Microfono per chi vuole investire in musica

Investire in musica è sempre stato il compito delle case discografiche. Così come scoprire artisti emergenti e produrre nuovi dischi dei cantanti sotto contratto. Oggi che le canzoni si ascoltano in streaming cosa cambia?

Investire in musica significa spendere denaro per aiutare gli artisti a crescere. Certo mettere insieme business, talento e creatività non è cosa facile, ma è sempre stato il compito delle case discografiche o di qualche produttore illuminato. Un lavoro che consiste nel coltivare e promuovere artisti, evidentemente anche per fini economici, ma offrendo al pubblico la possibilità di godere di nuova musica. D’altronde tutta l’arte è sempre vissuta di mercato e la sua storia è fatta di fallimenti e privazioni ma anche di successi spendibili in moneta.

Investire in musica è un’idea che ha ben poco di romantico e la sua importanza non viene mai sufficientemente approfondita. Solitamente si preferisce parlare solo di contenuti estetici o talento artistico, ma chi rischia soldi di tasca propria, in assenza di mecenati o benefattori, si è sempre affidato alla vendita di dischi per produrre valore. Purtroppo al tempo dello streaming i margini di guadagno si sono ridotti all’osso, rendendo ogni sforzo economico produttivo vano e poco remunerativo. Merchandising e concerti venduti a caro prezzo possono solo arginare la falla, in presenza di grandi artisti. Alle major non rimane che sfruttare i loro cataloghi e tour. E ai piccoli artisti cosa resta?

Investire in musica cosa serve

Con i nuovi sistemi di distribuzione online dell’era digitale, i cantanti indipendenti potrebbero fare tutto da soli. Scrivere canzoni, arrangiarle con i collaboratori migliori, entrare in sala di registrazione e produrre un disco. Cinque minuti dopo potrebbero metterlo in vendita su internet e farlo ascoltare su Spotify. Tutto ciò spendendo cifre abbastanza irrisorie. La realtà è un pò diversa, dato che, anche se sembrerebbe un controsenso, il contratto discografico rimane l’obiettivo primario di molti artisti emergenti.

Gli artisti spesso non vogliono o non sanno occuparsi di molti aspetti sempre più fondamentali in questo lavoro, che nulla hanno a che vedere con il mondo delle 7 note. D’altronde l’offerta musicale presente sul mercato è enorme. Su YouTube è possibile ascoltare milioni di musicisti e cantanti di ogni genere e livello. Quindi sempre più importante disporre di una struttura che si occupi di fare i giusti investimenti per sostenere e costruire la carriera di un artista.

Le case discografiche investono ancora? Questa è la vera domanda e l’associazione internazionale delle industrie fonografiche dice di sì. Investire significa sapersi occupare di tutti gli aspetti economici, gestione di diritti, ma soprattutto di comunicazione e marketing. Alla fine le canzoni sono pur sempre un prodotto da vendere e gli artisti un marchio da gestire in modo più o meno oculato. Che le canzoni stiano diventando meno importanti del marchio, lo dimostra il fatto che le star più ricche al mondo fanno soldi vendendo profumi e non dischi.

Quanto costa investire in un artista?

L’Ifpi, società che rappresenta l’industria fonografica a livello mondiale, ha pubblicato alcuni rapporti che mirano a contrastare l’idea che le case discografiche stiano cercando di vivere di rendita con gli artisti già famosi, limitando al massimo le spese in ricerca. Bisogna considerare che le major gestiscono complessivamente circa 8000 mila artisti, un quinto firmato nell’ultimo anno. Secondo i dati tutti gli anni nel mondo le etichette nel loro insieme spendono circa 5 miliardi di dollari in nuovi talenti. Si tratta del 26% del fatturato ed è la cifra più elevata di ogni settore industriale.

Gli investimenti necessari alla crescita di un artista sul mercato americano possono variare da un minimo di 500 mila dollari fino ai 2 milioni di dollari. Sono spese suddivise in anticipo all’artista (50-200mila), spese di registrazione (150-500mila), realizzazione di video (50-300 mila), supporto al tour (50-150mila). Per la promozione e la commercializzazione del disco servono dai 300 ai 700 mila dollari.

Investire in musica In Italia

Investire nel mercato musicale italiano ovviamente costa meno. Ma anche qui lo streaming ha modificato radicalmente le cose. Il problema è come al solito la promozione, ovvero trovare un modo per fare arrivare gli artisti al pubblico. Spettacoli come il Festival di Sanremo che pur ottengono uno share elevatissimo, muovono solo il 2,5% del mercato discografico. Per non parlare del fatto che l’anno scorso solo 5 dischi usciti dalla kermesse canora sono entrati tra i 100 più venduti in classifica.

Portare un artista al Festival può costare ad una major centinaia di migliaia di euro. C’è da realizzare il singolo, girare il video, occuparsi delle spese vive a cui pure partecipa la Rai e fare comunicazione ad un pubblico più anziano. Dall’altra parte il pubblico giovane ascolta la musica rap. Il problema è che lo fa quasi sempre gratis, ma poi non compera dischi e nemmeno va ai concerti. I tour più affollati sono sempre quelli dei cantanti storici. Insomma investire in musica e fare emergere nuovi talenti è una scommessa sempre più difficile.