La storia del peer to peer è associata alla pirateria e ai danni economici causati alle industrie della musica. Il tema è ancora attuale? Come funziona il p2p e quali sono le norme di utilizzo del file sharing per la condivisione di file

Peer to Peer (abbreviato in p2p) e File Sharing sono due tecnologie che consentono ai computer di comunicare senza la necessità di un server centrale. Nel p2p i computer si connettono tra loro in modo diretto, condividendo file e informazioni. Il File Sharing è l’utilizzo di questa tecnologia per condividere file, come musica, video, immagini e software. Entrambe queste tecnologie sono state al centro della pirateria online.

Oggi che canzoni e i film in tv si ascoltano e guardano in streaming, si parla poco di peer to peer anche se il fenomeno della pirateria non è certo scomparso. Con la presenza sul mercato di un numero sempre maggiore di negozi online servizi in streaming, il p2p ha però sicuramente un minore appeal sui navigatori online e sono diminuite le campagne le iniziative legali da parte delle autorità.

Indice

Storia del per to peer

L’invenzione del peer to peer risale agli anni ’70, con la nascita dei primi sistemi di comunicazione tra computer. Con l’avvento di internet su larga scala questa tecnologia ha iniziato a diffondersi per poi diventare molto popolare. Il funzionamento del P2P è abbastanza semplice: gli utenti si connettono ad un network per condividere file e scaricare quelli di loro interesse. Il primo programma P2P famoso è stato Napster.

Napster è stato lanciato nel 1999 e ha permesso agli utenti di condividere mp3 e file audio in modo semplice e veloce. I file musicali o di qualsiasi altro genere come film e software, vengono suddivisi in piccole parti, chiamate “pezzi”, che vengono scaricati da diversi utenti e poi ricombinati per formare il file originale. Questo consente di scaricare file di grandi dimensioni in modo più veloce e affidabile, poiché i dati vengono scaricati da diverse fonti contemporaneamente.

Il P2P e il File Sharing presentano numerose caratteristiche positive, tra cui la semplicità d’uso, la velocità e la possibilità di condividere file di grandi dimensioni. Ma uno dei maggiori problemi delle tecnolgoie legate al file sharing è la pirateria. Condividere contenuti protetti da copyright senza autorizzazione è illegale e ha causato danni economici ingenti alle industrie della musica, del cinema e dei software.

Peer to peer e pirateria

Negli anni successivi a Napster sono nati diversi programmi di file sharing che utilizzavano reti differenti per condividere file e scaricarli sul proprio computer o dispositivo mobile. In poco tempo da opportunità per costruire una enorme rete di conoscenza condivisa, il file sharing si è trasformato in un sistema per aggirare il Copyright in una incontrollata terra di nessuno. Industria e governi si sono mostrati completamente impreparati al fenomeno.

Una ricerca della Columbia University del 1997 sosteneva che la maggior parte dei brani ascoltati arrivava da cd trasformati in mp3 a loro volta copiati o presi in prestito da amici e familiari. Otto americani su dieci pensavano fosse giusto condividere contenuti protetti da copyright solo con i membri della famiglia. Sei su dieci estendevano il concetto agli amici e una percentuale inferiore sosteneva fosse ragionevole condividere contenuti protetti in rete.

La fondazione danese Rockwool Research Unit fece anche un sondaggio sugli standard morali delle varie attività umane. Ai partecipanti fu chiesto di esprimersi su argomenti come evasione fiscale, frode assicurativa, divario tra uomini e donne insieme a p2p e pirateria. Il 70% del pubblico rispose dicendo che riteneva la pirateria moralmente accettabile. Nello stesso tempo tre intervistati su quattro ritevano invece del tutto inaccettabile scaricare musica o film da internet per poi rivenderli a scopo di lucro.

L’atteggiamento delle persone nei confronti della pirateria non è cambiato negli ultimi trent’anni. Se è stato possibile cambiare quello che pensano le persone nei confronti della pirateria online, l’industria ha concentrato gli sforzi per renderli sconvenienti. Non in senso etico, ma in termini di spreco di tempo, qualità e magari anche soldi. Proprio da qui è nato lo streaming musicale.

Contrasto al peer to peer

Chi doveva occuparsi del confine tra privacy e legalità, tra diritto d’autore e giusta remunerazione dei titolari dei contenuti che lavorano per produrli e renderli fruibili online? Un tema così delicato non poteva essere lasciato al libero arbitrio degli utenti. Per contrastare il problema molti governi e organizzazioni adottarono misure per contrastare la pirateria chiudendo i siti P2P illegali e punendo i pirati, ma senza grande successo.

Inizialmente si provò la linea dura citando in giudizio alcuni file sharer con l’intento di scoraggiare gli altri. Essendo il fenomeno numericamente troppo ampio, il sistema non funzionò e anzi agli occhi del pubblico andò di mezzo l’immagine dei grandi gruppi e delle major. Contemporaneamente si lavorò per cercare di educare gli utenti, rendendoli consapevoli dei danni recati scaricando un prodotto gratuitamente senza corrispondere un compenso. Tutte queste iniziative non sono servite un granché.

Il problema è che quando la musica é diventata digitale non è stata più considerata un prodotto, ma un dato di fatto parte del lato emotivo e identitario della gente. Perdendo i suoi connotati fisici internet ha diffuso il concetto di gratuità. Basti pensare che quasi nessuno si sognerebbe di uscire da un negozio con un paio di scarpe sportive ai piedi senza passare dalla cassa e nessuno si lamenta del loro costo, mentre la musica costa sempre troppo.

Danni economici del p2p

Quali sono stati i danni economici del peer to peer per tutti i lavoratori della filiera della musica, tecnici e artisti compresi? C’è chi stima che per colpa del p2p nel mondo si siano persi 10 miliardi di euro e 185.000 posti di lavoro, mentre in l’Italia 1,4 miliardi e oltre 20 mila lavoratori. Se da un lato ci sono associazioni come la EFF “Electronic frontier foundation” che tutelano le libertà nel mondo digitale, oggi sappiamo che non sono state le multe a salvare il mercato discografico.

Il fenomeno del peer to peer sembra invece sorpassato da un concetto di gratuità oramai accettato e diffuso anche attraverso lo streaming. Servizi come Spotify hanno accelerato il passaggio dal download di mp3 allo streaming, annullando definitivamente il concetto di possesso e acquisto delle canzoni. Salvo la nicchia dei dischi in vinile, la musica va trasformandosi in mezzo di marketing e i cantanti sono influencer che si fotografano sui social per vendere concerti e merchandising.

A parte l’effettivo impatto del p2p nel mercato della musica, il peer to peer è stato solo un aspetto di una rivoluzione che ha riguardato il modo di fruire la musica nel passaggio da supporto fisco analogico a digitale. Se i lavoratori della musica lo hanno sempre considerato un attentato alla loro dignità, per alcuni economisti il file sharing è stato un motore per l’industria dei contenuti poichè ha portato ad un abbattimento dei prezzi e ad una maggiore propensione del pubblico ad acquistare prodotti collegati al mondo delle sette note.


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Autore: Fulvio Binetti
Fulvio Binetti è un editore online, fondatore di Bintmusic.it, musicista, produttore e esperto di comunicazione digitale. Da oltre tre decenni collabora con le principali realtà del campo audiovisivo, discografico ed editoriale, dove si è distinto nella produzione di canzoni e colonne sonore per tv, radio, moda, web ed eventi. In qualità di blogger, condivide approfondimenti su musica, cultura e lifestyle. Per saperne di più leggi la biografia o segui i suoi profili social.