Direttore d'orchestra afroamericano

Nel 1965 il presidente Lyndon Johnson firmò la legge che garantiva il diritto di voto ai cittadini di colore. Da allora gli afroamericani a suon di proteste hanno conquistato nuovi diritti e doveri e il loro ruolo nella società americana è cresciuto in ogni campo, come nella musica. Il crogiuolo di colori, razze, culture, armonie, ritmi dei musicisti neri da fine ottocento in poi ha sprigionato quell’energia vitale fatta di dolore, rabbia, protesta, ma anche di gioia e voglia di vivere, che si è trasformata in spirituals, blues, jazz, oppure in funky e soul.

Nel 1865 la guerra civile americana sancì la fine della tratta che trasformò milioni di schiavi afroamericani nella mano d’opera a basso costo che permise lo sviluppo economico americano. Sono passati oltre 150 anni ma le proteste dei Black Lives Matter contro la brutalità delle forze dell’ordine suggeriscono come il colore della pelle sia ancora un tema controverso. Se nella musica jazz, pop e rap gli artisti neri vengono osannati e sono in testa alla classifiche, i musicisti neri nella musica classica come vengono trattati?

Musicisti neri e musica classica

Uno spunto di riflessione per capire la situazione dei neri d’america nella musica classica lo si trova in un articolo del New York Times che chiede direttamente a musicisti e direttori d’orchestra afroamericani di fare il punto sulla situazione. Se partiamo dai numeri non è difficile comprendere come qualche problema debba esserci. Nelle maggiori orchestre la presenza di musicisti e direttori di colore è rispettivamente del 2% e 4% circa.

Quella che sembra a tutti gli effetti una discriminazione razziale potrebbe in realtà essere solo dovuta al repertorio classico suonato, di origine prettamente europea. Sono tutti europei e bianchi i maggiori compositori dal seicento alla fine dell’ottocento, da Bach a Beethoven fino a Wagner. La storia della musica occidentale comincia con l’invenzione della notazione musicale e ciò che oggi chiamiamo comunemente spartito è stato creato per mano di un monaco benedettino. All’inizio del novecento però nella musica le cose cambiano.

Con l’arrivo della radio e dei primi supporti musicali la musica popolare dei neri si diffonde ovunque prima attraverso il jazz, poi nel rock and roll e nel r&b fino ad influenzare tutta la musica leggera mainstream. Alcuni musicisti neri hanno anche l’opportunità di studiare ed approfondire il linguaggio classico. Sul modello dei compositori europei, magari potrebbero scrivere opere complesse ispirate ad armonie, melodie e ritmi cari al blues e al jazz. Viceversa questa operazione la porta a compimento con successo nel 1935 ancora un musicista bianco, George Gershwin, che mette i colori della musica afroamericana nell’opera intitolata Porgy and Bess.

Musicisti neri classici

Il black power potrà mai esistere nella musica classica? Tra mille difficoltà la prima voce a farsi sentire è quella di Camilla Ella Williams. Nata nel 1919 è stata la primo soprano afroamericana a vincere tutti i pregiudizi che volevano le donne nere cantare esclusivamente blues o gospel nei locali. Nel 1946 invece debuttò alla New York City Opera come protagonista della Madama Butterfly di Giacomo Puccini. Sostenitrice del movimento civile per i diritti dei neri, cantò al termine del famoso discorso di Martin Luther King nel 1963 “I have a dream“.

La lista dei musicisti neri oggi si sta allungando sempre più tra compositori, direttori d’orchestra e interpreti. Tra i più famosi ci sono il direttore Roderick Cox, acclamato maestro su alcuni dei palchi più importanti in America e alla London Philharmonic Orchestra; la violinista Jessie Montgomery vincitrice del premio Leonard Bernstein e Jonathan Bailey Holland, compositore vivente tra i più noti al mondo. Tra i cantanti d’opera di colore sono noti la soprano Julia Bullock originaria di St. Louis nel Missouri e il tenore Lawrence Brownlee tra i protagonisti di opere come il Barbiere di SivigliaLa Cenerentola.

In generale molti musicisti afroamericani nel corso della loro carriera hanno dovuto affrontare discriminazioni razziali e hanno a cuore il problema. Non è raro vederli impegnati direttamente in progetti volti a scuotere l’opinone pubblica o a celebrare artisti neri. E’ il caso di Ashleigh Gordon, violista di fama internazionale e co-fondatrice di Castle of Our Skins. Una associazione che sostiene la causa dei protagonisti della musica classica nera del passato e del presente.

Problemi di razza nella musica?

Nel corso del ‘900 i musicisti neri sono stati tra i maggiori protagonisti della rivoluzione sociale e culturale legata alla musica che passando da Charlie Parker e Jimmi Hendrix è arrivata fino ai rapper odierni. Nella musica classica e nell’opera ciò non è accaduto. Le maggiori orchestre americane sono dirette a livello amministrativo, commerciale e musicale da bianchi che scelgono con logiche del passato i musicisti, decidendo il repertorio e la programmazione in teatri e sale da concerto.

A gestire il Metropolitan Opera di New York, maggiore teatro lirico americano, ad esempio ci sono solo tre afroamericani su 45. Nell’orchestra dello stesso teatro suonano 3 musicisti neri sui 90 complessivi e in 137 anni di storia, su 306 opere rappresentate, non ce n’è mai stata una di un compositore afroamericano. Anche Porgy and Bess viene sempre fatta dirigere da bianchi. In questa lista discriminatoria dei musicisti neri non mancano nemmeno testimonianze di episodi di vero razzismo.

Se non c’è vera discriminazione razziale è l’abitudine a rappresentare quasi esclusivamente opere classiche o liriche di origine europea a fare la differenza. Senza negare la predominanza di musicisti tedeschi o italiani del ‘700 o ‘800 sul piano artistico, compositori neri americani come William Grant Still o Florence Price rimarranno praticamente sconosciuti se non verranno presentati al grande pubblico e la musica classica non sarà in grado di attrarre pubblico di colore finchè la cultura dei neri non verrà rappresentata.

Supremazia e ideologia

In questo articolo abbiamo visto come i musicisti neri siano stati discriminati nel passato e come anche oggi le cose stentino a migliorare, ma la questione può avere anche conseguenze inaspettate e quasi ridicole. Succede in Inghilterra, dove sembra che un accademico del consiglio di facoltà dell’Università di Oxford abbia addirittura proposto di vietare lo studio dei compositori classici europei per fare in modo che la prestigiosa istituzione non diventi complice della supremazia dei bianchi.

Come riportato dal Telegraph nelle misure di contrasto al “sistema di rappresentazione coloniale” ci sarebbe anche la fine degli studi sulla notazione musicale, così come i corsi di pianoforte e di direttore d’orchestra centrati sulla musica dei compositori bianchi europei. Secondo questa visione a dir poco parziale, Mozart e Beethoven sarebbero una rappresentazione del dominio schiavista e andrebbero sostituiti con lo studio di hip hop e jazz.

Per fortuna questa affermazione rilanciata anche da molti quotidiani internazionali è stata smentita da Stephen Rouse, responsabile della comunicazione dell’università di Oxford. Non ci sarebbe nessuna intenzione di rimuovere dal curriculum degli studenti la notazione musicale nè tantomeno lo studio dei compositori europei, ma solo di affiancarli alla conoscenza di una “gamma più ampia di musica non occidentale e popolare”. Resta il fatto che l colore della pelle è un argomento ancora molto divisivo ed ogni polemica diventa funzionale alla speculazione politica portata avanti in modo più o meno artificioso anche dai media.