Libro che parla di moda e musica
Photo by Fulvio Binetti

Moda e musica sono uniti nell’influenzare la cultura popolare e l’immaginario collettivo. Un libro per riflettere sul significato di arte con le testimonianze dei creativi che hanno studiato l’immagine delle più famose star del pop

Può essere che a molti appassionati di musica le icone dello spettacolo musicale internazionale come Madonna, David Bowie, Roxy Music, Lady Gaga e altri ancora, risultino totalmente indifferenti, se non fastidiose. Ci sono tanti musicisti e compositori che passano la vita cercando il modo più giusto di mettere il dito sul tasto del loro strumento per migliorare l’espressività di una nota, studiando per anni l’armonia e approfondendo il linguaggio della musica e la propria sensibilità attraverso l’ascolto dei grandi maestri del passato. Poi arriva Lady Gaga vestita di bistecche e con una canzone di tre accordi vende milioni di dischi.

Certo stiamo parlando di generi diversi e di pubblico dotato di una comprensione del linguaggio musicale e artistico differente. Ma siamo così sicuri che il rapporto simbiotico tra moda e musica sia una prerogativa esclusiva del pop o del rock? Ci sono studi che dicono come anche l’appassionato di musica jazz venga influenzato dallo stile del musicista e dalla copertina del disco. Un bel bianco e nero con una nota di blu di sfondo per esempio?

Stesso discorso identitario riguarda l’austera figura dei direttori d’orchestra sulle copertine dei cd e il pubblico della musica classica: frequentare i teatri per qualcuno non è forse un modo per esibire una identità culturale, se non l’ultimo gioiello? Che dire poi dei cantautori che hanno segnato l’era della canzone d’autore o impegnata: la bottiglia di barbera sul palco o l’eskimo per Guccini, ma anche la potenza comunicativa di personaggi come Luigi Tenco o Fabrizio de Andrè che sicuramente andava oltre il contenuto musicale e narrativo.

Il confine tra moda e musica

E’ chiaro che nel caso dei Sex Pistols o di Boy George l’immagine sia ancora più importante rispetto a Miles Davis o Herbert von Karajan, ma il potere della moda è sempre esistito anche come strumento di rottura nel processo creativo dell’industria musicale. Oggi non serve più nascondere ciò che negli anni ’60 non si poteva dire.

Abbattuta qualsiasi barriera ideale al diffondersi del capitalismo e del consumismo, il rapporto tra moda e musica, pubblicità e marketing è uscito totalmente allo scoperto, favorito anche dal diffondersi dei social network e dalla fruizione della musica in streaming. La linea tra musica e moda è oramai sempre più sottile e siamo arrivati al punto che gli artisti più famosi sfruttano la loro immagine come marchio commerciale per vendere prodotti di abbigliamento o profumi.

Come sempre la legge dei grandi numeri rischia di stravolgere completamente i rapporti di forza tra qualità e quantità, spesso con un decadimento sul piano artistico e generale che tutti possiamo verificare quotidianamente. Ma come siamo arrivati a questo punto?

Il libro Fashion + Music scritto dalla giornalista e trend forecaster Katie Baron per l’editore londinese Laurence King, approfondisce questi temi partendo da un periodo precedente alla rivoluzione culturale, sociale ed economica di internet, quando i dischi si acquistavano ancora nei negozi anche perché parlavano di identità politiche, sociali e sessuali. In questo territorio negli anni ’80 e ’90 moda e musica sono andati a braccetto ottenendo risultati memorabili che ancora oggi sono sotto gli occhi e le orecchie di tutti.

Guardare o ascoltare musica?

Per costumisti, creativi e fashion designer come B. Akerlund, William Baker, Jeffrey Bryant o Nicola Formichetti, più che di concerti realizzati da artisti e cantanti si tratta di creare dei veri e propri show che devono provocare, sedurre e conquistare anche gli occhi del pubblico.

In questo senso la scelta di materiali, colori, forme, trucchi, scenografie è sempre frutto di un grande lavoro di consapevolezza che ha la forza di trasformare i tre accordi di una qualsiasi canzone pop in una potente narrazione transmediale al confine tra arte, musica e comunicazione.

Katie Baron lo spiega molto bene nel suo libro, quasi un catalogo, corredato com’è di foto ed esempi. Qualcuno potrà stupirsi o anche esserne indispettito, ma è inutile fare finta di niente o cercare il colpevole. Quando si parla di musica o di arte la differenza tra guardare, vedere, ascoltare o sentire è solo negli occhi e nelle orecchie della gente.