musica e ambiente

Il rapporto tra musica e ambiente non è mai ad impatto zero. E’ più ecologico lo streaming o i vinile? Il digitale elimina la plastica di cd e Lp, non si devono spedire e distribuire canzoni, ma si consuma molta energia nei data center

Da qualche anno il consumo musicale si è fatto immateriale. Prima gli mp3 e ora i servizi di streaming gratis e in abbonamento hanno preso il posto di supporti fisici come compact disc e vinile. Ciò ha causato effetti devastanti sul mercato discografico, ma per quanto riguarda il rapporto tra musica e ambiente? Cd e supporti fisici sono realizzati con plastica e carta e a prima vista utilizzarne meno sembrerebbe un vantaggio per il pianeta. Senza considerare il carburante consumato per spedirli, l’imballaggio, la distribuzione nei negozi e tutto il resto. Non parliamo poi dei dischi in vinile: tutta quella plastica per un’ora scarsa di musica.

Quindi la musica digitale inquina meno? In realtà bastano alcune osservazioni per scoprire che anche le canzoni online non sono a impatto zero. Molti studi ritengono che l’avvento della musica online tra mp3 e cloud computing sia dannosa per l’ambiente quanto cd e dischi in vinile, se non di più. Basti pensare che lo streaming e la musica liquida sono solo apparentemente ‘immateriali’. Per ascoltare musica servono sempre smartphone, tablet, pc, lettori mp3 o cuffie, costruiti con materiali e plastiche decisamente inquinanti che prima o poi finiranno in discarica.

Rapporto tra musica e ambiente

Quando si parla di musica e ambiente si tocca non vari argomenti complessi dai molti risvolti sociali, culturali ed economici. Dato che oramai inquinamento e riscaldamento globale sono sotto gli occhi di tutti, conta anche l’immagine delle società produttrici di prodotti elettronici e non solo. Il tema non è solo la tutela del pianeta, dato che ecologia e sostenibilità possono essere anche una opportunità di crescita economica e viceversa. Il marketing sostenibile può essere molto efficace e riguarda tutti i beni di consumo, dalle automobili fino alla moda e a tutto il resto.

Che tra musica e ambiente le cose fossero più complicate del previsto ha iniziato a sostenerlo Greenpeace alcuni anni fa, mettendo sotto accusa i lettori mp3 della Apple. Aveva scoperto che i componenti degli iPod erano costruiti utilizzando alcune delle peggiori sostanze chimiche e plastiche. Considerando gli aspetti critici dell’era digitale esistono altre problematiche, a cominciare dalla questione dei server dei data center. Greenpeace ha reso noto alcuni dati sull’impatto ambientale della rivoluzione digitale online: i data center di Apple dipendono dal più inquinante carbone per il 54,5%, quelli di Facebook per il 53,2%, quelli Ibm per il 51,6%, quelli Hp per il 49,4% e quelli di Twitter per il 45,2%. La sostenibilità dei consumi sull’ambiente ovviamente riguarda da vicino tutta la fruizione di musica e contenuti online presente e futura.

Streaming contro vinile

Secondo uno studio condotto dall’Università di Glasgow intitolata The cost of music, l’impatto ambientale della fruizione musicale sarebbe molto cresciuto negli ultimi anni. A fronte di una notevole diminuizione del prezzo della musica per i consumatori, a cui corrisponde molta più musica ascoltata, le emissioni di gas serra nell’era del digitale sono più che raddoppiate proprio a causa dello streaming. Malgrado l’utilizzo di plastica nell’industria musicale si sia ridotto da 61 milioni di chilogrammi ai circa 8 milioni attuali, a preoccupare è la crescita esponenziale del consumo di musica, che oramai dematerializzato e offerto gratis, sembra non avere più nessun limite in ogni zona del mondo.

