uomo business

Nella musica spesso si parla di crisi di vendite dovuta all’avvento delle nuove tecnologie. Mai di crisi della creatività degli artisti, piuttosto che di scarsa curiosità degli ascoltatori. Eppure forse i due aspetti vanno di pari passo se oramai, più che della bellezza di un disco in senso artistico, si parla esclusivamente di musica marketing e vendite.

La parola marketing – dall’inglese ‘to market’, vendere – arriva da lontano. In America fin dai primi del ‘900 con lo sviluppo della produzione di massa di beni di largo consumo si intrapresero i primi studi per fare meglio conciliare domanda e offerta. Certo nel campo dell’arte ed in particolare della musica ci si potrebbe aspettare qualcosa di diverso, non esattamente considerare le emozioni come merce da vendere e piazzare sul mercato alla stregua di un paio di scarpe seguendo la regola delle 4P – Prodotto, Prezzo, Punto vendita e Promozione. Eppure, in particolare negli ultimi anni, ci sono molti segnali che spingono il settore musicale in questa direzione, specie nella musica pop ma non solo.

I premi della musica Vi siete mai chiesti come mai tutti i vari premi della musica Brit, Mtv, Echo Awards e chi più ne ha ne metta esaltino solo la classifica dei brani e degli album più venduti? Non che questo sia un male, anzi: più risorse economiche possono significare più lavoro e opportunità da investire in ricerca e talenti. Ma oltre a osannare le vendite, la classifica degli album più belli dal punto di vista musicale qualcuno è ancora disposto a farla? E’ vero, si parla di musica pop, ovvero ‘popolare’, che qualcuno da sempre chiama ‘commerciale’, ma è pur sempre una forma d’arte che da un secolo accompagna e fa da sfondo ad amori, gioie, tensioni, sogni di centinaia di milioni di persone e quindi dovrebbe avere un ruolo sociale ben preciso oltre a servire da colonna sonora per gli spot.

Internet e musica Dopo che per decenni le major sono state accusate di sfruttare e far fruttare gli artisti da un punto di vista economico, con l’avvento di internet si pensava che i talenti con la chitarra nella stanzetta potessero emergere e raccontare al mondo intero i loro bei sogni. Il risultato odierno invece è che la gente si appassiona sempre più ai tweet di un Justin Bieber che ci racconta le sue giornate viziose o di una Madonna che presenta la sua nuova linea di profumi, mentre Miley Cyrus sbanca YouTube toccandosi sotto le lenzuola e PSY supera 1,8 miliardi di click con Gangnam Style. Insomma la formula dell’universo virtuale è semplice: utenti = consumatori = ascoltatori = fatturato.

Ok, non facciamo i moralisti, le cose sono sempre andate in questo modo, basta vedere chi sono i 10 musicisti più ricchi di sempre… ma la musica dov’è finita? Possibile che il rock capace di suscitare forti emozioni o la canzone che per decenni ha modificato e raccontato il sentire delle masse, siano stati scalzati totalmente dai vestiti di bistecche di Lady Gaga e dalla sua nuova borsetta, piuttosto che dal simpatico balletto di un invasato? Inutile negarlo, l’America è la patria di questo filosofia della musica basata su un marketing sempre più sfrenato che ha trovato in internet e nei social network il luogo ideale per trasformare le star musicali in marchi capace di vendere ogni genere di prodotto in barba a qualsiasi talento e contenuto artistico.

E’ a questo prodotto che i fans si affezionano e che può fare ancora la fortuna dell’industria musicale veicolando traffico, utenti, tendenze. Perchè se la musica si scarica gratis a sbafo o si ascolta su Spotify, per far soldi non rimane che il merchandising con anessi e connessi. La musica però non è cambiata, mantiene la sua capacità di creare e definire il pensiero e di aggregare gruppi sociali: il problema è che le band rivali di agguerriti fans oggi non si contendono più note, melodie, armonie, sogni ed emozioni, ma cose da acquistare al centro commerciale.