Cosa c’entra la musica con dei prodotti alimentari tipo zucchine surgelate, hamburger, pasta pronta o cosce di pollo? Un disco come un atto d’accusa contro l’industria alimentare attuale, tra omologazione dei sapori e mancanza di sostenibilità del cibo che mangiamo

In generale la musica non parla quasi mai cose da mangiare, ma sarà stato proprio qualche involtino surgelato o un piatto di pasta pronta riscaldata a scatenare in un aertista il dubbio che anche facendo la spesa sarebbe necessaria più consapevolezza. Si chiama Matthew Herbert, è un vivace e innovativo musicista britannico e nel 2005 ha preso spunto dalla sua esperienza personale e dal suo girovagare per tournèe alimentandosi con cibi surgelati o preconfezionati per realizzare Platdujour.

Secondo l’artista non è solo una questione di gusto, si tratta di far luce sull’intera processo produttivo e distributivo degli alimenti, a cominciare dalla naturalezza degli ingredienti utilizzati, fino alla sostenibilità energetica e alle condizioni di lavoro dei luoghi di origine. Anche se la musica non parla mai di cibo, ingredienti, alimenti e contenitori producono rumori e suoni.

Matthew non ha fatto altro che registrarli per tre anni campionando centinaia di frammenti che ha poi utilizzato come strumento nelle sue composizioni: il rumore di 3255 persone che addentano una mela, il pigolio di migliaia di pulcini appena nati, la macellazione di un pollo, il suono di centinaia di bottiglie di plastica o dei semi di caffè.

Nei brani del disco, presentato a suo tempo anche in una breve tournèe live con chef al seguito, storie che suonano di pesticidi, spreco di risorse, inquinamento, mancanza di qualità e via dicendo. Più recentemente, nel 2011 Herbert ha registrato il ciclo di vita di un maiale d’allevamento dalla nascita al piatto: ‘One Pig will be released’. L’organizzazione per i diritti degli animali PETA forse non ha capito lo spirito dell’artista, se come sembra ha condannato la registrazione ancora prima di ascoltarla.