Un viaggio tra le sonorità delle diverse lingue del mondo, alla scoperta delle origini e caratteristiche del rapporto tra linguistica e musica. Una storia affascinante alla base dell’evoluzione umana dove parole e note si mescolano con suoni, ritmi e melodie

Musica e linguistica sono due discipline che si occupano del suono, ma in modi diversi. La musica è l’arte di combinare i suoni in modo armonico, melodico e ritmico, mentre la linguistica è lo studio scientifico delle lingue naturali, cioè dei sistemi di comunicazione verbale che usano il suono come elementi distintivo. Tuttavia, queste due discipline non sono separate, ma si intrecciano e si influenzano a vicenda, dando origine a fenomeni interessanti e affascinanti.

In questo articolo vogliamo esplorare le relazioni tra musica e linguistica, partendo da una domanda semplice ma non banale: come suonano le lingue? Ovvero, quali sono le caratteristiche sonore che distinguono parole e frasi pronunciate nelle diverse lingue del mondo? Come si sono formate e come hanno influito sulla produzione musicale e sui generi preferiti e ascoltati dai popoli che le parlano?

Indice

L’origine delle lingue

Per rispondere alla domanda di come suonano le lingue, dobbiamo prima di tutto chiederci da dove vengono e come si sono evoluti tutti i modi di parlare che caratterizzano il nostro pianeta nel corso della storia. La risposta a queste domande non è semplice, perché le lingue scritte sono un fenomeno relativamente recente nella storia dell’umanità, mentre quelle parlate non lasciano tracce materiali.

Gli studiosi di linguistica devono ricorrere a metodi indiretti per ipotizzare le origini e le parentele tra le lingue. Uno di questi metodi è il metodo comparativo, che confronta le somiglianze e le differenze tra le lingue attuali o documentate storicamente, per risalire alle loro forme più antiche e alle loro relazioni genealogiche. In questo modo hanno individuato diverse famiglie linguistiche, cioè gruppi di lingue che derivano da una stessa lingua madre comune.

Lingue di origini comuni sarebbero l’italiano, il francese, lo spagnolo e il portoghese, parte della famiglia romanza, perché derivano dal latino volgare parlato dai Romani. Altre famiglie linguistiche sono la famiglia indoeuropea (che comprende anche il tedesco, l’inglese, il greco e il sanscrito), la famiglia semitica (che comprende l’arabo, l’ebraico e l’amharico), la famiglia sino-tibetana (che comprende il cinese, il tibetano e il birmano) e così via.

Il metodo comparativo non può risalire oltre 6000 anni nella storia e non può spiegare come sia nata la prima lingua umana, né se esista una sola origine o più origini indipendenti. Studi più approfonditi usano approcci interdisciplinari che coinvolgono genetica, antropologia, paleontologia e psicologia. Per cercare di ricostruire le tappe dell’evoluzione linguistica usano quindi l’analisi del DNA umano, dei resti fossili, delle culture materiali e immateriali e delle capacità cognitive degli esseri umani.

Sonorità delle prime lingue

Gli studi più recenti ritengono che la capacità di produrre e comprendere il linguaggio sia innata e specifica degli esseri umani, e che si sia sviluppata in parallelo con l’evoluzione del cervello e della laringe. La prima lingua umana è apparsa in Africa, circa 200.000 anni fa, con l’emergere della specie Homo sapiens, e si è poi diffusa e diversificata con le migrazioni e le interazioni tra i vari gruppi umani.

La prima lingua umana era probabilmente una lingua tonale, cioè una lingua in cui il significato delle parole dipende dall’altezza del suono, come il cinese o il vietnamita. Questa ipotesi si basa sul fatto che le lingue tonali sono più diffuse nelle zone geografiche più antiche dal punto di vista umano, come l’Africa e l’Asia orientale, e che i neonati hanno una maggiore sensibilità ai toni rispetto agli adulti.

