musica per le vie di una città

Molti studi sostengono come la cultura in generale sia un importante motore per lo sviluppo, ma raramente si parla della relazione tra musica e crescita economica. Un nuovo rapporto colma questa lacuna spiegando come la musica può creare nuovi posti di lavoro, aumentare la spesa e le entrate fiscali.

Si chiama The mastering of a music city ed è stato annunciato al recente Midem, la più grande fiera internazionale della musica. Realizzato dall’Ifpi (International Federation of the Phonographic Industry) insieme a Music Canada, il suo scopo è aiutare governi, amministrazioni locali, imprese e tutto il settore creativo legato alla musica ad unire gli sforzi per far crescere le città a suon di musica.

Il rapporto, prendendo spunto da 22 città nel mondo come Nashville, Melbourne, Toronto, Berlino che in questi anni sono diventate vere e proprie città della musica, indica una serie di vantaggi sociali, culturali ed economici legati alla musica, che partono dal definire meglio l’identità di una città aumentandone la coesione sociale, fino al vedere incrementato il turismo, per finire con la creazione di nuovi posti di lavoro.

Il bello è che le politiche che le amministrazioni cittadine devono adottare per creare quelle che potremmo definire città music friendly, non richiedono necessariamente forti investimenti. Spesso si tratta semplicemente di favorire le comunità di musicisti creando leggi semplici per regolamentare la musica live, piuttosto che offrire alloggi a prezzi accessibili per gli appassionati, oltre che semplificare la vita da un punto di vista burocratico ad artisti, produttori, impresari, pub, locali e imprenditori.

Una buona politica per creare città a misura di musica prevede ovviamente la collaborazione del pubblico. E’ necessario ad esempio preoccuparsi che possa accedere ai luoghi dedicati alla musica con facilità, ma soprattutto comprendere i suoi gusti anche di nicchia, offrendo musicisti locali e artisti internazionali di livello sia in piccoli club che in festival musicali.

Tutti questi sforzi sarebbero comunque vani se non si fosse in presenza di un pubblico consapevole, educato da un punto di vista musicale e con una precisa identità. Ancora una volta sarebbe compito della politica creare programmi di educazione musicale accessibili e aperti a tutti, magari a partire dalle scuole dell’obbligo.

Se tutto ciò si verificasse non sarebbe solo una buona occasione per le case discografiche che vedrebbero incrementare il pubblico per i concerti dei propri artisti. Certo probabilmente le vendite di dischi aumenterebbero e i proprietari dei piccoli locali di musica live potrebbero vendere qualche birra in più, ma ci andrebbe di mezzo – ovviamente in positivo – la qualità della vita delle persone. Senza considerare che un pubblico incentivato ad uscire di casa per godere di buona musica è anche un pubblico che spende in altri beni e servizi.

Un sogno? Iniziare a crederci è il primo passo per realizzarlo. I vantaggi offerti da un’economia di crescita musicale sono fin troppo evidenti anche in un paese disattento come il nostro – se non totalmente assente in questi settori – ma in perenne ricerca di qualche modo per uscire dalla crisi.

Speriamo solo che The Master of a music city venga letto anche da chi amministra le città in cui viviamo e che magari abbiamo pure votato.