L’impatto ambientale dei data center, situati per il 40% in America, è il primo problema che salta agli occhi del rapporto tra musica e ambiente e in generale con tutta la nostra vita online. Ma cosa sono i data center? Sono centinaia di migliaia di computer alimentati da enormi quantità di elettricità, su cui vengono immagazzinati mp3 e file di canzoni distribuiti via streaming, foto, video e contenuti online di siti, software, app e tutti gli altri servizi di internet. Sono quindi alla base di tutta l’economia digitale e secondo alcune stima generano ricchezza per oltre 1 miliardo di dollari nella sola America.

Impatto data center

Con l’avanzare della tecnologia e del cloud computing, questi computer hanno sempre maggiore potenza e richiedono sempre più energia. Si calcola ad esempio che nel mondo ogni ora vengono inviate 10 miliardi di email, con un consumo di circa 50 gigawattora (GWh): l’energia che serve per percorrere 4000 volte la tratta Parigi a New York andata e ritorno in aereo. Netflix consuma per offire i servizi in streaming in un anno quanto 40 mila case americane, senza considerare i dispositivi degli utenti, e l’intero traffico video del mondo in un anno consuma come una nazione.

Le tecnologie digitali nel loro insieme oramai inquinano più che quelle spaziali con un carbon footprint del 4% contro il 2,5% dell’aviazione. Secondo Greenpeace il settore dell’internet tecnology consuma il 7% dell’energia globale. Un solo data center richiede la stessa energia più di una città di medie dimensioni. In totale si tratta di 30 miliardi di watt che rappresentano il 27% delle emissioni di carbonio dovute alla tecnologia. Molta se ne va per il raffreddamento dei computer, e si cerca di farli in posti freddi: Google ne ha uno a Hamina, in Finlandia, raffreddato con acqua di mare.

Per questo tutte le grandi aziende online, da Apple a Facebook, cercano di alimentare questi sistemi con energia alternativa solare o eolica, oppure di compensare l’impatto della tecnologia, che seppur immateriale, è enorme. Ma se è vero che più del 50% della popolazione mondiale è su internet, certamente molte persone ascolteranno anche musica online producendo una quantità di emissioni equivalenti di gas serra che si stima possa arrivare ai 350 milioni di chili all’anno.

Impatto musica su ambiente

In tutto il mondo oggi probabilmente ci sono quasi 4 miliardi di persone occupate ad ascoltare musica in streaming e stimarne l’impatto sui consumi energetici non è semplice. Il solo pensiero basta a supportare la tesi di chi sostiene che cd e soprattutto vecchi vinile, alla fine potrebbero essere addirittura più ecologici dello streaming. Non è solo questione di nostalgia: chi possiede un Lp raramente lo butta nella spazzatura. Piuttosto lo tratta con amorevole cura e lo conserva con passione. Non fosse altro per il valore crescente di quel bel pezzo di plastica nera che ha alimentato sogni e passioni di intere generazioni.

Kyle Devine, studioso di musicologia dell’Università di Oslo, parla delle differenze di impatto ambientale tra streaming e vinile e della presunta compatibilità tra musica e ambiente nell’era digitale, nel libro Decomposed. La tesi è che in realtà, fin dal 1950, quando sono comparsi sul mercato i primi vinile a 78 giri, l’ascolto della musica si è basato sullo sfruttamento di derivati del petrolio. Oggi che le registrazioni fisiche sono state sostituite dai dati, le cose per l’ambiente come abbiamo visto non vanno meglio, ma ancora peggio fa il boom dei vinile che aumenta la produzione di cloruro di polivinile (PVC).

L’industria musicale americana è arrivata a consumare quasi 60 milioni di chili di questo tipo di plastica all’anno, che è un derivato dal petrolio e contiene sostanze cancerogene. La maggiore fabbrica produttrice di Pvc ha la sede in Thailandia ed è già stata messa sotto accusa da Greenpeace e dalla stessa agenzia per la protezione ambientale Americana (EPA) per sacrico di acque reflue e gas tossici. In attesa che venga prodotto un green vinyl in materiale plastico riciclabile, di davvero sostenibile non resta che il silenzio.