Queste teorie offrono vari spunti per riflettere sull’origine della sonorità delle lingue. Possiamo immaginare che le prime parole pronunciate dagli esseri umani fossero suoni musicali, modulati in base a tono, ritmo e intensità, per esprimere emozioni, bisogni e intenzioni. Prima ancora che arrivassero le parole, i suoni erano accompagnate da gesti, mimiche e posture, per integrare il messaggio verbale con quello non verbale.

Possiamo supporre che questo modo di comunicare primordiale fosse influenzato dall’ambiente circostante, dai rumori della natura, dagli animali e dagli altri esseri umani. Forse i primi versi o parole erano anche fonte di creatività, di gioco e di arte, per arricchire la comunicazione e la cultura. In questo senso, possiamo dire che la musica e la linguistica hanno una radice comune: il suono.

Fonetica: come suonano le lingue?

Le lingue del mondo non sono tutte uguali dal punto di vista sonoro. Esistono infatti diverse caratteristiche fonetiche che le distinguono e le rendono più o meno simili tra loro e influenzano non solo il modo in cui le lingue suonano, ma anche il modo in cui vengono percepite dagli ascoltatori. Alcune lingue possono sembrare più melodiose, altre più ritmiche, altre più armoniose o discordanti sulla base di:

  • Numero e qualità dei fonemi Sono le unità sonore minime che servono a formare le parole. Ad esempio, l’italiano ha circa 30 fonemi, mentre l’inglese ne ha circa 40 e il cinese ne ha circa 20.
  • Struttura sillabica È il modo in cui i fonemi si combinano per formare le sillabe. Ad esempio, l’italiano ha una struttura sillabica semplice, in cui ogni sillaba è formata da una consonante seguita da una vocale (CV), mentre l’inglese ha una struttura sillabica complessa, in cui possono esserci più consonanti all’inizio o alla fine di una sillaba (CCV, CVCC, ecc.).
  • Accento È la maggiore intensità o durata di una sillaba rispetto alle altre. Ad esempio, l’italiano è una lingua ad accento libero, in cui l’accento può cadere su qualsiasi sillaba della parola, mentre l’inglese è una lingua ad accento fisso, in cui l’accento cade sempre sulla stessa sillaba della parola.
  • Intonazione Variazione di altezza del tono della voce durante l’enunciazione di una frase. Ad esempio, l’italiano è una lingua ad intonazione variabile, in cui l’intonazione cambia a seconda del tipo di frase (affermativa, interrogativa, esclamativa, ecc.), mentre il cinese è una lingua ad intonazione fissa, in cui l’intonazione cambia a seconda del significato delle parole (toni).

Esistono anche dei criteri oggettivi per misurare la musicalità di una lingua, come ad esempio il rapporto tra vocali e consonanti, la varietà dei suoni e delle strutture sillabiche, la complessità dell’accento e dell’intonazione. In generale, si può dire che le lingue più musicali sono quelle che hanno un equilibrio tra vocali e consonanti, una ricchezza di suoni e di strutture sillabiche, un accento e un’intonazione variabili e armonici.

Tra queste lingue musicali si possono citare l’italiano, il francese, il portoghese, lo spagnolo e alcune lingue africane e asiatiche. Al contrario, le lingue meno musicali sono quelle che hanno un predominio di consonanti o di vocali, una povertà di suoni e di strutture sillabiche, un accento e un’intonazione fissi e monotoni. Tra queste lingue si possono citare l’inglese, il tedesco, il russo e alcune lingue nordiche e slave.

Influenze linguistiche sulla musica

Musica e linguistica sono due aspetti fondamentali della cultura di un popolo, che si riflettono e si arricchiscono reciprocamente. Le caratteristiche sonore di una lingua possono influenzare la produzione musicale dei suoi parlanti, sia a livello di melodia e ritmo, sia a livello di testo. A livello di melodia, le lingue possono avere una maggiore o minore varietà di toni, cioè di altezze diverse dei suoni vocalici.

