streaming

Negli ultimi anni sono nati diversi servizi musicali online che offrono musica in streaming più o meno a gratis, tanto che tempo fa ci eravamo chiesti se lo streaming fosse sostenibile per produttori, etichette e artisti sulle barricate per gli scarsi guadagni veicolati dall’ascolto da parte degli utenti.

In realtà il problema della reddittività e sostenibilità dello streaming esiste innazitutto per le società che creano il servizio di streaming: essendo i costi delle licenze molto alti, perdite e guadagni dipendono esclusivamente dal numero di utenti che il servizio riesce ad attrarre. Ad esempio Pandora che ha 70 milioni di utenti mensili attivi spende 20 dollari in costi di licenza per ogni mille ore di musica musica che significano qualcosa come 800-900mila dollari al giorno, mentre Spotify che spende il 70% di quanto incassa per pagare le licenze, con i suoi 6 milioni di utenti pur in aumento del 128% sul 2011, l’anno scorso ha perso 78 milioni dollari rispetto ai 60 milioni di dollari che aveva perso l’anno prima.

Secondo alcuni studi il punto di svolta per rendere lo streaming redditizio per tutti si avrebbe dopo i 30 milioni di utenti attivi disposti a spendere tra i 7 e 10 dollari al mese. Il problema è che royalties, marketing e costi iniziali creano una barriera insuperabile per la maggior parte delle start-up. Rassegniamoci dunque al fatto che dopo le case discografiche, la musica verrà sempre più gestita dai colossi del web.