L’avventura dell’ Orchestrion Project di Pat Metheny che comprende un disco e un tour mondiale, in cui al posto di musicisti in carne ed ossa, viene accompagnato da una serie di macchine.

Gli Orchestrion sono macchine meccaniche create per riprodurre musica in modo da sembrare intere orchestre o band. La loro storia risale ai primi del ‘900 con l’avvento del jazz e non saremmo qui a parlarne se uno dei chitarristi più famosi al mondo non li avesse tirati ancora in ballo.

Questi aggeggi meccanici un tempo erano onnipresenti in salotti, ristoranti e sale da ballo: organi, pianoforti, percussioni, funzionanti tramite cilindri rotanti e capaci di suonare come una intera orchestra. “Mio nonno era un musicista…” spiega lo stesso Pat Metheny “…e in un seminterrato aveva un player piano che suonava autonomamente a partire da bobine di carta perforata. Era affascinante perchè era qualcosa di antico ma contemporaneamente portava in sè un’idea di futuro”.

Un’idea che Pat Metheny dice di non avere mai dimenticato e che oggi è diventata realtà grazie all’utilizzo dei solenoidi, apparecchi elettromeccanici che trasformano ogni nota suonata sulla sua chitarra in un movimento fisico capace di percuotere percussioni e campane, suonare marimba, pianoforti, bassi e tutti gli altri strumenti di una band come fossero tra le mani di un uomo.

La particolarità del suo Orchestrion infatti è che tutto è suonato in modo reale, non c’è nulla di elettronico o sintetizzato. Ovviamente per realizzare il disco Pat Metheny ha inciso le parti dei vari strumenti singolarmente, ma poi non ha improvvisato sulle basi, ma direttamente in studio, accompagnato da tutte le macchine che suonavano insieme a lui: “Sentivo la batteria suonata dal vivo” dice, “avevo l’impressione di inserire la mia improvvisazione all’interno di qualcosa suonata da me, dandomi l’illusione di muovermi nel tempo e nello spazio”.

Pat Metheny, 55 anni, parla del suo giocattolo con l’entusiasmo di un bambino. In effetti l’Orchestrion concilia il desiderio, comune ai grandi musicisti, di utilizzare suoni acustici con la voglia di essere innovativi. In questa impresa è stato aiutato da una equipe di tecnici ed inventori capitanati da Eric Singer della Musical Electronic Urban Robot, che tra i molti problemi hanno dovuto affrontare quelli relativi alla dinamica del suono, di come ottenere cioè un volume degli strumenti variabile al tocco della sua chitarra.

Vi ricordate gli One man band con piatti e crash tra le ginocchia, banjo, armonica a bocca e una cassa legata alla schiena? Quell’era si direbbe finita, sepolta da un chitarrista visionario che potrebbe suonare con i migliori musicisti al mondo e invece sceglie di sfidare se stesso in un affascinante viaggio tra passato e futuro, tecnologia e musica. Chi pensa sia solo tempo perso, dia uno sguardo alle “Macchine inutili” di Bruno Munari…