rock ad alto volume, oltre a rovinare l’udito, possa abbassare i freni inibitori. Perfino Spotify ha effettuato uno studio con sofisticati algoritmi per trovare una playlist perfetta per aumentare il piacere sessuale. E guarda un pò, analizzando 28 milioni di brani, ha scoperto che sono proprio gli uomini, nella maggioranza dei casi, a creare playlist a tema romantico.