Ragazza fa musica con chitarra elettrica

La musica medicina dell’anima? Dipende dai punti di vista. Non esistono solo la musicoterapia e i benefici del suonare. Nei grandi compositori, musicisti e artisti il rapporto tra salute e creatività è spesso contrastante

Il rapporto tra musica e medicina si può analizzare oggi come ieri sotto diversi punti di vista. La musicoterapia o l’art therapy sono pratiche sempre più diffuse per curare anima e corpo delle persone. Ma se leggiamo la storia dei grandi artisti e compositori del passato o le biografie di alcune rockstar odierne, scopriremo che dall’altra parte della barricata non esistono solo gli aspetti curativi della creatività.

Le potenzialità del rapporto tra musica e medicina dal punto di vista curativo sono oramai studiate ampiamente e ben conosciute. Il solo ascoltare musica o suonare uno strumento, a livello amatoriale, offre immensi benefici. Se si inizia da bambini gli effetti positivi si protraggono nel tempo a livello di salute e non solo. Essere creativi è parte della natura umana e attraverso l’arte l’uomo, unico tra gli animali, ha la possibilità di esprimere emozioni e sentimenti.

Impegnare la propria mente nella costruzione di un lavoro creativo amplifica la percezione del bello e fa vedere il mondo da angolature differenti. Costruire è il modo migliore per studiare e ampliare i propri orizzonti, accrescere l’autostima, allontare lo stress e il dolore. Insomma si direbbe che la parola guarigione è insita nell’arte stessa. Ma è sempre vero il ruolo terapeutico della creatività? Sicuramente fino a quando la musica o l’arte rimangono una passione. Leggendo le biografie dei grandi artisti contemporanei e del passato scopriamo che le cose possono andare anche in modo differente.

Creatività tra salute e malattia

Non parliamo solo di patologie dei musicisti professionisti colpiti da crampi o dolori articolari per le ore passate a suonare uno strumento, i problemi sono altri. Non esiste un modo certo per misurare felicità, umore o prospettive di vita delle persone nella società. Ma all’interno del mondo dello spettacolo, nella musica o dell’arte, nella vita di persone considerate di successo si può trovare un desiderio di autodistruzione e fuga dalla realtà molto maggiore rispetto ad altri ambienti sociali e professionali.

È come se ci fosse un momento in cui l’arte e la musica smettono di essere medicina dell’anima e diventano improvvisamente fonti di stress psicologico difficilmente sostenibile dall’uomo. Non a caso, statistiche alla mano, fare la rockstar è uno dei mestieri più pericolosi in assoluto. Ma è la ricerca del bello a tutti i costi a indurre depressione e comportamenti distruttivi o sono le stesse patologie mentali e fisiche a favorire il genio dei grandi artisti? Dipende.

Musica e depressione

Diversi studi compiuti in università americane hanno trovato un legame consistente tra creatività e disturbi dell’umore. Pensare di avere nelle mani o nel cervello le potenzialità per inseguire o superare i propri limiti e quelli degli altri, alla lunga è un modo abbastanza sicuro per farsi del male. Molti artisti alternano momenti altamente creativi a rovinose cadute negli abissi di droga e alcool. Il punto è che, proprio sulla soglia del baratro, molti talenti spesso sembrano dare il meglio di sè, come se i problemi mentali fossero responsabili della ricchezza delle opere creative.

Vanno davvero così le cose o è la narrazione che si arricchisce di particolari ad uso del pubblico? Non c’è dubbio che i problemi degli artisti in tutti i campi artistici abbiano contribuito a creare icone mediatiche di cui gli appassionati continuano ampiamente a godere. Ma è proprio necessario? Insomma siamo sicuri che l’arte debba nutrirsi di disagio e che dietro a personaggi pericolosamente affascinanti ci siano scelte consapevolmente e talentuosamente artistiche, e piuttosto non difficoltà di lavoro, incertezza e isolamento?

L’insoddisfazione personale alla lunga sembra vincere sul mito patinato di sesso droga and rock and roll, che però non riguarda solo il pop. Nei musicisti classici si parla addirittura di doping a base di betabloccanti per aumentare le prestazioni e favorire una carriera. Eppure in compagnia della musica, anche quando diventa lavoro, si può e si dovrebbe cercare di stare bene. Suonare è vita, energia, sogno, indipendentemente dai modelli imposti dalla società moderna. Ma se oggi questo stile di vita è quasi utopico, nel passato come andavano le cose?

Musica e medicina nel passato

Il libro ‘Musica e medicina‘ (Edt edizioni) dell’autore americano John O’Shea cerca di indagare proprio su questo aspetto del mondo delle sette note. La sordità di Beethoven, la malattia mentale di Schumann o l’afasia di Ravel come hanno influito sulla loro musica? Il libro traccia la storia clinica di venti grandi compositori, da Bach a Gershwin, avvalendosi di testimonianze d’epoca e delle più recenti ricerche nel campo della storia della medicina. Analizzando i profili medici dei grandi compositori O’Shea arriva ad affermare che alcune malformazioni congenite hanno in qualche modo favorito l’emergere del genio.

Nei secoli scorsi la medicina non poteva contrastare molte delle patologie oggi sconfitte, ma la tesi del ricercatore trova conferma anche in alcuni personaggi dei giorni nostri. Il pianista Michel Petrucciani, ad esempio era affetto da una particolare malattia chiamata osteogenesi imperfetta. Questa patologia ne condizionò lo sviluppo fisico – era alto poco più di un metro – ma rese le articolazioni delle sue mani straordinariamente elastiche e veloci sulla tastiera, trasformandolo in uno dei più acclamati jazzisti mai esistiti.