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L’industria discografica cerca il modo di convincere gli utenti a non scaricare musica gratis con i sistemi di file sharing. Ma un p2p legale quanto dovrebbe costare per essere accettato dalle masse?

Quando c’erano i cd si diceva che costavano troppo e la colpa era delle major. Forse era vero, ma per un paio di scarpe da tennis i ragazzi spendevano cifre 10 volte più alte senza battere ciglio. Ciò non fa una piega all’interno del sistema consumistico, dove la percezione del valore va al di là dell’effettivo prezzo di qualsiasi prodotto, tanto che il marketing moderno è costantemente impegnato nell’inventare mondi paralleli artificiosi ma capaci di suscitare emozioni. Anche se arrivano da una borsetta.

Il problema è che quanto si parla di musica, tutti i nuovi metodi online per ascoltare canzoni sono comodi e magari anche gratis, ma non tengono conto della giusta remunerazione degli artisti che dovrebbero essere i protagonisti principali di tutta la filiera, ma che invece si trovano in mezzo tra i supposti cattivi dell’industria e i nuovi rivoluzionari del web, senza che nessuno si preoccupi di cosa dovrebbero campare.

Un nuovo sondaggio realizzato in Inghilterra comunque ha evidenziato che un quarto degli utenti del peer to peer pagherebbero fino a 14,50 sterline al mese (oltre 17 euro) per un servizio equivalente legale. Un quarto è anche d’accordo con il blocco degli indirizzi Ip per bloccare la pirateria, mentre il 34 % di chi dichiara di scaricare musica con il file sharing ritiene che le minacce della nuova legge non avranno ripercussioni sulle loro abitudini. Tra chi pagherebbe un servizio legale di p2p per stare più tranquillo e non essere considerato un pirata, il 59 per cento riterrebbe giusto pagare solamente da 3 a 4 euro al mese.