mercato della musica

E’ uscito il Global Music Report che fa il punto della situazione sul mercato della musica a livello globale. Tra buone notizie e nuovi timori tutti da risolvere, ecco come sta andando per musicisti e etichette

Cominciamo dalle buone notizie: nell’ultimo anno, dopo quasi 20 anni di crisi nera e gli ultimi anni di calma piatta, il mercato della musica è cresciuto del 3,5%. Siamo a un fatturato complessivo di 15 miliardi di dollari, ovvero lontanissimi dai dati della fine degli anni ’90, ma di questi tempi una piccola crescita è pur sempre meglio di niente anche perchè avviene in un contesto economico in pieno sviluppo.

Il 2015 è stato l’anno in cui per la prima volta il mercato digitale ha superato quello fisico, ovvero streaming e download nel loro complesso hanno superato le vendite di cd e vinile. Si tratta del 45% del fatturato totale contro il 39% del fisico (il resto è dovuto alle sincronizzazioni video, concerti e ad altri utilizzi). Ogni nazione ha le sue abitudini di ascolto, ma comunque il sorpasso è avvenuto gradatamente quasi ovunque fino a raggiungere diciannove paesi al mondo.

L’ulteriore novità è stata il passaggio dal download allo streaming come sistema più utilizzato per ascoltare musica. Gli introiti di tutti i servizi on the cloud come Spotify, Apple Music e via dicendo, sono cresciuti su base annua del 45,2% a 2,9 miliardi di dollari, ovvero più di quattro volte negli ultimi cinque anni, mentre il download cala di un ulteriore 10,5% con un trend al ribasso che sembra inarrestabile. L’insieme dei servizi di streaming sono utilizzati da 68 milioni di utenti in tutto il mondo: erano 41 milioni nel 2014 e circa otto milioni cinque anni fa.

Quindi tutto va a gonfie vele? Mica tanto. Probabilmente nella storia della musica, ma anche dell’arte e della comunicazione in generale, non è mai successo che i principali protagonisti, ovvero gli artisti e i musicisti, odiassero tanto il mezzo che consente di portare la loro idea creativa al pubblico. Addirittura i musicisti più famosi come Adele e Taylor Swift, che possono permettersi di snobbare un sistema utile prevalentemente per fare marketing, evitano accuratamente di distribuire sulle piattaforme di streaming la loro musica. Perchè? Ovviamente perchè lo streaming paga pochissimo gli artisti, quasi niente, ed è ancora da capire come avviene l’effettiva remunerazione sulla base dei diritti.

lo streaming è una opportunità ma così non funziona

Ciò che preoccupa gli addetti ai lavori è il value gap crescente tra musica ascoltata dagli utenti e diritti percepiti dagli artisti, non tanto per una effettiva volontà vessatoria da parte di Spotify, YouTube e compagnia, ma piuttosto per una assenza di regolamentazione globale. La giurisdizione è diversa a seconda di dove si trova il server da cui vengono prelevate le canzoni, ed è sempre più complicato stabilire remunerazioni ed eventuali violazioni di copyright.

Il problema è che nel rimpallo di responsabilità tra lobby di servizi online globali finanziati a suon di miliardi di dollari, intermediari, artisti, etichette discografiche e titolari dei diritti musicali, rischia di rimetterci soprattutto chi crea e cerca di vivere di musica. Le soluzioni attualmente esistenti – ad esempio il Content ID di YouTube per inserire un tag nelle canzoni in modo che si possa verificare la sua origine ed ogni utilizzo discografico, televisivo radiofonico o video – rappresentano comunque un costo per produttori ed etichette in un momento non certo d’oro per moltissime realtà indipendenti.

La cosa paradossale è che mentre questa epoca digitale offre infinite possibilità di ascoltare musica in ogni modo e la gente è sommersa da suoni di ogni genere in ogni momento della giornata, mai come oggi il mercato della musica si basa su regole poco chiare. Se la politica in questo campo è assente sia in Europa che in America, l’industria della musica è impegnata nel tentativo di trasformare gli utenti gratis in abbonati: si è accorta che il guadagno per ogni abbonato freemium che ascolta musica in cambio di pubblicità è di soli 72 centesimi all’anno. Lo dicono le ultime stime, ma se alza il prezzo dell’offerta deve fare i conti con la pirateria che certo non è scomparsa. Ecco perchè il mercato della musica cresce del 3,2%, ma per adesso c’è ancora poco da festeggiare.