Musica e pittura

Cosa hanno davvero in comune musica e pittura? Stretta anzi strettissima è la connessione tra arte e sonorità evocative di spazio ed emozioni senza limite. Ma c’è anche chi parla di colori da ascoltare e di musica da guardare

Il rapporto tra musica e pittura nell’arte, evocativa di spazio, colore, emozioni senza limite, ha sempre affascinato artisti, scienziati e matematici. A cominciare da Isaac Newton fino a compositori e pittori come Schonberg e Kandinskij, tanti hanno speso parte del loro lavoro alla ricerca della corrispondenza tra armonie, lotta di colori e suoni.

L’idea che musica e pittura abbiano molto da condividere si rifà a concetti che ritroviamo nella filosofia, nella psicologia e anche nella sinestesia. E’ un fenomeno percettivo che riguarda il modo di interrogare la realtà e di ricevere informazioni. Certi individui possono ad esempio percepire uno stimolo sonoro in seguito ad una reazione visiva. Il sinesteta puro vede suoni e sente colori. Ma se di colori della musica se ne parla dai tempi di Isaac Newton, ancora oggi ci sono ricercatori e università che studiano l’argomento realizzando nuovi progetti. Tra le tante idee ci sono anche quelle alla portata di tutti gli appassionati di musica, che vorrebbero poter scegliere le loro canzoni preferite in base ai colori.

Musica e pittura sono comunque in grado di dialogare e non è un caso. Artisti e scienziati per progredire nel loro campo hanno sempre preso ispirazione da tutto ciò che li circonda.

Musica e pittura

Quando si parla del rapporto tra musica e pittura si cita sempre l’amicizia tra il pittore Kandinskij e il musicista Schonberg. Alla base, oltre che un’affinità elettiva, c’era una ricerca parellela. Il pittore Kandinskij desiderava che le sue opere fossero ascoltate, mentre per il compositore era la musica a farsi guardare. Per ambedue il segreto dell’espressività era raggiungere l’iterazione fra le arti. Non sempre tutto filava liscio e Kandinskij nei suoi scritti parla di armonia e corrispondenza, ma anche di lotta e tensioni fra colori e suoni.

Un altro caso che fa discutere è l’accostamento di Debussy e Ravel, due tra i più importanti compositori francesi. In particolare la musica di Debussy viene paragonata all’impressionismo pittorico, senza per altro che il compositore fosse d’accordo. Eppure, se la pittura impressionista suggerisce piuttosto che rappresentare, anche la sua musica è ricca di dissonanze irrisolte e ambiguità, che lasciano spazio alla percezione personale. Impressionismo musicale a parte, colore e tono possono incontrarsi nelle opere di Fantin-Latour, Gustave Moreau, Odilon Redon, Gauguin, Max Klinger e soprattutto di Arnold Böcklin.

Colori della musica

Il rapporto tra musica e pittura o colori e suoni è arrivato fino ai giorni nostri. Uscito dai musei è entrato in internet, mare di contenuti infinito in cerca di catalogazione. Ma in un periodo di contaminazione di suoni, stili e linguaggi, parlare di generi musicali non ha più molto senso. Inoltre pop, rock, classica, jazz, popolare sono solo parole che definiscono un genere, non le emozioni trasmesse dai brani. Se la musica nasce dal cuore degli artisti per arrivare dritta a quello degli ascoltatori, perchè non usare i colori della musica per definire un genere o un brano?

Gli ideatori di Guitarati cercavano un modo per andare oltre i termini vaghi usati per descrivere la musica o l’arte. Come le playlist dello streaming hanno un nome, ma le parole non bastano a descrivere una magia, così anche per un quadro potremmo spendere milioni di parole, ma milioni di parole non ci restituirebbero il quadro. I colori della musica sembravano il modo più intuitivo per esprimere sentimenti ed evocare emozioni o ricordi. Un colore può descrivere la musica in modo diretto e semplice. Erano gli utenti ad assegnare un colore dominante ad ogni canzone. E viceversa, per cercare dei brani, ci si doveva affidare solo alla sensibilità cromatica. Non sembra che il servizio abbia avuto molto successo, ma magari in futuro ne risentiremo parlare.

Guardare la musica

Il parallelismo tra onde sonore e onde luminose per una connessione tra colori ed emozioni senza limite è stato riproposto alcuni anni fa anche da tre ricercatori del politecnico di Milano in un progetto chiamato Musicolor. L’Audiovisual è una realtà da molti anni, ma il tentativo di tradurre musica in immagini è stato sempre decisamente prevedibile. Questo perché venivano utilizzati dei software con algoritmi matematici predefiniti.

Il Musicolor invece non si avvale dell’utilizzo di computer, la trascodifica è analogica. Giuseppe Caglioti, professore emerito di fisica della materia al politecnico di Milano, Tatiana Tchouvileva, regista e docente e Goram Ramme, avevano realizzato uno schermo costituito da un film liquido trasparente di uno spessore compreso tra 100 e 400 nanometri. In una stanza silenziosa il Musicolor rifletteva la luce dei suoni esibendo i colori dell’arcobaleno.

La vibrazione generata da un sussurro o un suono faceva deformare il film restituendo quella che per il professor Caglioti era “una esperienza multisensoriale emozionante che non ci si stancherebbe mai di guardare”. In questo modo era come se musica prendesse vita attraverso forme e colori in modo spontaneo, sfruttando le proprietà fisiche della materia sollecitata da onde sonore e luminose. Anche in questo caso si trattava di un prototipo di cui non si è visto seguito. Ma le applicazioni di queste idee, al di là di un approccio propriamente artistico, potrebbero davvero amplificare il nostro universo percettivo. Senza considerare che il rapporto tra musica e pittura o suoni e colori, potrebbe interessare design, moda, didattica e mondo del benessere. Ma sarebbe già positivo se riuscisse a farci allontanare per un attimo lo sguardo dallo smartphone.