jazzisti improvvisazione

Cosa succede nel cervello dei jazzisti famosi quando improvvisano musica? Questione di intelligenza, sensibilità, tecnica o matematica? La scienza cerca di svelare quali sono i meccanismi neuronali dell’improvvisazione

La musica jazz si basa sull’improvvisazione, sull’inventare note in ogni istante. Ascoltare i grandi jazzisti famosi improvvisare è semplicemente magico. E non lo pensano solo gli appassionati, ma anche gli scienziati. Tanto che alcuni neuroscienziati si sono messi ad analizzare l’attività cerebrale dei musicisti jazz per cercare di svelare i segreti della creatività.

I jazzisti più bravi quando improvvisano è come se parlassero, raccontano delle storie. Storie che nella musica sono fatte di note, sentimento, intuizione, ma non solo. C’entrano anche le cifre e la matematica? Nel corso dei secoli da Pitagora, Platone, Aristotele, fino ad arrivare ai contemporanei Schoenberg e Stockhausen, ci si è sempre chiesti se il linguaggio della musica fosse basato sui numeri o sulle passioni. Nel pieno dell’era tecnologica le ultime ricerche sull’intelligenza artificiale applicata alla musica parlano sempre più di formule, ma non si tratta di una novità.

Jazz come matematica?

Ridurre la creatività dei jazzisti a pura matematica ad esempio è stato il sogno di un professore e trombettista del Rochester Institute of Technology. Al Biles già negli anni ’90 aveva inventato GemJam, un programma capace di improvvisare “come un jazzista”. Il software era cioè dotato di un algoritmo genetico, in grado di ascoltare e migliorare. E certo sapere ascoltare e migliorare è il primo segreto di chi suona jazz.

Al Biles si esibiva anche in concerti con la sua tromba a capo del Virtual Quintet. In pratica i suoi assolo erano accompagnati da un computer che suonava una base con batteria, basso, piano e altri strumenti a fiato. In qualche modo il software seguiva i riff suonati dal trombettista improvvisando a sua volta. GemJam è stato il primo sistema di calcolo evolutivo prima che arrivassero i robot che improvvisano basati sull’intelligenza artificiale.

Cervello jazzisti e improvvisazione

In entrambi i casi i risultati non soddisfano. Fortunatamente improvvisare musica non è solo tecnicismo. Il cervello dei jazzisti è tutta un’altra storia rispetto ai bit, non è fatto solo di numeri e apprendimento automatico. Un uomo che improvvisa ha bel altre risorse che sfuggono ai calcoli. Lo dimostra uno studio di un pool di ricercatori della John Hoplins University di Baltimora diretti da Charles Limb.

Per svelare i meccanismi neuronali dell’improvvisazione i ricercatori hanno scansionato con una risonanza magnetica il cervello di alcuni pianisti jazz intenti a suonare note scritte e improvvisate. Si è così notato che quando i musicisti improvvisano si riduce l’attività neuronale della corteccia prefrontale. Come se improvvisando il musicista diminuisse il controllo di alcune percezioni superficiali abbandonandosi alla creatività.

Nei pianisti impegnati nell’improvvisare jazz aumenta anche l’attività prefrontale dedicata all’espressione di sè. La stessa zona che viene interessata quando si racconta una storia. Il cervello cambia e la parte responsabile del controllo dell’auto coscienza risulta meno impegnata. Sembra di sentire le raccomandazioni di un bravo maestro di jazz: “studia scale, armonia, tecnica… ma poi quando suoni lasciati andare, proprio come se stessi raccontando una storia…”

Jazzisti sono più intelligenti?

Si potrebbe ipotizzare che sottoponendo il cervello a queste sfide si possano sviluppare le potenzialità cognitive enormemente. Significa che i jazzisti sono persone molto intelligenti? I bambini che studiano musica precocemente sviluppano nuove connessioni e capacità biologiche. E se ciò vale per ogni genere, figuriamoci per il jazz. Per improvvisare musica non serve solo studiare e avere una padronanza totale del linguaggio musicale e della tecnica strumentale.

Suonare jazz significa sapere gestire un flusso continuo di idee. Quando si improvvisa non c’è tempo per pensare agli accordi o al ritmo. Bisogna ascoltare gli altri e suonare, il tempo scorre. Coordinare in millesimi di secondo movimenti, espressione, capacità di memorizzare, frasi, ritmo, pensieri. Ma poi essere anche attenti, disciplinati, non cedere alle emozioni, avere fiducia in se stessi. Insomma il cervello dei jazzisti avrà certamente qualcosa di speciale. Nel bene e nel male, ovviamente.