Popolazioni africane a cui si rivolge beneficenza della musica

Musica e beneficenza si accompagnano spesso per raccogliere fondi a scopo umanitario. Ma con quali risultati? Per l’economista africana Dambisa Moyo i vari LiveAid sono utili alle star per farsi pubblicità alle spese dell’Africa

Tra musica e beneficenza c’è sempre stato un rapporto speciale. Lo abbiamo visto in Italia per l’Abruzzo, nel mondo per il terremoto di Haiti o per tante altre cause. D’altronde la musica può essere un volano incredibile a livello di comunicazione e immagine per raccogliere fondi da donare alle popolazioni colpite dai disastri ambientali. In casi specifici il contributo è senz’altro positivo come dimostrano alcuni esempi.

Il progetto Music Rising creato dal chitarrista degli U2 The Edge voleva ad esempio ricostruire ricostruire New Orleans dopo il terribile uragano Katrina nel 2005. Presso la casa d’aste Julien’s aveva raccolto ad esempio 200 strumenti musicali e cimeli delle leggende del rock, ma l’asta infatti era una delle tante iniziative che hanno visto impegnate molte realtà. Dal magazine musicale Rolling Stone a diverse catene televisive come VH1 e MTV, dal circuito Ticketmaster fino alla fondazione Bush-Clinton Katrina Fund.

The Edge aveva offerto una chitarra Gibson Les Paul del 1975 usata sia in studio che in tour venduta a decine di migliaia di dollari. Bono un paio di occhiali firmati Emporio Armani che era solito utilizzare dal vivo, mentre Larry Mullen aveva offerto la sua batteria e Adam Clayton il proprio basso. I Rolling Stones avevano autografato una chitarra Gibson Les Paul, della serie speciale “Music Rising” prodotta in soli 300 esemplari e dipinta con i colori del celebre Mardi Gras di New Orleans. Pezzi di minore valore, ma ugualmente interessanti per i collezionisti e i cultori del rock, provengono da Beatles, Led Zeppelin, Bob Dylan, Jim Morrison, Lou Reed, Kiss, Ray Charles e James Brown.

Beneficienza serve sempre?

I fondi raccolti sono serviti per aiutare decine di migliaia di musicisti e studenti della splendida città della Louisiana. Ma qualche volta musica e beneficenza non funzionano così bene e rischiano di fare ancora più danni. O almeno è ciò che sostiene l’economista Dambisa Moyo nel libro La carità che uccide (Rizzoli). Chi agita la polemica non è un signor nessuno, Time Magazine include Dambisa Moyo tra le 100 personalità più influenti al mondo. Nata e cresciuta nello Zambia, dottorato in economia a Oxford, master ad Harvard ed economista per la Banca Mondiale e la Golman Sachs.

Dall’altra parte ci sono Bono, Madonna e Bob Geldorf, tra gli artisti che più di altri si sono distinti nelle attività che hanno coinvolto musica e beneficenza. Il loro Live Aid andato in scena il 13 luglio 1985 con un miliardo di spettatori in diretta, è stato definito dalla studiosa in modo poco magnanimo come fenomeno glamour impacchettato da occidentali benestanti. Di certo dopo 30 anni anni e 300 miliardi di aiuti nel continente africano la situazione è ancora disastrosa. Perchè? Secondo Dambisa Moyo, la colpa è proprio di quegli aiuti.

I soldi raccolti con tanto entusiasmo dalle star miliardarie per l’Africa non sarebbero serviti ad incrementare i livelli di istruzione, sanità e previdenza della popolazione, ma solo ad alimentare i fenomeni di corruzione. L’economia africana è diventata così dipendente dagli aiuti come fossero una droga, ma non si offrono reali possibilità di riscatto ai ceti meno abbienti. La tesi della studiosa è che le buone azioni dell’occidente non servono a dare a miliardi di persone nuove prospettive per il futuro, ma solo a dare un pò di sollievo solo ai sensi di colpa dovuti alle disparità tra ricchi e poveri del mondo.