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Scaricare musica e film da internet mediante reti peer to peer è un reato che infrange le leggi sul diritto d’autore. Il fatto che tutti lo facciano non significa che sia meno grave o tollerato, ma piuttosto che non è ancora stato trovato un modo efficace per fermare i download. Dopo le cause legali e le multe, ora l’industria dei contenuti spinge affinchè venga attuata una nuova strategia: interrompere la connessione ai pirati.

Chi vuol far pagare qualcosa non sta mai tanto simpatico, se poi l’oggetto del contendere è un prodotto immateriale come la musica, sono guai. Tutti capiscono il furto della propria automobile quando vedono il ladro salirci sopra e scappare e nessuno si sogna di fare altrettanto con la macchina del vicino. Come mai non succede la stessa cosa con la musica? “Perchè non si finisce in galera” devono avere pensato inizialmente quelli della RIAA (Recording Industry Association of America).

Quindi, dopo avere cercato inutilmente di convincere i novelli pirati a desistere mediante varie campagne mediatiche sul rispetto del copyright, sono passati alla fase due: fare causa ai pirati, perseguirli, multarli. ll risultato è stato disastroso: ci sono stati (costosissimi) processi per qualche mp3 scaricato contro mamme single, bambini, disoccupati… senza contare i problemi sulla privacy negata. Agli occhi dell’opinione pubblica i 35 mila utenti “cattivi” citati in giudizio (i downloader), alla fine sono diventati “i buoni”.

In realtà tra loro c’erano anche veri truffatori che scaricavano musica da internet per poi rivenderla. La RIAA ha così annunciato di abbandonare questa fallimentare strategia mettendo in atto un metodo che si basa sulla collaborazione con gli Internet Service Provider (ISP). In pratica chi verrà beccato a scaricare file illegalmente riceverà delle “lettere di avvertimento”. Dopo la terza verrà tagliata la linea Web da parte del provider che la fornisce e che in caso di recidiva potrà eventualmente ridurre anche la velocità di connessione.

La RIAA ha affermato di avere già preso accordi con degli ISP, senza specificare i loro nomi. Gli scettici ritengono che sia molto complicato addossare ai provider tutta la responsabilità della faccenda; in mancanza di regole precise chi decidesse di collaborare potrebbe essere abbandonato dai clienti. Vedremo cosa succederà e se questa strada si rivelerà quella giusta, ma sarà sicuramente migliore di quella che ha portato a condannare una giovane madre trentaduenne del Minnesota, Jammie Thomas, a pagare una multa di 200 mila dollari per aver messo online illegalmente 24 canzoni, che fanno 9.250 dollari a canzone.