Il cervello, se opportunamente stimolato, non solo è responsabile del nostro talento nella musica o meno e ci fa essere bravi musicisti o appassionati ascoltatori. Un nuovo studio effettuato da un ricercatore americano è riuscito a trasformare il cervello in uno strumento capace di generare musica propria, a seconda delle normali attività in cui viene impegnato.

Si chiama Dan Llyod il ricercatore del Trinity College di Hartford, negli Usa, che ha pubblicato su New Scientist i risultati di una esperimento condotto utilizzando la risonanza magnetica funzionale. Come noto ad ogni attività umana corrisponde una specifica irrorazione sanguigna del cervello in determinate aree, che solitamente viene scansionata e tradotta su video in mappe colorate. Fin qui nulla di strano. Ma ecco l’intuizione di Llyod: associare ad ogni impulso luminoso che corrisponde appunto ad un’area celebrale, una nota con un volume proporzionale all’intensità rivelata. Per far questo ha sviluppato un apposito software con cui ha tradotto l’attività neuronale in suoni musicali. Risultato? Siamo tutti potenziali Beethoven?

Non proprio. Però i suoni creati in questo modo dall’attività della corteccia celebrale non sono poi male e soprattutto si ottengono melodie ben distinte per ogni differente attività umana. Inoltre la musica del cervello è molto diversa in persone sane ed in pazienti affetti da disturbi neuropsichiatrici. E qui, salvo sorprese, c’è il vero scopo della ricerca: realizzare uno strumento di diagnosi efficace in campo medico scientifico capace di scoprire in anticipo e diagnosticare le patologie.