Le lingue tonali, come il cinese o il vietnamita, usano i toni per distinguere il significato delle parole. Per esempio, in cinese la parola “ma” può avere quattro significati diversi a seconda del tono con cui viene pronunciata: madre, canapa, cavallo o domanda. Queste lingue tendono a produrre musiche con una maggiore varietà di altezze e con una maggiore libertà nell’uso delle scale musicali.

Le lingue atonali, come l’italiano o l’inglese, usano i toni solo per esprimere l’atteggiamento o l’emotività del parlante. Per esempio, in italiano la frase “sei qui?” può essere pronunciata con un tono ascendente per indicare una domanda o con un tono discendente per indicare una constatazione. Queste lingue tendono a produrre musiche con una minore varietà di altezze e con una maggiore aderenza alle scale musicali convenzionali.

A livello di ritmo, le lingue possono avere una maggiore o minore regolarità nella durata delle sillabe. Le lingue sillabiche, come il francese o lo spagnolo, hanno sillabe di durata simile e tendono a produrre musiche con un ritmo regolare e uniforme. Al contrario, le lingue accentuali, come l’italiano o l’inglese, hanno sillabe di durata diversa a seconda dell’accento e tendono a produrre musiche con un ritmo variabile e contrastivo.

A livello di testo, le lingue possono avere una maggiore o minore ricchezza lessicale e morfologica. Le lingue agglutinanti, come il turco o il finlandese, formano le parole unendo diversi elementi che indicano genere, numero, caso, tempo, il modo e così via, e tendono a produrre musiche con testi complessi e articolati. Al contrario, le lingue isolate, come il cinese o il vietnamita, formano le parole senza modificare gli elementi base che le compongono, e tendono a produrre musiche con testi semplici e ripetitivi.

La fonetica nei generi musicali

Molti studi di socio linguistica affermano come lingua, musica e società seguano strade parallele, se non uguali. Ad esempio è difficile trovare un connubio migliore tra ritmi e melodie della Bossa Nova e la morbidezza della lingua portoghese. Allo stesso modo, spesso le stesse caratteristiche dei popoli sembrano seguire il suono della loro lingua. Che poi i suoni diventino atteggiamenti sociali o si traducani in musica, è tutto da verificare.

In linea di massima si può supporre come la fonetica delle lingue possa avere influenzato anche l’evoluzione dei generi musicali nei vari paesi. Basti pensare all’opera lirica, tutta in battere perché basata su libretti scritti in italiano, così come il pop nostrano. E non sarà un caso le canzoni blues o jazz scritte in inglese abbiano un ritmo sincopato. C’è senz’altro una connessione anche tra ritmo e sintassi della lingua francese nel plasmare la struttura delle canzoni.

In Italia l’opera lirica è stata arricchita dal vocabolario della scuola napoletana, romana e veneziana, per arrivare al melodramma dell’ottocento e novecento. Gioacchino Rossini, Vincenzo Bellini, Gaetano Donizetti e Giuseppe Verdi hanno portanto i libretti scritti in italiano in tutto il mondo. I più famosi cantanti italiani come Caruso, Modugno, Bocelli, ma anche Laura Pausini, Zucchero o Eros Ramazzotti, hanno fatto la stessa cosa due secoli dopo rappresentando la lingua italiana all’estero.

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Autore: Fulvio Binetti
Fulvio Binetti è un imprenditore online, musicista, produttore e blogger. Da oltre tre decenni collabora con le principali realtà del campo audiovisivo, discografico ed editoriale, dove si è distinto nella produzione di canzoni e colonne sonore per tv, radio, moda, web ed eventi. È il fondatore di Bintmusic.it, si occupa di comunicazione e scrive articoli di musica e dintorni, cultura e lifestyle. Per saperne di più leggi la biografia o segui i suoi profili social.