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Un recente articolo del Sole 24 ore ha posto l’accento sul valore dell’impresa culturale in Europa citando i dati del rapporto Jan Figel (commissario europeo alla cultura). Traspare la necessità che le nazioni prestino molta attenzione alle industrie culturali e creative, veri incubatori di benessere economico e sociale. La musica non può che essere tra i protagonisti a pieno titolo: ma in Italia a che punto siamo?

Secondo i dati diffusi dal quotidiano economico i settori culturali di base (arti visive, patrimonio), le industrie culturali (film, video, televisione e radio, musica, editoria) e le industrie creative (design, architettura, pubblicità) sono capaci di generare in Europa fatturati superiori a quello dell’Itc e dell’industria automobilistica e rappresentano il 2,6% del pil contro il 2,3% dell’industria della gomma e plastica, il 2,1% dell’industria immobiliare e l’1,9% del settore cibo.

Ma non si creda che il contributo in termini di valore venga solo dai settori più commerciali, come televisione o pubblicità: anche le espressioni culturali e creative di sperimentazione e ricerca sono indispensabili per definire i linguaggi e i contenuti degli operatori più rivolti al mercato. Pensiamo alla musica. E’ vero che il festival di Sanremo ha un peso economico superiore al rock indipendente, alla canzone d’autore, al jazz, ma i suoi contenuti (cantanti, canzoni, generi, sonorità, ecc.) sono spesso nati e cresciuti in qualche rassegna o contesto alternativo.

Certo non è solo da lì che si deve partire; ciò che conta è una buona formazione scolastica. Spiace constatare che attualmente in questo senso siamo ultimi in Europa e in buona parte del mondo occidentale. Dopo decenni in cui non è stato fatto nulla, ora il ministro della pubblica istruzione ha nominato un “comitato nazionale per l’apprendimento pratico della musica”. Speriamo sia solo l’inizio e che oltre alla pratica ci infilino un pò di conoscenza.