file sharing

Il p2p distrugge il mercato e quindi la capacità di produrre opere da parte degli artisti con conseguente inaridimento del panorama culturale e sociale? Niente affatto: secondo un recente rapporto di due economisti americani, il file sharing sarebbe un vero motore per l’arte, la musica, il cinema e l’editoria. Ma non solo: regole più blande in materia di copyright renderebbero la società migliore.

Queste parole faranno drizzare i capelli a più di una persona. Eppure sono contenute in una dettagliata ricerca che gli economisti Felix Oberholzer-Gee dell’Università di Harvard University e Koleman Strumpf dell’Università del Kansas hanno illustrato alla Harvard Business School, asserendo quelli che secondo loro sono i benefici della pirateria online.

A loro parere la pirateria ha certamente minato qualche modello di business, ma non ha assolutamente eliminato gli incentivi per artisti e società che creano contenuti. Se fosse vero, come recita la Costituzione degli Stati Uniti, che il copyright “promuove il progresso delle scienze e delle arti assicurando.. gli autori delle scoperte e delle opere”, nell’era del p2p il progresso e le arti avrebbero dovuto finire di esistere.

In realtà i due economisti sostengono che un sistema di copyright più debole favorisca la diminuizione dei prezzi di musica, film, libri e quindi la maggiore propensione del pubblico ad acquistare nuovi prodotti ad esso collegati. Se, com’è vero, gli artisti ricavano reddito anche da questi altri mercati paralleli, lo stimolo a produrre nuovi lavori non può diminuire.

Ad esempio è innegabile che lo scambio di musica gratis tramite peer to peer abbia ridotto le vendite di cd e che gli artisti guadagnino meno dalla vendita dei loro dischi; ma la gente non pagando più i cd ha più soldi per andare ai concerti. Ugualmente gli scrittori possono ovviare alla diminuizione di libri venduti attraverso reading tour utili anche alla promozione delle loro opere.

Che la voglia di produrre nuovi lavori non manchi malgrado il calo verticale di dischi venduti, d’altronde lo dicono anche le statistiche: in America nel 2000 si sono prodotti 35.516 dischi; sette anni dopo, nel 2007 in piena era peer to peer, 79.695 nuovi dischi (includendo 25.159 album digitali). Lo stesso trend si nota in altri mercati: i film prodotti nel mondo nel 2003 sono stati 3.807 contro i 4.989 del 2007.

Negli stessi anni i paesi in cui la pirateria cinematografica è stata più forte sono anche quelli in cui l’incremento delle produzioni sono state maggiori: Sud Corea (da 80 film a 124), India (877 – 1164), Cina (140 – 402). In America si è passati dai 459 film del 2003 ai 590 film del 2007. All’incremento del download di film a sbafo ci sono stai certamente maggiori consumi di connessioni ad internet e nel settore dei prodotti elettronici.

Insomma, secondo i due economisti nel 2009 è difficile sostenere ancora che il copyright sia il vero motore dell’umanità da un punto di vista culturale e che il diritto d’autore sia responsabile del progresso dell’uomo e del benessere sociale. In tempi di peer to peer piuttosto si è ridotta la capacità dell’industria di trarre profitti: non esiste più un solo modello di business, ma è necessario ingegnarsi e vendere beni complementari a quelli che, volenti o nolenti, già si trovano gratis online.